La Francia accusa l’Italia di fare dumping fiscale: ma cos’è e quali sono i Paesi che lo praticano?

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Dopo il diverbio tra il presidente francese Emmanuel Macron il vicepremier Matteo Salvini, l’asse Parigi-Roma si arricchisce di un nuovo scontro. Questa volta provocato dal premier transalpino François Bayrou che nella sua intervista a 4 reti televisive francesi in vista del voto di fiducia dell’8 settembre ha accusato l’Italia di praticare dumping fiscale, attirando ricchi contribuenti con regimi di favore e sottraendo così gettito alla Francia. Un’accusa che probabilmente segue le paure francesi di finire dietro al nostro Paese e che Palazzo Chigi ha etichettato come “falsa”, ricordando che la questione va discussa nelle sedi comunitarie, non nei talk show. Al di là della polemica politica, il tema merita una riflessione più ampia. Che cos’è davvero il dumping fiscale? Chi lo pratica in Europa? E quali effetti produce sui mercati e sulla concorrenza?

 

In questo articolo:

 

  • Cos’è il dumping fiscale
  • Chi lo fa davvero: Irlanda, Lussemburgo, Olanda
  • E l’Italia?
  • Quanta perdita fiscale si stima per l’Italia

 

Cos’è il dumping fiscale

Con “dumping fiscale” si indica una forma di concorrenza fiscale dannosa: un Paese abbassa selettivamente la pressione tributaria, spesso con regimi dedicati a non residenti o a determinati redditi, così da attrarre basi imponibili a scapito di altri Stati. L’Unione Europea ha codificato il concetto già nel 1997 con il Codice di condotta sulla tassazione delle imprese, aggiornato nel 2022. L’Ocse lo affronta nell’ambito del progetto Beps, imponendo che i vantaggi fiscali siano giustificati da sostanza economica reale.

In questa direzione, l’adozione della global minimum tax al 15% per i gruppi multinazionali sopra i 750 milioni di ricavi, recepita dall’Ue nel 2024, ha ridotto notevolmente la convenienza di certe strategie basate unicamente su aliquote ridotte. Ma non ha cancellato la competizione fiscale: l’ha solo spostata su regimi più sofisticati.

 

Chi lo fa davvero: Irlanda, Lussemburgo, Olanda

Gli hub europei storicamente accusati di concorrenza dannosa non sono Italia o Francia, ma Paesi come Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi. Qui operano regimi che riducono drasticamente il carico fiscale su proprietà intellettuale, royalties e dividendi. In Irlanda il “Knowledge Development Box” tassa al 6,25% il reddito qualificato da brevetti, mentre una fitta rete di trattati fiscali agevola lo spostamento di utili.

In Lussemburgo l’IP box garantisce un’esenzione dell’80% sui redditi da intangibili, portando l’imposta effettiva a circa il 5%. Nei Paesi Bassi l’Innovation Box consente di tassare al 9% i profitti derivanti da proprietà intellettuale. Questi regimi rispettano formalmente i criteri Ocse, ma nella pratica consentono a multinazionali globali di far transitare miliardi di utili con imposte marginali. Gli scandali come LuxLeaks hanno mostrato l’ampiezza del fenomeno, mentre indagini dell’Ue hanno accertato che alcuni rulings, come nel caso Apple, costituivano aiuti di Stato.

A questi hub si affiancano altri Stati membri che usano leve diverse. Malta applica un sistema di rimborsi che porta l’imposta effettiva per gli azionisti non residenti al 5%. Cipro combina un’imposta societaria al 12,5% con un regime IP box che riduce l’onere al 2,5% sui redditi da brevetti. L’Ungheria, infine, mantiene la corporate tax più bassa dell’Ue, al 9%, affiancata da imposte locali: un modello di attrazione generalista, più che di selezione per settori o investitori.

 

E l’Italia?

L’accusa francese guarda soprattutto al regime italiano per persone fisiche ad alto reddito. Dal 2017, infatti, l’Italia prevede una flat tax sostitutiva sui redditi esteri dei nuovi residenti: inizialmente 100.000 euro l’anno, portata a 200.000 per i trasferimenti successivi all’agosto 2024. È un regime ring-fenced, pensato per attrarre individui di grande patrimonio senza tassare i loro redditi maturati all’estero.

L’Italia non è però sola. La Grecia offre un’imposta sostitutiva di 100.000 euro per i “nuovi residenti facoltosi”. Il Portogallo ha appena chiuso lo storico regime NHR, sostituendolo con una variante più ristretta, mentre la Spagna mantiene agevolazioni per professionisti stranieri. In questo senso Roma non è un unicum, ma parte di una corsa europea ad attrarre capitali e persone altamente mobili. Sul fronte delle imprese, invece, l’Italia non ha patent box a bassa aliquota: lo strumento è stato trasformato in super-deduzioni sui costi di ricerca e sviluppo. Inoltre, con l’IRES al 24% e la piena applicazione della minimum tax, non rientra nei Paesi accusati di dumping strutturale.

Alla luce di ciò, l’accusa di Bayrou all’Italia appare strumentale: sul piano societario Roma è perfettamente in linea con gli standard europei e Ocse; sul piano personale adotta un regime simile a quello di altri partner Ue. I veri hub di dumping restano altri: i Paesi che da anni intercettano utili globali con regimi su misura per multinazionali.

 

Quanta perdita fiscale si stima per l’Italia

Il rapporto State of Tax Justice 2024 del Tax Justice Network fornisce una stima dettagliata paese per paese delle perdite fiscali “dirette” attribuibili ad abusi fiscali internazionali (profit shifting e ricchezza offshore non dichiarata). Per l’Italia il rapporto stima una perdita annua complessiva pari a circa 11,19 miliardi di dollari (USD). Di questi, circa 8,2 sono classificati come perdita dovuta ad abusi fiscali delle multinazionali (corporate tax abuse) e 2.96 come perdita dovuta a ricchezza offshore non dichiarata di individui (wealth tax abuse). Quindi, ragionando per ordini di grandezza, l’Italia perderebbe dall’ordine dei 10–11 miliardi di dollari l’anno a causa di questi meccanismi. 

È importante spiegare che il Tax Justice Network calcola un “misalignment” fra dove i profitti sono contabilizzati dalle multinazionali e dove l’attività economica reale avviene. Su quella base viene stimato l’importo di profitti “spostati” e, applicando aliquote, la perdita di gettito diretto stimata. Il rapporto nota esplicitamente che queste sono stime dirette e che le perdite indirette (spillover, riduzione della base imponibile, effetti sul ritorno degli investimenti, ecc.) possono essere più grandi.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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