La Cina ha deciso: è tempo di agire. Ha aspettato, ha osservato, adesso ha capito che è il momento giusto. La guerra in Iran non può e non deve andare avanti. C’è bisogno di sbrogliare la matassa e di porre fine a un’operazione che, a lungo andare, potrebbe rallentare la sua ascesa nel panorama mondiale.
In questo articolo:
- Guerra Iran-Usa: l’intervento diplomatico della Cina
- La Cina, l’Iran e Hormuz
- La strategia cinese
- È sempre Stati Uniti vs Cina
- Guerra in Iran: la tenaglia anche nel turismo
Guerra Iran-Usa: l’intervento diplomatico della Cina
Pur trattandosi apparentemente di un conflitto regionale, con dinamiche militari circoscritte e una diplomazia ancora in movimento, in realtà quello che sta accadendo tra Stati Uniti e Iran è il riflesso di uno scontro sistemico più ampio, nel quale la Cina gioca un ruolo tanto prudente quanto decisivo. Quello stesso ruolo che sembra aver deciso di interpretare responsabilmente, giocando la carta della diplomazia. Carta che un tempo era la protagonista assoluta nel mazzo dell’Occidente.
Una mossa, non proprio a sorpresa (è opportuno precisarlo), che trova riscontro nel colloquio telefonico di ieri tra Wang Yi, membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese e ministro degli Esteri cinese, e Abbas Araghchi ministro degli Esteri iraniano. Un confronto in cui Wang Yi ha ribadito la posizione cinese: “Il dialogo è sempre preferibile allo scontro”, sottolineando che questa via tutela gli interessi dell’Iran e del suo popolo e risponde alla volontà generale della comunità internazionale. Wang Yi ha invitato tutte le parti a cogliere ogni opportunità di pace per avviare al più presto dei negoziati, rassicurando che il Paese manterrà una posizione obiettiva e imparziale, continuerà a opporre resistenza alle violazioni della sovranità nazionale, a promuovere attivamente la mediazione e a lavorare per la pace e la stabilità regionale.
Mera diplomazia pacifista? Probabilmente sì, ma comunque utile a garantire quello che è l’obiettivo reale del Dragone: non rallentare, non trovarsi inutilmente in difficoltà e preservare quindi la continuità dei flussi energetici. Tema che lo stesso Araghici ha toccato durante il colloquio, assicurando che lo Stretto di Hormuz rimarrà aperto e sicuro per tutte le navi, eccetto quelle dei Paesi in guerra.
La Cina, l’Iran e Hormuz
Pechino non è un attore neutrale. E non lo è nemmeno nel senso tradizionale dell’allineamento politico o militare. È qualcosa di diverso: è un attore strutturalmente esposto. La sua posizione nel conflitto non deriva da una scelta ideologica o strategica nel breve periodo, ma da una dipendenza materiale, concreta, quasi fisica, da ciò che accade in quel tratto di mare largo appena una trentina di chilometri nel suo punto più stretto.
Per comprendere davvero l’interesse della Cina a “fermare” la guerra in Iran – o quantomeno a impedirne un’escalation incontrollata – bisogna sempre partire da un punto geografico ben preciso: lo Stretto di Hormuz. Non come teatro militare sia chiaro, ma come infrastruttura critica del sistema globale. Attraverso questo corridoio transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio, pari a circa un quinto del consumo mondiale, oltre a una quota rilevante di gas naturale liquefatto, anch’essa intorno al 20% del commercio globale. Ma il dato davvero rilevante, spesso trascurato nella narrazione, è un altro e va ricercato in un report del 2025 dell’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti.
Secondo l’Eia, nel 2024 l’84% del petrolio e del gas naturale liquefatto che hanno attraversato lo Stretto di Hormuz era destinato ai mercati asiatici. “Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono state le principali destinazioni del petrolio greggio che ha attraversato lo Stretto di Hormuz per raggiungere l’Asia, rappresentando complessivamente il 69% di tutti i flussi di petrolio greggio e condensato di Hormuz nel 2024. Questi mercati sarebbero probabilmente i più colpiti da eventuali interruzioni delle forniture a Hormuz”, diceva il report.
