Flat tax: cos'è, come funziona e novità per 2023 - Borsa&Finanza

Flat tax: cos’è, come funziona e novità per 2023

Flat tax: cos'è, come funziona e novità per 2023

Una delle principali novità della Legge di Bilancio del Governo Meloni per il 2022 riguarda le regole sulla flat tax dei contribuenti italiani, che entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2023 dopo il passaggio parlamentare. L’argomento è stato oggetto di grande dibattito non solo tra gli economisti e le opposte fazioni parlamentari, ma anche all’interno della maggioranza di Governo. Entriamo quindi nei dettagli per capire come funziona realmente questo meccanismo fiscale, i vantaggi e gli svantaggi, nonché tutte le novità apportate dalla manovra finanziaria alla struttura già esistente.

 

Flat tax: definizione e caratteristiche

La flat tax, o tassa piatta, è un sistema di imposizione fiscale basato su un’aliquota fissa, una volta effettuate le detrazioni e deduzioni fiscali forfettarie dal reddito prodotto. Ciò avviene a prescindere dagli scaglioni di reddito, contravvenendo secondo alcuni almeno in parte ai principi della progressività dell’imposta sancita dall’art.53 della Costituzione italiana. Il tema però è controverso, in quanto secondo altri, grazie alle detrazioni, esenzioni e ai limiti di reddito per aderire al meccanismo fiscale, sarebbero rispettati i criteri cardine costituzionali.

Il principio di base della flat tax è che, stabilendo un’aliquota unica e normalmente bassa per ogni categoria di lavoratori, viene stimolata la produzione e combattuta l’evasione fiscale attraverso l’incentivo delle imprese a dichiarare i redditi prodotti. Lo slogan portato avanti da parte dei più accaniti sostenitori di questo sistema fiscale è quello del “pagare meno per pagare tutti”, in contraddizione totale rispetto al principio del “pagare tutti per pagare meno” inneggiato dagli osteggiatori della tassa piatta. Rispetto al sistema puro che coinvolge tutte le categorie di lavoratori, la flat tax all’italiana riguarda solo alcuni gruppi ed entro certe soglie di reddito.

 

Flat tax in Italia

Il primo in Italia a caldeggiare veramente un sistema di tassa piatta fu il Governo Berlusconi nel 1994, con uno studio fatto dal professor Antonio Martino, allievo del premio Nobel Milton Friedman, ideatore di tale regime fiscale nel 1956. Nel 2004 una forma di flat tax è entrata in vigore per le società, con l’IRES che ha avuto un’aliquota unica che oggi è del 24%. Fu però con il primo Governo Conte del 2018 che la formula fu generalizzata a tutte le partite IVA, essendo da sempre un baluardo della Lega di Matteo Salvini, che faceva parte della coalizione di Governo. Quel sistema è ancora in vigore oggi e prevede una tassazione del 5% per le startup e del 15% per i ricavi delle altre aziende sotto i 65.000 euro, a cui viene applicata una deduzione forfettaria a seconda delle categorie dei lavoratori.

 

Le novità delle Legge di Bilancio

Con la Legge di Bilancio 2022 alcune cose cambieranno rispetto al sistema vigente. In primo luogo, l’aliquota agevolata del 15% verrà estesa a tutti lavoratori autonomi e alle partite IVA che dichiarano ricavi fino a 85.000 euro dai 65.000 attuali. Se si dovesse superare la soglia massima di reddito prevista, si potrebbero configurare due situazioni:

 

  • ricavi compresi tra 85.001 e 100.000 euro. In questo caso il regime forfettario cessa la sua applicazione dall’anno successivo;
  • ricavi oltre 100.000 euro. Il regime decade dall’anno stesso.

