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Dimissioni dal lavoro: da quando parte la data di decorrenza

Una lavoratrice compila il modulo per le dimissioni

In tempi di Big Quit e Great Resignation, ovvero il fenomeno che sta vedendo migliaia di dipendenti in tutto il mondo lasciare volontariamente il posto fisso per raggiungere un migliore equilibrio tra vita privata e professionale, diventa fondamentale sapere quando parte la data di decorrenza affinché le dimissioni dal lavoro diventino effettive. C’è ancora molta confusione in merito perché la legislazione è cambiata diverse volte nel corso degli ultimi anni, soprattutto per combattere il fenomeno delle dimissioni in bianco.

 

Dimissioni dal lavoro: quando parte la data di decorrenza

Lavoratori e lavoratrici possono dimettersi in qualsiasi momento, ma devono rispettare il periodo di preavviso, ovvero uno spazio di tempo stabilito dall’articolo 2118 del Codice Civile che deve intercorrere tra la comunicazione delle dimissioni e la fine effettiva del lavoro. Ogni periodo di preavviso è indicato nel CCNL (il contratto collettivo nazionale di lavoro) di riferimento: non c’è un termine unico designato, ogni contratto di lavoro stipulato a livello nazionale fissa un suo periodo di preavviso. Sono la categoria, il livello di inquadramento e l’anzianità di servizio a far variare il periodo.

In generale, il preavviso si applica ai contratti a tempo indeterminato e ai dipendenti del settore privato con rapporti di lavoro subordinato. Ogni CCNL di categoria ha le sue regole: nel caso di dirigenti, quadri e contratti di primo livello, il preavviso è anche di 240 giorni per chi ha oltre dieci anni di servizio. Per i lavoratori e le lavoratrici part-time e a tempo indeterminato con più di due anni di anzianità, si arriva a minimo otto giorni che diventano quattro per chi ha meno di due anni di anzianità. Invece lavoratori e lavoratrici full-time con oltre cinque anni di anzianità hanno minimo 15 giorni di preavviso, che scendono a otto giorni per chi ha meno di cinque anni di anzianità. Ma sono tutti esempi: è fondamentale conoscere cosa prevede il CCNL di riferimento per categoria professionale, inquadramento e anzianità.

La data di decorrenza delle dimissioni dal lavoro dipende quindi dal preavviso e dalla sua durata. In particolare, le dimissioni decorrono dal giorno successivo a quello ultimo del preavviso: dunque il rapporto di lavoro cessa e le dimissioni diventano attive dal giorno successivo all’ultimo giorno di lavoro, coincidente con quello del preavviso. Ad esempio: una lavoratrice con un contratto che prevede 15 giorni di preavviso e che vuole dimettersi a partire dal 1° aprile, deve comunicare le dimissioni al datore di lavoro entro il 15 marzo (il conteggio dei giorni contempla i giorni consecutivi, inclusi i festivi) e indicare sul modulo di dimissioni il 1° aprile come data di decorrenza. Se il lavoratore dimissionario o la lavoratrice dimissionaria e il datore di lavoro sono d’accordo, possono pure prolungare il periodo di preavviso, ma per un periodo temporaneo e compensato adeguatamente.

 

Modulo per le dimissioni: cos’è e come funziona

Dal 2016, il recesso volontario dal contratto di lavoro è regolato dal Decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151, che ha sostituito la precedente normativa (la Legge 17 ottobre 2007, n. 188) basata sullo specifico modulo per le dimissioni volontarie che aveva una validità temporale massima di 15 giorni dalla data di emissione. Per venire incontro alle imprese e contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco, ovvero quando al lavoratore e soprattutto alla lavoratrice venivano fatte firmare le dimissioni al momento stesso dell’assunzione senza l’indicazione della data, indebolendone in questo modo la posizione, il legislatore ha introdotto le dimissioni telematiche.

L’articolo 26 dedicato a dimissioni volontarie e risoluzione consensuale prevede che le dimissioni firmate in bianco al momento dell’assunzione e quelle cartacee (salvo casi particolari) sono prive di valore.

