C’è una crepa che si è aperta nella crescita del lusso globale negli ultimi anni: il Golfo. Per lungo tempo raccontata come una regione resiliente, quasi immune alle oscillazioni cicliche che hanno invece colpito Europa e Cina, l’area mediorientale – e Dubai in particolare – sta oggi mostrando una vulnerabilità inattesa. A certificarlo è una recente analisi di Reuters, che fotografa un fenomeno destinato a pesare sui conti dei grandi gruppi del settore: il conflitto con l’Iran sta comprimendo traffico, vendite e, soprattutto, aspettative.
In questo articolo:
- Lusso e guerra: il crollo dei Mall a Dubai
- I colossi del lusso alla prova dei conti
- Cambiano le decisioni dei clienti più facoltosi
Lusso e guerra: il crollo dei Mall a Dubai
Il dato più immediato, quello che più colpisce perché tangibile, riguarda i mall. Non luoghi qualsiasi, ma templi del consumo globale. Nel mese di marzo, le vendite nei negozi di lusso del Mall of the Emirates sono crollate tra il 30% e il 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre il traffico è diminuito del 15%. Ancora più impressionante il dato sul Dubai Mall, dove il calo dei visitatori si avvicina al 50%, segnalando una contrazione potenzialmente ancora più marcata dei ricavi. Non si tratta solo di una flessione congiunturale, bensì di un segnale strutturale. Il Golfo, che negli ultimi anni aveva rappresentato una delle poche aree di crescita per il lusso, comincia a mostrare i limiti di un modello fortemente dipendente da turismo internazionale, stabilità politica e flussi di capitale ad alta mobilità.
Per comprendere la portata del fenomeno bisogna fare un passo indietro. Il mercato globale del lusso, stimato intorno ai 400 miliardi di dollari, ha vissuto un boom straordinario nel periodo post-pandemico, culminato nel 2022. Da allora, tuttavia, il ciclo ha invertito la rotta. La domanda cinese si è raffreddata, quella europea è rimasta stagnante e gli Stati Uniti, pur mantenendo una certa solidità, non sono stati sufficienti a compensare il rallentamento complessivo. In questo contesto, il Medio Oriente aveva rappresentato una sorta di “ultima frontiera”: una regione relativamente piccola in termini di volumi – circa il 5-6% del mercato globale – ma ad altissima redditività. Ed è proprio questa redditività a essere oggi sotto pressione.
La dinamica è tanto semplice quanto implacabile. Il lusso vive di margini, e i margini si alimentano di domanda discrezionale, spesso legata a flussi turistici e a una percezione di stabilità. Quando uno di questi elementi viene meno, l’intero sistema entra in tensione. Il conflitto con l’Iran, con episodi come gli attacchi con droni e il deterioramento del clima di sicurezza, ha colpito esattamente questo equilibrio, riducendo i flussi turistici e aumentando l’incertezza.
Dubai, che più di ogni altra città incarna l’idea di lusso globalizzato, si trova così a fronteggiare una contraddizione. Da un lato, resta un hub fondamentale, con infrastrutture e retail tra i più avanzati al mondo. Dall’altro, la sua stessa apertura la rende estremamente sensibile agli shock esterni. Il calo del traffico nei mall non è solo una questione di vendite mancate: è il riflesso di un rallentamento più ampio, che coinvolge turismo, mobilità e fiducia.
I colossi del lusso alla prova dei conti
In questo scenario, i grandi gruppi del lusso – da Lvmh a Kering fino a Hermès – si preparano a presentare i risultati trimestrali con una consapevolezza nuova. La crescita non è più scontata, e ogni area geografica diventa potenzialmente un fattore di rischio. Negli ultimi tre anni, la capitalizzazione combinata dei principali player del settore si è ridotta di oltre 100 miliardi di euro, segno che il mercato ha già iniziato a prezzare un cambiamento di scenario. Tuttavia, ciò che sta accadendo in Medio Oriente potrebbe rappresentare un ulteriore punto di svolta, perché colpisce uno dei pochi driver rimasti.
C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma altrettanto rilevante: la qualità della domanda. Il Medio Oriente, e Dubai in particolare, non è solo un mercato di consumo, ma anche un luogo di intermediazione. Molti acquisti sono effettuati da turisti internazionali – russi, cinesi, indiani – che scelgono la città per la combinazione di offerta, fiscalità e esperienza. Quando questi flussi si interrompono, non si perde solo volume, ma anche una componente ad alto valore aggiunto. Il confronto con Abu Dhabi è, in questo senso, illuminante. Nella capitale degli Emirati, dove l’economia è meno dipendente dal turismo, il calo delle vendite si è fermato intorno al 10%. Un dato comunque negativo, ma significativamente più contenuto. Questo suggerisce che la resilienza del lusso è strettamente legata alla struttura economica locale: più essa è diversificata, minore è l’impatto degli shock esterni.
Cambiano le decisioni dei clienti più facoltosi
Il problema, tuttavia, non riguarda solo il Medio Oriente. Il conflitto con l’Iran ha implicazioni globali, a partire dal mercato energetico. L’aumento dei prezzi del petrolio e le tensioni sulle rotte commerciali stanno alimentando pressioni inflazionistiche, con effetti diretti sul potere d’acquisto dei consumatori. E il lusso, per quanto destinato a una clientela ad alto reddito, non è immune a queste dinamiche. Anzi, proprio perché si tratta di un consumo discrezionale, è tra i primi a risentire di un deterioramento del clima economico. Quando l’incertezza aumenta, anche i clienti più facoltosi tendono a diventare più selettivi. Non necessariamente smettono di acquistare, ma cambiano comportamento: riducono la frequenza, privilegiano prodotti iconici, rinviano le spese meno urgenti.
Questo cambiamento è già visibile in altri mercati. In Cina, ad esempio, la domanda si sta spostando verso brand locali, mentre negli Stati Uniti la crescita è sostenuta ma meno dinamica rispetto al passato. L’Europa, dal canto suo, continua a mostrare segnali di debolezza, con vendite stagnanti in molti grandi department store. In questo contesto, la crisi del Golfo assume un significato più ampio. Non è solo un problema regionale, ma un tassello di un puzzle globale che sta ridisegnando gli equilibri del settore. Il lusso, che per anni ha beneficiato di una crescita quasi lineare, si trova ora a dover gestire una fase di maggiore complessità, caratterizzata da volatilità, frammentazione e rischio geopolitico.
Eppure, sarebbe un errore interpretare questa fase esclusivamente in chiave negativa. Come spesso accade, le crisi portano con sé anche opportunità. Nel caso del Medio Oriente, ad esempio, si sta assistendo a una maggiore focalizzazione sulla clientela locale. Se il turismo rallenta, diventano più importanti i residenti, con le loro abitudini e preferenze. Alcuni segnali in questa direzione sono già visibili. Nonostante il calo complessivo, i consumi dei clienti più ricchi restano relativamente stabili, e in alcuni casi si orientano verso prodotti considerati “beni rifugio”, come borse iconiche o gioielli. È una dinamica che ricorda, in parte, quanto avvenuto durante altre fasi di incertezza, quando il lusso ha assunto una funzione non solo estetica, ma anche patrimoniale.









