Come funzionano i dividendi: tutto quello che c’è da sapere

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Per sviluppare strategie di investimento basate sui dividendi, è importante comprendere a fondo come funzionano le quote dell’utile netto realizzato alla fine di un esercizio, a che scopo una società (quotata o meno in Borsa) distribuisce una parte dei suoi guadagni agli azionisti e quali altri metodi di remunerazione dei soci esistono. Sul mercato italiano l’anno fiscale della maggior parte delle aziende si chiude il 31 dicembre: è nei tre mesi successivi, quindi entro la fine di marzo, che le società raccolgono i dati dell’andamento annuale, elaborano le informazioni ottenute, pubblicano il bilancio e decidono se e come distribuire al meglio i dividendi.

Il pagamento è disciplinato da un rigoroso quadro normativo. I dividendi, infatti, rientrano tra i redditi di capitale regolamentati dall’articolo 44 del Tuir, il Testo unico delle imposte sui redditi: percepire un dividendo comporta quindi una tassazione, differente a seconda dal soggetto che lo incassa. In Italia, salvo alcune eccezioni, i privati pagano un’aliquota sugli interessi e sui guadagni di natura finanziaria pari al 26%. Una volta riscosso lo stacco e pagate le tasse, esistono diversi modi di sfruttare i dividendi, dal trading ai fondi d’investimento e gli Etf. Prima di procedere e di beneficiare di un profitto aziendale, però, è necessario conoscere nei dettagli i processi che portano le società a far godere gli azionisti del proprio successo.

 

In questo articolo:

 

  • Come funzionano i dividendi
  • A cosa serve pagarli
  • Chi li decide e in che occasione
  • Quali altri metodi di remunerazione dei soci esistono

 

Come funzionano i dividendi

Il dividendo è il pagamento di una porzione degli utili di una società ai propri azionisti al termine dell’esercizio. La parte restante è costituita dal capital gain, ovvero la plusvalenza. Le società con sede in Italia staccano le cedole dei dividendi su base trimestrale, semestrale o annuale. I pagamenti avvengono su base proporzionale (ovvero più azioni si possiedono, maggiore è l’importo ricevuto) e in tre forme principali: in contanti, assegno o bonifico (dividendi liquidi o cash dividend); con il trasferimento di azioni aggiuntive (dividendi azionari o stock dividend); con beni e valori reali (dividendi in natura o dividend in kind), una pratica che avviene raramente.

La tempistica dei dividendi si articola in sei fasi principali: il sì dell’assemblea ordinaria all’utilizzo di una parte degli utili generati come dividendo (la record date); l’ex-dividendo, ovvero il periodo di tempo tra il giorno di stacco del dividendo da parte della società (di poco successivo all’assemblea generale) e il momento in cui l’azionista entra effettivamente in possesso della somma che gli è dovuta; l’in-dividendo, ovvero l’ultimo giorno in cui le azioni sono disponibili sul mercato prima dell’ex dividendo; la chiusura dei libri contabili; la distribuzione effettiva ai soci. L’investitore che acquista azioni della società nel periodo dell’ex dividendo, lo fa a un prezzo minore perché non ha diritto alla riscossione. Questa dinamica spiega il calo del prezzo alla data di stacco di un’azione.

Il pagamento dei dividendi può essere stabile, costante (una percentuale fissa in base ai guadagni conseguiti), a obiettivo e residuo. Il rendimento dei dividendi si chiama dividend yield e si calcola dividendo l’importo del dividendo annuale per azione per il corso azionario (il prezzo corrente dell’azione) e moltiplicando il risultato per 100. L’esito è una percentuale che identifica la redditività annuale del titolo in relazione al suo prezzo e permette di valutare un titolo rispetto ai suoi concorrenti. La formula è: dividend yeld (%) = Dps (dividend per share, dividendo per azione) ÷ prezzo di un’azione (share price) × 100. Per fare un esempio, una società che paga una cedola di 2 euro per azione che ha un prezzo di 30 euro avrà un dividend yield del 6,6%, dato da 2 ÷ 30 = 0,066 × 100. Queste percentuali sono relative e si inseriscono in uno scenario molto più complesso: bisogna tenere in conto che un dividend yield elevato non è automaticamente sinonimo di maggiore guadagno.