Questo significa che Hormuz non è semplicemente un passaggio marittimo: è la valvola attraverso cui scorre l’energia che alimenta la crescita asiatica. E tra tutte le economie asiatiche, quella cinese è la più esposta. Il Dragone infatti è il primo importatore mondiale di petrolio e compra più della metà degli oltre 11 milioni di barili al giorno proprio dal Medio oriente, incluso il 90 per cento degli 1,7 milioni di barili iraniani che giornalmente passano per Hormuz. Solo nel 2025 Pechino ha acquistato dall’Iran circa 520 milioni di barili di petrolio, una quantità superiore di oltre tre volte rispetto alle forniture del Venezuela.
Inoltre, secondo i dati dell’Amministrazione generale delle dogane (GAC), nel 2025 la Cina ha importato 19,44 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto dal Qatar, pari al 28,4% delle sue importazioni totali di 68,43 milioni di tonnellate, rendendo il Qatar il secondo maggiore fornitore di Gnl della Cina (per l’Italia è il primo). Peraltro, recentemente gli importatori cinesi hanno firmato 10 contratti di fornitura di Gnl a lungo termine con il Qatar, per un totale di circa 26,9 milioni di tonnellate all’anno.
La strategia cinese
Ecco perché, nelle ultime settimane, la Cina ha adottato una strategia apparentemente contraddittoria, ma in realtà perfettamente coerente con i suoi interessi. Da un lato, ha mantenuto una linea di sostegno politico a Teheran, evitando condanne esplicite e continuando a valorizzare la partnership strategica tra i due Paesi. Dall’altro, ha esercitato pressioni dirette sull’Iran affinché non colpisse le rotte energetiche e non trasformasse Hormuz in un campo di battaglia permanente .
Pechino non vuole la sconfitta dell’Iran, ma non può permettersi una sua vittoria “caotica”. Non vuole un cambio di regime imposto dall’esterno, ma non può tollerare una destabilizzazione prolungata del Golfo. È una posizione di equilibrio instabile, che riflette la natura stessa della potenza cinese: globale nei suoi interessi, ma ancora vulnerabile nelle sue dipendenze.
Tant’è che negli ultimi vent’anni ha costruito un’intera architettura geopolitica nuova. La Belt and Road Initiative, spesso raccontata come un progetto infrastrutturale, è in realtà una strategia di sicurezza economica. Porti, ferrovie, corridoi energetici: tutto converge verso un obiettivo unico, ridurre la vulnerabilità delle supply chain e garantire accesso stabile alle risorse. La crisi di Hormuz mette in discussione proprio questo modello.
Attenzione, non si può dire però che la Cina sia del tutto impreparata. Negli anni ha accumulato riserve strategiche significative, in grado di coprire diversi mesi di fabbisogno. Ha inoltre diversificato le proprie fonti, aumentando le importazioni dalla Russia via terra e investendo massicciamente nella transizione energetica. Ma queste misure, per quanto importanti, non eliminano la vulnerabilità strutturale legata a Hormuz. Perché il problema non è solo la quantità di energia disponibile, ma la stabilità del sistema. Un’interruzione temporanea può essere gestita. Una crisi prolungata, invece, rischia di avere effetti sistemici.
È sempre Stati Uniti vs Cina
A questo punto entra in gioco il secondo livello di analisi, quello che riguarda gli Stati Uniti. Perché la crisi iraniana non può essere letta isolatamente. Va inserita in una dinamica più ampia di competizione sistemica tra Washington e Pechino. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno progressivamente ridefinito la loro strategia energetica e geopolitica. Da un lato, hanno ridotto la loro dipendenza dal Medio Oriente grazie alla rivoluzione dello shale oil. Dall’altro, hanno iniziato a utilizzare la leva energetica come strumento di pressione strategica.
Il caso del Venezuela è emblematico. Per anni, Caracas è stata uno dei principali fornitori di petrolio della Cina. Ma le sanzioni americane hanno progressivamente limitato questa relazione, colpendo uno dei canali alternativi attraverso cui Pechino cercava di diversificare le proprie importazioni. Parallelamente, l’Iran è diventato sempre più centrale come fornitore “non allineato”, con gran parte delle sue esportazioni dirette proprio verso la Cina. Colpire Iran e Venezuela, quindi, significa colpire indirettamente la sicurezza energetica cinese. Non nel senso di interrompere completamente le forniture – cosa difficile da ottenere – ma nel senso di aumentare il rischio, la volatilità, l’incertezza. In altre parole, rendere più costosa e meno prevedibile la crescita economica cinese.
