I disavanzi commerciali costano all'Italia il 3% del Pil
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I DISAVANZI COMMERCIALI COSTANO ALL’ITALIA IL 3% DEL PIL

Per far crescere redditi e occupazione i saldi negativi vanno riequilibrati, aumentando le quote del nostro export. I dati mostrano poi, l’importanza di un percorso di autosufficienza nel settore energetico. Meglio escludere invece: dazi, autarchia e trattative extra Ue senza l’Europa

Le barriere doganali certamente No, trattative commerciali con paesi extra Ue senza l’Europa nemmeno, l’autarchia è da escludere ma una riflessione sui disavanzi commerciali dell’Italia certamente va fatta. Analizzando i saldi con i singoli paesi e sommando i 5 saldi negativi più importanti, si arriva ad uno sbilanciamento di 53 miliardi di euro, il 3% del pil.

Potrebbe non essere utile per molti ma è meglio ricordare cos’è un disavanzo. Si tratta della differenza fra quanto riusciamo a vendere in un determinato paese e quello che invece dallo stesso ci comprano.

I disavanzi e gli avanzi commerciali con la globalizzazione hanno determinato pesanti cambiamenti nel tenore di vita di gran parte della popolazione mondiale, nel bene o nel male. La globalizzazione è un processo dal quale difficilmente si tornerà indietro ma è opportuno correggerne alcune storture, non piangendosi addosso ma rimboccandosi le maniche: aumentare appeal, competitività e poi vendere, vendere, vendere.

Il risultato della bilancia commerciale, export meno import è una delle 4 componenti del pil (le altre sono: consumi, spesa pubblica e investimenti delle imprese).

Il pil a sua volta è una misura del benessere del paese ed è legato all’occupazione.

Se vogliamo migliorare il pil, necessariamente quindi, dobbiamo vendere in misura più ampia all’estero.

Avanzi a rischio

L’Italia ha si una posizione di avanzo globale ed è, quindi, un esportatore netto ma analizzando i dati si scopre che il 97% del saldo positivo è concentrato su soli 2 paesi, non sarebbe nemmeno un grande problema se non si scoprisse che questi 2 partner sono: Stati Uniti e Regno Unito. Nel dettaglio, abbiamo maturato avanzi nel 2018 da questi 2 paesi per 37 miliardi di euro, rispetto a +39 miliardi del nostro risultato complessivo con l’estero.

Come è noto questi 2 saldi attivi sono a rischio. Gli Stati Uniti stanno cercando da almeno 3 anni di migliorare la loro posizione commerciale attraverso misure “muscolari” come i dazi, con effetti anche indesiderati. Le tariffe doganali finiscono per deprimere l’intero commercio globale e rischiano di innescare misure ritorsive.

Uk dall’altro lato, con un referendum, ha già deciso di uscire dall’Ue e questo comprometterà probabilmente una parte del nostro saldo attivo.

Così i disavanzi

Passiamo alla nota più dolente, quella dei disavanzi. Le cose vanno davvero male con la Cina. Dal paese del dragone importiamo quasi 31 miliardi di euro di prodotti all’anno (2018) ed esportiamo solo per 13, una differenza di 17 miliardi di euro. Ci giochiamo con loro 1 punto di pil. Se paradossalmente azzerassimo la bilancia commerciale con la Cina, con esportazioni uguali ad importazioni, 250 mila persone potrebbero trovare un lavoro, riducendo la disoccupazione di quasi 1 punto percentuale.

Le cose non vanno bene nemmeno con la Germania. Questo paese assorbe si il 12% delle esportazioni italiane, 58 miliardi di euro, ma le importazioni mostruose (70 miliardi di euro) affossano completamente la bilancia commerciale, -12 miliardi di euro, lo 0,6% del pil.

Sempre sul fronte dei disavanzi, l’analisi dei dati mostra infine alcune sorprese. Subiamo deficit significativi con l’Olanda (11 miliardi, lo 0,6% del pil) e con il Belgio (6 miliardi, lo 0,3% del pil). Il disavanzo con il paese dei “mulini a vento” è pari, quindi, quasi a quello con la Germania.

