C’è un silenzio strano, quasi impercettibile, che attraversa il mondo della tecnologia in questo momento storico. Non è il ronzio dei data center, né il frastuono dei server che macinano codici e calcoli a ritmi impossibili per qualunque mente umana. È un silenzio più profondo, che si sente quando un’azienda (HP in questo caso) annuncia migliaia di licenziamenti non perché è in crisi, non perché il mercato chiede una cura dimagrante, non perché un prodotto non vende più. È un silenzio glaciale, tecnocratico, che nasce quando il motivo dichiarato dei tagli è il contrario di una crisi: è il progresso. È l’idea, nero su bianco, che un algoritmo può fare meglio di un uomo. E soprattutto può costare molto di meno.
Dentro questo silenzio è caduta, nelle ultime ore, la notizia che Hp ha annunciato di ridurre di circa 4.000–6.000 posti di lavoro globali entro il 2028. Una sforbiciata che non ha nulla a che fare con prodotti obsoleti o trimestri da dimenticare. Al contrario: Hp dichiara apertamente che questi licenziamenti sono una conseguenza dell’adozione massiccia dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi produttivi, dei sistemi operativi e persino delle funzioni aziendali più delicate.
In questo articolo:
- Dietro al bilancio di Hp
- Il perché dei licenziamenti di Hp
- L’ondata globale dei licenziamenti
Dietro al bilancio di Hp
Quella di Hp è una decisione che colpisce perché sembra rovesciare la logica economica a cui eravamo abituati. Di solito, le aziende riducono personale quando i conti zoppicano. Qui è l’opposto: la società tech taglia mentre – almeno sulla carta – continua a crescere. Infatti, secondo gli ultimi dati di bilancio, Hp ha registrato ricavi per 55,3 miliardi di dollari. Paradossalmente è proprio questa dinamica di crescita e ristrutturazione insieme che rende il caso Hp così emblematico: non c’è un mercato in crisi, ma un re-engineering profondo, voluto e pianificato.
Entrando nel merito dei numeri, il bilancio di Hp mostra elementi che, letti insieme, spiegano perché la direzione della società abbia puntato sull’automazione. L’azienda ha generato un free cash flow di circa 2,9 miliardi di dollari e un cash flow operativo di circa 3,7 miliardi. Contemporaneamente la società ha restituito agli azionisti circa 1,9 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisto di azioni. Nonostante questi segnali di solidità, però, i margini non entusiasmano: l’utile per azione diluito è stato di 2,65 dollari, mentre su base non-GAAP si è attestato su 3,12 dollari, in calo rispetto all’anno precedente.
Questa discrepanza – flusso di cassa solido ma margini in flessione – suggerisce che Hp sta guardando a lungo termine, cercando di coprire i costi crescenti (chip, materie prime, logistica) e prepararsi a un mercato che richiede macchine “AI-ready”. Il risultato: adottare l’IA non come gadget, ma come leva strategica, anche se significa tagliare posti di lavoro.
Il perché dei licenziamenti di Hp
Il taglio di 4.000–6.000 posti di lavoro non è un click improvviso. È parte di un piano annunciato con chiarezza. Hp prevede di sostenere circa 650 milioni di dollari di costi per la ristrutturazione, con circa 250 milioni nel solo anno fiscale 2026. Dall’altra parte dell’equazione, c’è una promessa: 1 miliardo di dollari di risparmi lordi per anno entro il 2028.
Nel dettaglio, il piano dei licenziamenti non riguarda solo il risparmio, ma anche la trasformazione strutturale dell’azienda: sviluppo prodotto, operazioni interne, customer support, tutti segmenti nei quali l’IA è già vista come possibile sostituta di lavoro umano.
In questa direzione, Hp non è la prima – e probabilmente non sarà l’ultima – ma è tra le prime grandi società tech a dichiarare apertamente che “sì, l’intelligenza artificiale sostituirà posti di lavoro“. E lo fa non per diminuire costi a breve termine, ma come parte di un piano di medio termine: ridurre il costo del lavoro, ridisegnare processi, aumentare efficienza, preservare margini, per proteggere l’azienda in un mercato incerto. Il paradosso, che pesa come una condanna, è che la crescita delle vendite, il flusso di cassa robusto, i dividendi agli azionisti convivono con la decisione di tagliare migliaia di posti di lavoro. Non perché il mercato rallenta, ma perché la tecnologia “lo consente”.
E questa dinamica non riguarda solo HP. È parte di un trend più vasto: aziende che sostituiscono lavoro con algoritmo, che riducono personale pur producendo di più. Quella che una volta si chiamava “automazione industriale” oggi è “automazione cognitiva”: non servono robot muscolari, servono algoritmi che imparano, decidono, gestiscono.
L’ondata globale dei licenziamenti
La decisione di Hp è in realtà l’ultima tessera di un mosaico che negli ultimi due anni si è composto con una velocità impressionante. La sensazione è che il mondo tech stia vivendo una fase in cui l’intelligenza artificiale non è più un settore da esplorare, ma una leva operativa per ridefinire la struttura delle aziende. E quando si parla di ridefinire strutture, purtroppo si parla quasi sempre di ridurre personale.
La dinamica è già stata evidente in Amazon, dove già nel 2023 Andy Jassy aveva annunciato che la generative AI avrebbe comportato meno persone in alcuni ruoli e più in altri, sottolineando come la forza lavoro corporate si sarebbe ridotta nei successivi anni. Una dichiarazione che anni dopo ha portato la società alla decisione di tagliare nei prossimi anni almeno 500mila posti di lavoro.
Non bisogna dimenticare poi il caso di BT Group, la compagnia britannica delle telecomunicazioni. Lo scorso giugno, Allison Kirby, amministratore delegato della società, ha dichiarato al Financial Times che la società intende tagliare più di 40mila posti di lavoro e di ridurre i costi entro la fine del decennio. Stime che secondo Kirby “non riflettono il pieno potenziale dell’intelligenza artificiale”. Oppure ancora Ibm, con l’a.d. Arvind Krishna che già nel 2023 ha stimato che circa 7.800 posti di lavoro (circa il 30% dei ruoli Ibm non a contatto con i clienti) potrebbero essere sostituiti dall’intelligenza artificiale nei prossimi 5 anni.
La verità è che non stiamo assistendo a una serie di eventi scollegati. Stiamo assistendo alla costruzione di un nuovo modello economico: un modello in cui l’intelligenza artificiale non è una tecnologia, ma un criterio organizzativo. Un criterio che stabilisce cosa è “ottimizzabile”, cosa è “sostituibile”, cosa è “non più necessario”. Un modello che, se non interrogato ora, rischia di definire i prossimi decenni con una severità mai vista.









