C’è un’immagine che sintetizza bene la traiettoria dell’Italia degli ultimi anni: più occupati, ma stipendi più leggeri. Dopo la pandemia, il Paese si è ritrovato a fare i conti con una contraddizione apparente che in realtà nasconde dinamiche profonde e strutturali. Se dal 2019 al 2024 il mercato del lavoro ha registrato un aumento del numero di occupati, dall’altra le retribuzioni reali, ossia il potere d’acquisto dei salari, hanno imboccato una strada opposta. Aspetto che, combinato all’aumento dell’inflazione e alle rigidità contrattuali, ha determinato un impoverimento silenzioso di milioni di lavoratori.
In questo articolo:
- Lavoro, più occupati meno soldi in tasca
- I settori trainanti
- I settori in difficoltà
- Lavoro, difficile reperire risorse
Lavoro, più occupati meno soldi in tasca
L’ultimo report di Banca d’Italia fotografa bene questo scenario: l’occupazione cresce, ma non basta a garantire un miglioramento diffuso delle condizioni di vita. La qualità del lavoro, intesa come remunerazione, stabilità e possibilità di carriera, resta il nodo centrale. Il cuore del problema sta nel fatto che la dinamica salariale non si muove allo stesso ritmo nei diversi comparti.
L’occupazione tra il quarto trimestre 2019 e la fine del 2024 è aumentata di circa il 4,4 per cento in media annua, con contributi particolari dalla crescita nel settore delle costruzioni e dallo sblocco delle assunzioni nella sanità e, più in generale, nei servizi pubblici. Nel complesso, gli occupati italiani sono aumentati di oltre un milione di unità, portando il tasso di occupazione al 61,5%, in avvicinamento alla media europea che viaggia intorno al 70%.
Eppure, se si guarda ai salari, la fotografia cambia. Secondo l’Eurostat, le retribuzioni medie annue lorde in Italia nel 2023 sono state pari a circa 34.000 euro, contro i quasi 46.000 della Germania e i 44.000 della Francia. Non solo il gap resta ampio, ma negli ultimi cinque anni i salari reali italiani sono diminuiti di circa il 3%, mentre in Francia e Germania hanno registrato un leggero incremento. In termini concreti, significa che una parte consistente dei lavoratori italiani oggi guadagna meno, in termini di potere d’acquisto, rispetto al 2019. Questo arretramento non è uniforme. Ci sono settori che hanno beneficiato della transizione digitale e della domanda di competenze qualificate, vedendo le retribuzioni crescere sensibilmente. Altri, invece, sono rimasti schiacciati tra inflazione, concorrenza e produttività stagnante.
I settori trainanti
Come evidenzia il report di Banca d’Italia, è l’insieme che include i servizi legati all’informazione e alla comunicazione (il comparto “J” della classificazione Ateco), ad aver fatto registrare numeri importanti. In questo settore l’occupazione è cresciuta nel quinquennio del 9,3 per cento. Non è solo un fatto di più addetti: è un fenomeno accompagnato da aumenti di investimenti per addetto e, soprattutto, da rendimenti salariali migliori rispetto al resto dell’economia.
Nelle imprese che producono software, servizi informatici e comunicazione digitale, la domanda di figure con competenze tecniche e cognitive ha creato un’offerta salariale superiore alla media, in particolare per profili specialistici come sviluppatori, data scientist, ingegneri del software e figure emergenti legate alla cybersecurity. Le imprese che adottano tecnologia avanzata e intelligenza artificiale tendono a offrire condizioni retributive più favorevoli. Ciò dimostra come l’adozione di IA sia correlata a politiche salariali migliori e a una maggiore assunzione di professioni complementari alla tecnologia.
Quali sono, in termini concreti, le cifre per questi profili? I dati amministrativi e le rilevazioni di mercato mostrano una forchetta ampia a seconda del ruolo e del livello di esperienza. Per dare alcune indicazioni concrete, le rilevazioni di piattaforme di mercato del lavoro e studi settoriali segnalano che figure IT senior e ruoli specialistici in ambito cybersecurity o data science possono avere retribuzioni lorde annue che vanno da 40.000 a oltre 80.000 euro nelle grandi realtà e multinazionali, mentre ruoli junior si collocano spesso fra 28.000 e 45.000 euro lordi annui, con variazioni marcate per area geografica (Milano vs province del Sud). Il portale Glassdoor evidenzia medie annue per professioni informatiche attorno a 45–48 mila euro in base alle segnalazioni aziendali, pur con ampia variabilità per seniority e settore.
Il secondo grande gruppo di settori con dinamiche retributive favorevoli è costituito dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (codice “M”), che nel complesso sono cresciute del 12,4 per cento fra 2019 e 2024. Qui rientrano studi di consulenza, attività legali e contabili, ingegneria, ricerca e sviluppo, e altre professionalità ad alto-valore. Le retribuzioni in questi comparti sono state sostenute da una domanda crescente e dalla capacità delle imprese di trasferire parte del valore aggiunto in salari per trattenere talenti. Anche in questo caso la forbice è ampia: partner e manager nelle società di consulenza o professionisti con specializzazioni tecniche vedono salari che si collocano ben al di sopra della media nazionale. I livelli di accesso per figure junior sono più contenuti ma in crescita. Le ricadute retributive si avvertono anche nell’ambito sanitario e dell’istruzione specializzata, dove l’aumento del personale, fatto di figure qualificate, ha tenuto alti i salari e le condizioni di lavoro in alcuni segmenti.