Riflessioni sul tasso di cambio

Il risultato positivo della Germania e dell’Olanda nei nostri confronti è viziato sicuramente dall’euro. Una valuta che ricorda più un sistema di cambi fissi che una moneta. Le politiche fiscali, la crescita ed i livelli di debito di questi 2 paesi sono molto divergenti da quelli dell’Italia e la valvola di sfogo compensativa della svalutazione naturale della moneta non esiste più. D’altra parte il nostro paese ha goduto di importanti vantaggi con l’euro: mercato unico, riduzione della spesa per interessi, assorbimento dell’offerta dei titoli di Stato. Non è escluso che senza euro, visto gli alti livelli di debito, sarebbe stata inevitabile una deriva iper inflattiva o addirittura un default (insolvenza).

Un uso prudente e razionale del tasso di cambio, evitando che si apprezzi in modo abnorme, è cruciale per l’andamento delle esportazioni.

La Banca Centrale Europea non ha nel suo mandato ne il tasso di cambio, ne tanto meno la crescita ma solo ed esclusivamente la stabilità dei prezzi. Una riforma forse sarebbe opportuna per allineare gli obiettivi a quelli delle altre banche centrali ma occorre realisticamente tenere conto delle resistenze tedesche. La Germania da sempre teme l’inflazione più di ogni altra cosa.

Ad ogni modo la Bce indirettamente nel recente passato e nel presente tiene stabile il tasso di cambio, un ambiente ideale per far lievitare le esportazioni.

Le materie prime affossano le partite con l’estero

Ma quali sono i prodotti che deteriorano la nostra bilancia commerciale? Il comparto energetico e delle materie prime è quello che offre il peggiore contributo. Nel 2018 abbiamo importato petrolio ed energia per circa 43 miliardi di euro (27 di oil e 14 di gas). Lo sbilancio mette in evidenza la necessità quasi immediata di una politica di autosufficienza della produzione energetica simile a quella messa in campo nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti. In assenza di giacimenti di petrolio significativamente importanti sul nostro territorio, l’unica strada percorribile è quella delle rinnovabili o quantomeno più realisticamente di aumentarne la quota sul totale delle necessità. Una strateiga, fra l’altro, sempre più sentita perchè complementare a quello dello sviluppo sostenibile.

Scorrendo la classifica dei settori merceologici con maggiore squilibrio si ritrova, inoltre, la chimica (11 miliardi di euro di disavanzo) e la siderurgia (6,76 miliardi di euro).

Gli sfizi di comprare auto con produzione diversa da quella tricolore e smartphone ci costano rispettivamente 11 e 8 miliardi di euro.

I primati italiani nell’export globale

L’Italia ha anche una serie di primati nelle vendite globali, i dati confermano la moda come uno dei settore trainanti, 27 miliardi di euro di saldo attivo. Le sole calzature concorrono al saldo positivo per circa 10 miliardi di euro, gli accessori per 11.

La meccanica è sicuramente meno sexy della moda ma rappresenta il vero primato italiano, 61 miliardi di saldo netto positivo. Il settore vale 2 volte la moda.

Che fare

Dando per assodata la necessità di far crescere il pil attraverso l’export si tratta di capire come. Le opzioni in campo sono 3: riequilibrare i disavanzi con i paesi dove siamo maggiormente esposti attraverso bilaterali e magari non scavalcando o indispettendo l’Ue; secondo esplorare le economie in crescita, dove le vendite sono ancora limitate; o terzo un mix di entrambe le precedenti. Come detto senza mettere in discussione la politica energetica, il tutto potrebbe diventare vano e fumoso.

Una fase di ascolto ed una di test sono ineludibili, partendo dalle esperienze che sono già in campo. Soggetti con skill ed expertise ce ne sono diversi: dalle Direzioni del Mise, all’Ice (Istituto per il Commercio Estero) passando per i Dipartimenti dedicati all’Export delle associazioni delle imprese, alla Sace, fino ad arrivare alle diverse Camere di Commercio che in giro per il mondo garantiscono relazioni commerciali bilaterali.

Siamo italiani abbiamo abbiamo forza, creatività ed intelligenza per farlo. Vai Italia, spingi!

 

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Redazione

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