Le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro sono fatte, a pena di inefficacia, esclusivamente con modalità telematiche su appositi moduli resi disponibili dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali attraverso il sito www.lavoro.gov.it e trasmessi al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente.

Dunque, l’unica modalità consentita per rassegnare le dimissioni (oppure per revocarle) è personalmente online. Per farlo, occorre richiedere il PIN all’INPS per accedere al servizio delle dimissioni online, recuperare l’indirizzo e-mail (ordinario o PEC) del datore di lavoro e seguire la procedura indicata sul sito dell’Istituto oppure andare sulla piattaforma ClicLavoro messa a punto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a cui è possibile accedere tramite SPID o CIE. L’alternativa è presentare il modulo ai soggetti abilitati:

 

  • patronati;
  • organizzazioni sindacali;
  • enti bilaterali;
  • commissioni di certificazione (presso consulenti del lavoro, sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del lavoro, università pubbliche e private).

 

Un errore di calcolo nel preavviso non inficia comunque la volontà del lavoratore o della lavoratrice di rassegnare le dimissioni. Se si commette uno sbaglio nell’indicazione della data finale, l’inesattezza non modifica la volontà di risolvere il rapporto e non incide sulla risoluzione. È infatti la comunicazione obbligatoria di cessazione presentata dal datore di lavoro a fornire il dato esatto sulla fine effettiva del rapporto di lavoro. Naturalmente il datore di lavoro che altera i moduli è punito con una multa: la sanzione amministrativa va da 5.000 a 30.000 euro. Il decreto specifica anche che entro 7 giorni dalla data di trasmissione del modulo, il lavoratore e la lavoratrice hanno la facoltà di revocare le dimissioni e la risoluzione consensuale con la stessa modalità.

Gli unici lavoratori e le uniche lavoratrici per cui è prevista un’eccezione, con la modalità cartacea da presentare al datore di lavoro, sono:

 

  • quelli del pubblico impiego;
  • in prova (stage e tirocinio);
  • del settore marittimo;
  • domestici (colf, badanti, babysitter e così via);
  • nel periodo di gravidanza o durante i primi tre anni di vita del bambino.

 

Per la lettera formale da inviare al datore di lavoro prima di procedere con le dimissioni telematiche, in questo articolo ci sono esempi e modelli da seguire. Inoltre, non bisogna mai dimenticare che se il lavoratore o la lavoratrice lascia il posto prima dello scadere del termine indicato nel modulo, il datore di lavoro trattiene dall’ultima busta paga l’indennità sostitutiva del preavviso, ovvero quell’ammontare di denaro (stabilito in base alla retribuzione percepita dal dipendente al momento del recesso) previsto per consentire a lavoratore o lavoratrice di trovare un nuovo impiego e all’impresa di sostituire il dipendente dimissionario con un’altra persona. Viceversa, il datore di lavoro è tenuto a pagare l’indennità sostitutiva se, ricevute le dimissioni, allontana il lavoratore o la lavoratrice dal servizio prima della scadenza del periodo di preavviso.

 

La tutela delle lavoratrici

I dati dell’ISTAT rivelano che quasi un milione di donne sono state costrette alle dimissioni in bianco durante o dopo la maternità. Prima della riforma, due norme specifiche già tutelavano le lavoratrici alle prese con la gravidanza e la nascita di un figlio o di una figlia. Il Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 fissa all’articolo 54 il divieto di licenziamento per le donne incinte e post-gravidanza: le lavoratrici non possono essere licenziate dall’inizio del periodo di gravidanza fino al compimento di un anno di età del figlio o della figlia (anche per adozione e affidamento), periodo esteso a tre anni dalla Legge 28 giugno 2012, n. 92.

In caso di dimissioni volontarie presentate durante il periodo di gravidanza e post-gravidanza per cui è previsto il divieto di licenziamento, l’articolo 55 disciplina che la lavoratrice abbia diritto a tutte le indennità fissate dal contratto, ma la richiesta di dimissioni deve essere convalidata dal servizio ispettivo del Ministero del lavoro competente per territorio. Infine, è fondamentale il Decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198 che sancisce il divieto di licenziamento per causa di matrimonio.

AUTORE

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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