Infine, abbiamo le imprese ad alta intensità tecnologica nella manifattura avanzata e nei servizi tecnologici che integrano al proprio interno competenze digitali. Qui la dinamica è meno omogenea: in alcuni sottosettori (farmaceutica d’avanguardia, elettronica avanzata, aerospazio, apparecchi medicali) le imprese riescono a competere sul piano salariale anche a livello internazionale, e i salari medi per addetto risultano nettamente superiori alla media nazionale. In altri segmenti tradizionali della manifattura, invece, la pressione sui prezzi e la vulnerabilità della capacità di innovare tengono le retribuzioni in una fase di stagnazione. Il rapporto di Banca d’Italia osserva che, nel complesso, le imprese che pagano salari più elevati non hanno necessariamente aumentato di più l’occupazione, ma hanno aumentato l’intensità di capitale: cioè hanno investito di più per addetto, segnale che la remunerazione è spesso legata a produttività e capitalizzazione.
I settori in difficoltà
A questo punto però bisogna ribaltare la fotografia e guardare l’altro lato del continente produttivo: dove le retribuzioni restano ferme o scendono. In testa alla lista delle aree con retribuzioni stagnanti o in passivo ci sono i settori tradizionali del commercio al dettaglio, il turismo di massa, alcune parti della manifattura meno tecnologica e segmenti di servizi a bassa intensità di conoscenza. Qui la competizione sui prezzi, i margini compressi e la bassa capacità delle imprese di generare valore aggiunto pro capite si traducono in politiche retributive conservatrici. I salari medi in questi comparti si collocano spesso sotto la media nazionale.
Nel dettaglio, secondo i dati Istat, nel 2023 la retribuzione media netta mensile in questi comparti si aggirava tra 1.300 e 1.600 euro, mentre la crescita nominale annua si attestava intorno all’1-2%, spesso insufficiente a compensare l’inflazione. Il risultato è una perdita reale di potere d’acquisto: in termini pratici, un operaio nel commercio o nel turismo percepisce oggi meno di quanto percepiva cinque anni fa, una situazione che genera insoddisfazione e alimenta la mobilità verso settori più dinamici o verso l’estero. Nel commercio al dettaglio, la concorrenza internazionale e la crescita degli e-commerce hanno eroso i margini, limitando la capacità delle aziende di aumentare i salari. Per un addetto alle vendite, lo stipendio netto mensile medio è circa 1.400 euro, con variazioni minime tra Nord e Sud. Le possibilità di carriera interna sono limitate, e i bonus legati a performance sono spesso contenuti o assenti.
La ristorazione, settore tradizionalmente caratterizzato da lavoro stagionale e contratti a termine, mostra dinamiche simili. La media salariale netta per un cameriere o un addetto cucina si attesta sui 1.350-1.500 euro al mese, con punte leggermente superiori per chef qualificati in grandi ristoranti o catene internazionali. La pressione sui costi, unita alla stagionalità e alla diffusa precarietà contrattuale, rende difficili incrementi salariali significativi. Questi comparti non solo mostrano salari stagnanti, ma soffrono anche di mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Molti giovani non vogliono entrare in ruoli poco retribuiti e con scarse prospettive, mentre le imprese faticano a trovare personale disponibile, creando una situazione paradossale: posti vacanti, ma impossibilità di offrire condizioni migliori.
Un caso a parte riguarda i servizi alla persona (assistenza domiciliare, cura degli anziani) e la pubblica amministrazione. Nei servizi alla persona, stipendi netti di partenza oscillano tra 1.300 e 1.500 euro, con pochi margini di crescita. La domanda è crescente, ma l’offerta salariale non riesce a trattenere personale qualificato, generando carenze e turnover elevato. Nella pubblica amministrazione, dopo la pandemia e lo sblocco del turnover, l’occupazione è aumentata soprattutto nella sanità e nell’istruzione. Tuttavia, i salari restano spesso standardizzati, legati ai contratti collettivi nazionali, con incrementi minimi rispetto ai settori privati ad alta specializzazione. Un docente o un funzionario con esperienza riceve uno stipendio netto mensile tra 1.700 e 2.200 euro, con variazioni legate al livello e alla regione.
Lavoro, difficile reperire risorse
Il rapporto della Banca d’Italia evidenzia anche un fenomeno chiave: la difficoltà di reperimento del personale qualificato. Nei settori ad alta specializzazione (ICT, ingegneria, sanità privata), le imprese segnalano mancanza di candidati con competenze tecniche adeguate, con premi salariali per chi possiede il profilo giusto. Al contrario, nei settori tradizionali come commercio e ristorazione, la scarsità di competenze non genera automaticamente aumenti salariali, perché l’offerta di lavoro supera spesso la domanda o le imprese non hanno margini per competere. Il risultato è un mercato duale: da una parte la competenza specializzata è premiata; dall’altra, la forza lavoro generica resta sottopagata.
In termini quantitativi, il rapporto rileva che circa il 35% delle imprese nei servizi ad alta intensità tecnologica segnala difficoltà di reperimento di personale tecnico, mentre nei servizi tradizionali la percentuale scende sotto il 15%. La differenza spiega la divergenza retributiva: la scarsità selettiva aumenta i salari solo dove il talento è cruciale. Questa polarizzazione ha effetti concreti sulla vita dei lavoratori. Chi resta nei comparti tradizionali deve spesso integrare il reddito con lavori secondari, affrontare ritmi intensi senza aumenti proporzionati e subire l’erosione dei consumi reali. I giovani, in particolare, tendono a cercare opportunità nei settori dinamici o addirittura all’estero, accentuando la fuga di cervelli e il mismatch.
Le imprese, a loro volta, si trovano in difficoltà: da una parte mancano competenze nei comparti strategici, dall’altra soffrono di turnover elevato e scarsità di motivazione nel personale a basso costo. Il quadro generale è di tensione crescente, che richiede interventi strutturali su formazione, contrattazione e politiche industriali.









