Finanza comportamentale: ecco 5 fattori irrazionali degli investimenti

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La finanza comportamentale ha assunto negli anni un’importanza crescente nella gestione degli investimenti delle persone. Si è sempre discusso su quanto i comportamenti degli individui fossero in grado di determinare il prezzo degli asset sui mercati. La teoria dei castelli in aria, che si è contrapposta a quella delle solide fondamenta, ha portato avanti il concetto che quanto accade nei mercati finanziari è frutto delle azioni spesso irrazionali degli investitori. Ne è un classico esempio ciò che successe a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio con la bolla delle dot-com.

All’epoca le azioni delle società legate a Internet crebbero di valore in maniera sconsiderata. I trader acquistavano in preda a una fiducia cieca su una moda del momento, senza che questa fosse sostenuta da alcuna sostanza ravvisabile nei fondamentali delle aziende. In altri termini, le società quotate vedevano il loro valore di mercato salire a dismisura, ma per lo più erano aziende in perdita e senza vere prospettive di crescita del business. Bastava in pratica appartenere al settore della nuova tecnologia che avrebbe rivoluzionato il mondo perché tutti si catapultassero a comprare le azioni. Come finì è storia. Un bel giorno il mercato si svegliò, prese contatto con la realtà e la catastrofe si materializzò in tutta la sua potenza.

Finanza comportamentale: cosa determina il comportamento irrazionale

Secondo gli esperti di finanza comportamentale, è possibile ravvisare cinque aspetti che sintetizzano il comportamento irrazionale degli investitori:

 

  • Eccesso di fiducia
  • Errori di giudizio
  • Effetto gregge
  • Avversione alle perdite
  • Orgoglio e rimpianto

 

Eccesso di fiducia

Diversi studi di economisti e psicologi sugli operatori nei mercati finanziari hanno rilevato che c’è una tendenza all’eccesso di fiducia più accentuata nella finanza rispetto ad altre discipline. In pratica, gli investitori tendono a sovrastimare le proprie capacità, negando allo stesso tempo il ruolo del caso. Ne consegue che danno troppa importanza alle proprie conoscenze, sottovalutando il rischio e mettendo a repentaglio il controllo degli eventi. Nei mercati azionari tutto ciò si traduce in una serie di errori marchiani. Uno dei più importanti è la convinzione di poter battere il mercato. Di conseguenza, si specula di più rispetto a quanto si dovrebbe e si fanno troppe operazioni. La realtà mostrata dalle ricerche ha dimostrato che più operazioni si eseguono, peggiori risultano le performance. Un altro errore è quello di ricordare più facilmente i trade vincenti rispetto a quelli perdenti. In sostanza, si tende ad attribuire le vittorie alla propria capacità di prevedere il mercato e ad ascrivere gli esiti negativi a eventi eccezionali esterni. Tutto questo alimenta l’illusione che i mercati siano più prevedibili di quanto realmente siano.

 

Errori di giudizio

Spesso gli investitori vedono ciò che vogliono vedere e non quello che realmente accade. Lo fanno osservando un grafico che puntualmente calibrano sulla base delle proprie convinzioni personali. In tale contesto, si illudono di poter assumere il controllo della situazione costruendo tendenze che non esistono e credendo di identificare nei prezzi uno schema che permette di predire il futuro. Questi errori di giudizio derivano dall’utilizzo erroneo della somiglianza e della rappresentatività delle varie situazioni come mezzo per formare delle probabilità su ciò che potrebbe succedere. La realtà dimostrata è molto più semplice. Serie di rendimenti eccezionalmente elevati non durano nel tempo, almeno nel breve termine, in quanto sono seguiti da movimenti opposti che tendono a una regressione verso la media. Allo stesso modo, un mercato in discesa prima o poi torna a salire. Questo semplice modello si scontra con il meccanismo mentale che spesso si forma negli investitori che i mercati positivi andranno sempre meglio e quelli negativi continueranno a peggiorare.