 

A cosa serve pagarli

Pagare i dividendi è una pratica che serve non solo a generare un reddito significativo per gli investitori a lungo termine, premiarne la fedeltà e attrarne di nuovi, ma anche a valutare il merito di un determinato titolo azionario. L’importo di un dividendo è un indicatore importante (non l’unico e il solo, naturalmente) per comprendere la performance di una società, la solidità del suo modello di business, le scelte strategiche fatte e le sue prospettive di crescita. Se un’azienda non necessita di tutti i suoi utili per crescere, vuol dire che è solida. Ma anche che potrebbe essere incapace di variare le proprie attività operative. Tendenzialmente dallo storico e dalla quantità delle quote distribuite agli azionisti, è possibile dedurre lo stato di salute e la situazione finanziaria complessiva di una società, che in determinate circostanze può pagare i dividendi anche per ridurre il carico fiscale o semplicemente per migliorare la sua percezione pubblica sul mercato.

L’importo del dividendo è variabile: a influenzarlo sono numerosi fattori come la politica sui dividendi della società, lo status economico e la capacità di guadagno. In linea di massima le società che pagano dividendi con maggiore frequenza e stabilità hanno flussi di cassa robusti, modelli aziendali duraturi e capacità di sostenere e far crescere i pagamenti nel tempo. Il payout ratio è il misuratore della percentuale di utili distribuita da una società agli azionisti sotto forma di dividendi. Non necessariamente un payout ratio elevato è sinonimo di modello duraturo e dal rendimento alto: anche società con un basso payout ratio, in particolare giovani imprese, possono aumentare nel tempo i loro dividendi. La percentuale degli utili distribuiti va sempre valutata nel suo contesto.

 

Chi li decide e in che occasione

La decisione relativa alla distribuzione degli utili è presa dall’assemblea ordinaria della società su indicazione dell’amministratore delegato in occasione dell’approvazione del bilancio. A differenza di quanto accade con gli interessi per le obbligazioni, il dividendo non è un diritto: sono gli azionisti con diritto di voto a decidere in assemblea se gli utili saranno distribuiti oppure reinvestiti nell’esercizio successivo. Nel secondo caso, i soci che possiedono azioni ordinarie non possono far valere alcuna pretesa sul dividendo. Il documento che all’assemblea generale annuale stabilisce che siano pagati i dividendi ai soci e in quale misura, è la delibera di distribuzione degli utili.

Se l’assemblea vota per il reinvestimento totale, i soci che possiedono azioni ordinarie non hanno diritto a ricevere il pagamento del dividendo, a meno che non abbiano azioni di risparmio oppure azioni privilegiate. Questi titoli, infatti, privano del diritto di voto in assemblea, ma offrono privilegi patrimoniali a fronte della limitazione dei diritti amministrativi, come appunto un diritto a un dividendo minimo (sempre con un esercizio chiuso con un utile positivo), un rimborso, un dividendo più elevato o un diritto di priorità. È sempre lo statuto della società a stabilire il meccanismo di funzionamento e distribuzione con azioni di questo tipo, l’entità minima del dividendo e la cumulabilità eventuale negli esercizi successivi.

 

Quali altri metodi di remunerazione dei soci esistono

Oltre alla distribuzione di una parte degli utili, che rimane il metodo più comune, una società per azioni quotata in un mercato regolamentato può ricompensare i soci in altre due modalità principali. La prima è la ricezione di un compenso per ricoprire cariche sociali, in particolare per il ruolo di presidente, vice-presidente e membro del consiglio di amministrazione (consigliere esecutivo, non esecutivo o non esecutivo indipendente) e per le attività di amministratore o top manager.

La struttura di questo pacchetto retributivo è un mix bilanciato di componenti fisse e variabili: in media è costituita da quota fissa, bonus variabili in base alle prestazioni aziendali e compensi in strumenti finanziari equity. Stando ai numeri del 2024 Italy Spencer Stuart Board Index, i consiglieri non esecutivi di un campione di 100 società quotate tra Ftse Mib, Ftse Italia Mid Cap, Ftse Italia Small Cap ed Euronext Milan percepiscono un emolumento medio per la carica di 53.000 euro. La media dei compensi totali dei presidenti è di 1,23 milioni, mentre per chi ricopre posizioni manageriali importanti come gli amministratori delegati il compenso medio totale arriva a 2,65 milioni.

La seconda modalità nelle politiche di remunerazione è il rimborso delle spese. Quando gli amministratori o i manager si spostano per svolgere le loro attività in un luogo diverso dalla sede della società e per questo motivo sostengono degli esborsi, hanno diritto alle indennità previste dallo statuto. Esistono, infine, ulteriori politiche di remunerazione per i soci come il riconoscimento delle royalties su un marchio aziendale, che però sono decisamente meno diffuse. In linea generale, i modelli di remunerazione alternativi ai dividendi sono legati a criteri strategici di congruità ed equità e alle caratteristiche dell’azionariato, alla sua numerosità e frammentazione.

Immagine di Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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