Fondi ESG: come si comporteranno con guerra Russia-Ucraina?
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Fondi ESG: come si comporteranno con guerra Russia-Ucraina?

Fondi ESG: come si comporteranno con guerra Russia-Ucraina?

I fondi ESG come si stanno comportando di fronte alla guerra Russia-Ucraina? Molti gestori hanno interrotto l’acquisto delle attività russe, ma in tanti casi si è trattato di una scelta obbligata, essendo che la Borsa di Mosca è chiusa dal 28 febbraio e nei Paesi occidentali è stato fatto divieto di acquistare il debito russo. Il problema di fondo è cosa succederà una volta che il mercato riapre e i prezzi dei titoli si riprenderanno dalla catastrofe a cui sono stati sottoposti dopo le sanzioni durissime imposte dall’Occidente. Per loro definizione i fondi ESG dovrebbero porre maggiore attenzione a ragioni di carattere etico e morale nella costruzione dei loro portafogli. E una guerra sanguinosa come quella che si sta svolgendo nell’Est Europa sarebbe un motivo più che valido per stare alla larga da certi asset. Ancor più se questi fanno parte di Paesi governati da autocrati. 

 

Russia: una bassa esposizione per il peso dei combustibili fossili

Per la verità non sono tantissimi i fondi sostenibili che hanno investito molto in attività russe. Alla fine del 2021, meno del 13% di 370 di queste tipologie di fondi deteneva azioni russe e la maggior parte di esse aveva un’esposizione inferiore al 2% nel mercato russo. Ma il motivo principale è riconducibile al fatto che la metà delle attività del Paese è concentrata sui combustibili fossili. Poi è chiaro che vi siano fattori che stridono con gli obiettivi che si pone un fondo ESG, come ad esempio il fatto che le società russe tendano ad avere una forte governance aziendale, una scarsa protezione della privacy e anche uno scadente rispetto dei diritti umani. L’invasione dell’Ucraina da parte del popolo guidato da Vladimir Putin ha sicuramente scosso le coscienze e probabilmente cambiato in maniera determinante l’approccio che i fondi ESG avranno nei confronti degli asset russi. Almeno fino a quando il Paese sarà guidato dal Premier attuale. Jon Hale, direttore della ricerca sulla sostenibilità negli Stati Uniti presso Sustainalytics, ha affermato che è molto difficile che gli investimenti esteri e le attività commerciali vedranno ancora il livello che hanno avuto in Russia prima dell’invasione dell’Ucraina. A suo avviso, oggi le aziende operano con molta più responsabilità e gli investitori sono maggiormente consapevoli dei loro investimenti, ossia di dove va a finire il denaro impiegato. Quanto sta succedendo dovrà servire come avvertimento dei rischi che certi regimi autocrati comportano, asserisce Hale.

 

Fondi ESG: la questione della Cina

E la Cina? In tutto questo discorso Pechino ci entra in pieno, perché anche lì vi è un regime autocrate che mal si sposa con certi obiettivi che si prefiggono i fondi ESG. Il problema tuttavia in questo caso sarebbe un po’ più complesso. Per molti fondi rimuovere la Russia da loro portafogli potrebbe non essere una cosa complicata, dal momento che il Paese non è una grande componente per il mercato globale. Liberarsi dagli investimenti cinesi invece è un percorso molto più difficile da intraprendere. Da solo il Dragone rappresenta il 30% degli indici dei mercati emergenti. Non solo, da molti è visto come un’opportunità molto interessante. Questo potrebbe rappresentare un freno molto grosso e mettere i fondi ESG in una posizione non proprio ideale. A un certo punto si tratterà di sciogliere un dilemma: se perseguire la strada delle performance e delle opportunità oppure se rimanere coerenti con una certa visione etica degli investimenti. L’esperienza della Russia potrebbe servire a qualcosa, ma forse non essere abbastanza.

 

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