 

Effetto gregge

Se in genere nella vita comune i gruppi prendono decisioni migliori degli individui presi singolarmente, in quanto vengono condivise più informazioni e si prende il meglio di tutti i punti di vista, lo stesso non può dirsi per ciò che accade nei mercati finanziari. Le più grandi catastrofi – dalla bolla dei tulipani a quella delle dot-com, a quella dei mutui subprime – sono state caratterizzate da una follia generalizzata a cui tutti si sono adeguati inopinatamente.

L’effetto gregge che si è venuto a creare da solo sintetizza quella che è la finanza comportamentale nella sua irrazionalità. In pratica, si crea una sorta di pensiero di gruppo, spinto dalla convinzione più o meno inconscia che l’idea delle masse sia quella corretta. Ciò che invece si viene a determinare è una situazione patologica, dove la paura di restare fuori da una comunità porta a staccare l’interruttore del pensiero.

L’aspetto più inquietante è che l’effetto gregge non si diffonde solo tra gli investitori poco sofisticati. Anche i gestori dei fondi cadono nella trappola. Uno studio condotto da tre grandi esperti di finanza comportamentale, quali Harrison Hong, Jeffrey Kubik e Jeremy Stein, ha concluso che i manager dei fondi di investimento avevano probabilità maggiori di possedere titoli dei loro colleghi nella stessa città. Questa forma di epidemia generale è ciò che Warren Buffett attribuiva agli amministratori delegati delle aziende, usando il termine “imperativo istituzionale”. A suo avviso, gli amministratori delegati tendevano a seguire le stesse mosse dei colleghi nello stesso settore per paura di risultare sprovveduti agli occhi degli azionisti.

 

Avversione alle perdite

L’avversione alle perdite è uno dei principali punti oscuri della finanza comportamentale e per questo più difficile da debellare per gli investitori. Vedere il segno rosso in un conto di trading è qualcosa di indigesto e insopportabile per la gran parte degli operatori di mercato. Se un portafoglio presenta titoli che stanno guadagnando molto e altri che stanno perdendo molto, l’investitore tende a chiudere quelli in profitto, lasciando aperte le posizioni in perdita. Ciò che sta dietro questo comportamento irrazionale è la non accettazione della  perdita di denaro. Liquidando i profitti si portano a casa soldi guadagnati senza correre il rischio di vederli sfumare; lasciando aperte le posizioni in perdita si aspetta e si spera di recuperarle grazie a una svolta del mercato. Peccato che molto spesso non accada nulla di tutto ciò. Se un titolo sta guadagnando è perché ci sono condizioni fondamentali che portano quell’asset a essere profittevole. Così come se un titolo è in perdita, non c’è niente di più facile che esistano delle condizioni strutturali che lo rendano incapace di guadagnare. In soldoni, è più probabile che un’azione in utile continui a salire che una in perdita si riprenda e recuperi il passivo.

 

Orgoglio e rimpianto

Questo quinto fattore di comportamento irrazionale si ricollega all’avversione alle perdite. Nei trader spesso subentra l’orgoglio di fronte a una scelta che si credeva corretta e si è rivelata errata. In quel caso, si fa fatica ad ammettere a sé stessi di aver preso un abbaglio e si insiste a tenere aperta la posizione aspettando che prima o poi il mercato ci dia ragione. Un comportamento del genere spesso si rivela suicida e aggrava sempre più una posizione già compromessa. Non c’è solo l’orgoglio a recitare un ruolo di primo piano in certe situazioni, ma anche la paura del rimpianto dell’abbandonare troppo presto una posizione che poi il mercato mostra essere corretta. Il timore di provare sensazioni di rimpianto, legato al fatto di non voler accettare una perdita, spesso porta a comportamenti autolesionistici. In termini pratici, occorre avere la forza di guardare avanti, concentrandosi su altri trade. Su ciò che è stato in poco tempo non rimane nemmeno il ricordo.

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Redazione

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