 

In secondo luogo, sarà introdotta una flat tax incrementale per gli utili in più conseguiti rispetto al triennio precedente, con una franchigia del 5% e una soglia massima di 40.000 euro, mentre l’eventuale eccedenza è assoggettata alla tassazione ordinaria. La ratio di tale norma è quella di premiare la crescita, con uno stimolo alla produttività. Facciamo un esempio per chiarire il funzionamento. Supponiamo che l’impresa Alfa abbia conseguito nel 2023 un reddito di 500.000 euro, mentre nel 2022 di 460.000 euro, nel 2021 di 380.000 euro e nel 2020 di 350.000 euro. In tal caso, il reddito incrementale preso in considerazione è quello rispetto al 2022, che è l’anno di maggiori ricavi. Tale differenza è proprio di 40.000 euro (500.000-460.000 euro) e rientra nel massimale stabilito dalla legge. Per calcolare la base imponibile occorre però bisogna togliere la franchigia del 5% su 40.000 euro, ossia 2.000 euro. Quindi si determinerà il 15% di tassazione piatta su 40.000-2.000= 38.000. Tutto il resto verrà tassato secondo le aliquote IRPEF normali.

In terzo luogo, verranno rinforzati i premi produttività. Parliamo di compensi aggiuntivi erogati ai lavoratori in busta paga rispetto allo stipendio base a seguito del raggiungimento di performance migliorative da parte dell’azienda in termini di produzione, oppure semplicemente di innovazione, qualità e organizzazione. La tassazione sarà stabilita nella misura del 5% su premi entro i 3.000 euro (prima l’aliquota era del 10%) a condizione che i redditi non superano gli 80.000 euro lordi all’anno.

Una differenza importante riguardo le tre novità si riferisce alla durata. Mentre la flat tax strutturale non ha bisogno di rinnovo dal 2024, quella incrementale e sui premi di produttività vale fino al 31 dicembre 2023. Le intenzioni del Governo Meloni sono quelle di rendere tutto strutturale, ma i costi eccessivamente elevati per il momento consigliano di procedere con maggiore cautela.

 

Flat tax: pro e contro

Il tema della flat tax ha spaccato l’opinione pubblica, perché c’è chi la sostiene incondizionatamente e chi invece la critica senza possibilità d’appello. Per i favorevoli, la tassa piatta riduce la pressione fiscale per le famiglie, che aumenterebbero il loro potere d’acquisto stimolando la domanda, e per le imprese, che avrebbero maggiori risorse per gli investimenti. Alla fine, tutto il Paese ne troverebbe agio dal momento che la crescita sarebbe stimolata e si verificherebbe anche un’emersione del sommerso per via di una tassazione più bassa, soprattutto nei confronti delle categorie che più contribuiscono al gettito fiscale dello Stato. I detrattori ritengono invece che la flat tax sia profondamente iniqua perché, non rispettando il principio della progressività sancito dalla Carta Costituzionale, agevola i più ricchi a danno dei lavoratori, senza determinare un maggiore gettito fiscale per il Paese, anzi lo ridurrebbe.

 

I Paesi in Europa dove c’è la tassa piatta

In Europa il meccanismo della flat tax viene applicato solamente dai Paesi dell’Est. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, nel periodo immediatamente successivo a quello dell’applicazione dell’imposta piatta, tutti gli Stati hanno visto calare il gettito fiscale e hanno contestualmente ridotto la spesa pubblica e i contributi a fondo perduto. La maggioranza degli studi empirici forniscono risultati non proprio incoraggianti in merito alla crescita economica derivante dall’applicazione della flat tax. Così come non ci sono indicazioni che l’introduzione della flat tax si sia autofinanziata. Tuttavia, occorre dire che vari studi non evidenziano nemmeno un drammatico peggioramento nelle entrate fiscali.

Ad ogni modo, dal 2010 ad oggi, sette paesi hanno deciso di abbandonare l’aliquota unica. Di questi sette, cinque (Albania, Lituania, Macedonia, Rep. Ceca e Slovacchia) hanno reintrodotto un sistema a più aliquote per aumentare il gettito fiscale proveniente dai redditi delle persone fisiche e per ridurre le disuguaglianze economiche. Ecco oggi chi sono i Paesi dove è in vigore la flat tax e la rispettiva aliquota di tassazione:

 

  • Estonia – 24%;
  • Lettonia – 25%;
  • Lituania – 33%;
  • Russia – 13%;
  • Ucraina – 15%;
  • Slovacchia – 19%;
  • Romania -16%;
  • Macedonia del Nord – 12%;
  • Albania – 10%;
  • Bulgaria – 10%;
  • Repubblica Ceca – 23%

 

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