L’IA sfida i colletti bianchi, i lavori a rischio sono quelli che richiedono più istruzione

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Per decenni il mantra è stato lo stesso: i lavori sicuri sono quelli che richiedono istruzione e pensiero complesso. Un nuovo studio congiunto di Coface e dell’Observatoire des Métiers Menacés et Émergents (OEM) smonta questa certezza: con l’IA agentiva sono proprio ingegneri, avvocati e analisti finanziari a trovarsi in prima linea. Attraverso una metodologia inedita applicata a 923 professioni in quasi trenta Paesi, la ricerca fotografa un’esposizione all’automazione molto più vicina ai piani alti del mercato del lavoro di quanto si pensi, con conseguenze che si estendono dal gettito fiscale al valore dei titoli di studio, fino agli equilibri geopolitici.

In questo articolo:

  • AI, a rischio le professioni cognitive e qualificate
  • Intelligenza artificiale e lavoro: l’Italia sotto la media europea
  • Un’onda che va oltre i posti di lavoro: i rischi sistemici dell’IA

AI, a rischio le professioni cognitive e qualificate

Per superare i limiti delle analisi tradizionali, OEM e Coface hanno costruito un approccio dal basso verso l’alto che si distingue per tre caratteristiche fondamentali: granularità, riproducibilità e prospettiva temporale. Ciascuna delle 923 professioni analizzate è stata scomposta in mansioni, a loro volta frammentate in azioni elementari descritte come “triplette” (verbo, oggetto, contesto). Questo approccio elimina la dipendenza da giudizi soggettivi di esperti, storicamente una delle principali fonti di distorsione nelle analisi sull’automazione. Il dato strutturalmente più rilevante dello studio riguarda la natura delle professioni esposte, che segna una discontinuità netta rispetto alle precedenti ondate di automazione. Robotica e software avevano colpito prevalentemente i lavori manuali e ripetitivi — le linee di assemblaggio, la gestione documentale di base, le attività di routine. L’IA agentiva opera su un piano diverso: punta alle mansioni cognitive, complesse e non routinarie, quelle che fino a ieri si riteneva fossero per definizione al riparo dall’automazione. Nello scenario principale, circa una professione su otto supera la soglia del 30% di mansioni automatizzabili, individuata dagli autori come livello critico oltre il quale si apre la strada a una ricollocazione potenzialmente significativa del personale. Le aree più vulnerabili sono quelle ad alta intensità di informazione: ingegneria e IT, ruoli amministrativi e di management, finanza, diritto e alcune professioni creative e analitiche. In termini aggregati, più di un quarto del contenuto lavorativo complessivo risulta potenzialmente automatizzabile in questi settori.

All’estremo opposto si trovano le professioni manuali o ad alta componente relazionale — manifattura, edilizia, manutenzione, trasporti, ristorazione, pulizie e alcune attività sanitarie e assistenziali — che restano sotto la soglia del 10%. Le professioni nell’ambito dell’istruzione, delle vendite e del contatto diretto con il pubblico occupano una posizione intermedia: alcune mansioni sono esposte, ma la dimensione umana continua a rappresentare un fattore di protezione rilevante. Gli autori, tuttavia, precisano che si tratta di una misurazione dell’esposizione tecnica delle mansioni, ossia lo studio non anticipa il volume di perdite nette di posti di lavoro, non incorpora le dinamiche della domanda né la potenziale creazione di nuove figure professionali.

Intelligenza artificiale e lavoro: l’Italia sotto la media europea

Con il 15,5% del contenuto delle mansioni a rischio nello scenario “Special Agent”, l’Italia si posiziona leggermente al di sotto della media europea, collocandosi in un cluster dell’Europa meridionale insieme a Portogallo, Spagna e, in misura meno marcata, Grecia, Bulgaria, Romania e Turchia. A spiegare questo posizionamento è la struttura economica e occupazionale del Paese: commercio al dettaglio, alloggio, ristorazione, trasporti, attività immobiliari e manifattura pesano significativamente più che nella media europea, mentre informazione, comunicazione e servizi professionali e scientifici occupano uno spazio relativamente più contenuto. Ne deriva una struttura occupazionale caratterizzata da un’ampia fascia intermedia di lavoro impiegatizio, amministrativo, commerciale e tecnico, con una presenza più limitata dei ruoli apicali dell’economia digitale e corporate che risultano i più esposti.

All’estremo opposto si trovano le economie più ricche e orientate ai servizi qualificati: il Regno Unito raggiunge quasi il 20% di contenuto lavorativo esposto, seguito da Paesi Bassi, Irlanda e Lussemburgo, tutti caratterizzati da un’alta concentrazione di professioni ad alta intensità di informazione. Pietro Vargiu, country manager di Coface Italia, ha commentato che il posizionamento sotto la media europea, però, “non deve indurre a un falso senso di sicurezza”: ciò che oggi protegge il tessuto produttivo italiano non costituisce una barriera permanente. Quando l’IA agentiva raggiungerà piena maturità, ha avvertito Vargiu, “gli effetti si propagheranno lungo tutta la catena del valore, coinvolgendo anche le filiere oggi apparentemente al riparo”. La vera sfida per le imprese italiane, secondo il manager, è anticipare la trasformazione ripensando competenze, processi decisionali e modelli organizzativi, prima che il cambiamento “diventi subìto anziché governato”.

Un’onda che va oltre i posti di lavoro: i rischi sistemici dell’IA

Lo studio allarga l’orizzonte dell’analisi ben oltre la questione occupazionale, identificando una serie di effetti sistemici che rischiano di investire le fondamenta stesse dei modelli economici e sociali contemporanei. Il primo riguarda la distribuzione del valore: automatizzando mansioni svolte nelle professioni più qualificate e meglio retribuite, l’IA potrebbe spostare una quota significativa del valore aggiunto dal lavoro al capitale. Per i sistemi fiscali che poggiano in misura rilevante sulla tassazione diretta e indiretta del lavoro, questa transizione genera una doppia pressione sui conti pubblici, con minori entrate da contributi previdenziali, imposte sul reddito e IVA, a fronte di una potenziale crescita della spesa per ammortizzatori sociali e programmi di riqualificazione professionale. Il secondo effetto sistemico riguarda il valore dell’istruzione.

Se le mansioni associate a lunghi e costosi percorsi formativi diventano più facilmente automatizzabili, il legame tradizionale tra titolo di studio, livello retributivo e sicurezza occupazionale rischia di indebolirsi strutturalmente. Lo studio non sostiene che l’istruzione superiore diventi superflua, ma suggerisce che idatori di lavoro potrebbero progressivamente privilegiare competenze complementari all’IA, come capacità di giudizio, adattabilità, supervisione dei sistemi rispetto ai titoli accademici in sé. Il terzo fronte aperto è quello geopolitico: la concentrazione delle infrastrutture critiche dell’IA (semiconduttori, modelli linguistici di frontiera, data center) in un numero limitato di aziende e Paesi genera nuove forme di dipendenza tecnologica, con potenziali ricadute sulla sovranità economica e sulla resilienza operativa delle nazioni che non controllano queste tecnologie.

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Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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