Tant’è nel suo report, l’Eia sottolinea un aspetto fondamentale: “Contrariamente, gli Stati Uniti hanno importato circa 0,5 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e condensato dai paesi del Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz, pari a circa il 7% delle importazioni totali di petrolio greggio e condensato statunitensi e al 2% del consumo di liquidi petroliferi degli Stati Uniti”. Ma non è tutto. “Nel 2024, le importazioni statunitensi di petrolio greggio dai paesi del Golfo Persico hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi quasi 40 anni, grazie all’aumento della produzione interna e delle importazioni dal Canada”. Una riflessione, un’analisi che qualcuno, probabilmente, ha letto con grande interesse.
Guerra in Iran: la tenaglia anche nel turismo
Accanto alla dimensione energetica e a quella geopolitica, c’è anche una terza linea di frattura, meno visibile ma altrettanto significativa: quella dei flussi di mobilità tra Europa e Asia. Ed è qui che la crisi iraniana, passando per lo Stretto di Hormuz, produce effetti indiretti ma estremamente concreti.
Per comprenderlo bisogna partire da un dato strutturale: negli ultimi vent’anni, il sistema del trasporto aereo globale si è organizzato attorno a pochi grandi hub di connessione, molti dei quali situati proprio nel Golfo: Dubai, Doha, Abu Dhabi. Questi nodi non sono semplici aeroporti, ma piattaforme logistiche che collegano Europa e Asia con efficienza e costi relativamente contenuti. È attraverso questi scali che passa una quota rilevante del traffico turistico tra Occidente e Oriente, inclusi i flussi cinesi verso l’Europa e quelli europei verso il Sud-Est asiatico.
La crisi in Iran ha colpito esattamente questo punto di snodo. La chiusura di porzioni di spazio aereo, il rischio legato ai sorvoli e, soprattutto, l’instabilità dell’intera regione hanno costretto le compagnie aeree a cancellare o deviare un numero crescente di voli. Il risultato è una rottura della continuità dei collegamenti, con effetti a catena su tempi, costi e accessibilità delle destinazioni.
Secondo le stime più recenti e le dichiarazioni di Turkish Airlines rilasciate a Borsa&Finanza, milioni di passeggeri sono rimasti bloccati o hanno dovuto riprogrammare i propri viaggi, mentre gli hub mediorientali – che in condizioni normali gestiscono oltre mezzo milione di persone al giorno – hanno visto un crollo improvviso delle operazioni. In parallelo, la riduzione dei voli e l’aumento del costo del carburante hanno spinto verso l’alto i prezzi dei biglietti, in alcuni casi triplicandoli rispetto alle prenotazioni effettuate nei mesi precedenti. Ma il punto più interessante, dal punto di vista macroeconomico, è un altro. Il turismo non si sta semplicemente riducendo: si sta riallocando.
Le difficoltà nei collegamenti con l’Asia stanno penalizzando in modo particolare i flussi verso l’Estremo Oriente, con una contrazione evidente dei viaggi da e verso Cina, Giappone e Sud-Est asiatico. Alcuni segnali sono già visibili anche in Europa: aeroporti come Roma Fiumicino registrano cali significativi dei passeggeri provenienti dall’Asia, con decine di migliaia di arrivi in meno nel giro di poche settimane.
Questo fenomeno si inserisce perfettamente nella logica più ampia del conflitto. Così come il blocco o la destabilizzazione di Hormuz colpisce in modo sproporzionato le economie asiatiche sul piano energetico, allo stesso modo la disarticolazione delle rotte aeree penalizza maggiormente i flussi turistici verso Oriente. Non è solo una questione di distanza geografica, ma di architettura dei collegamenti: l’Asia dipende più di altre regioni da corridoi che attraversano aree oggi instabili.
Nel breve periodo, questo si traduce in una perdita secca per il settore turistico globale, stimata in centinaia di milioni di dollari al giorno. Nel medio periodo, però, potrebbe produrre effetti più profondi, modificando le direttrici dei flussi. Se l’instabilità dovesse persistere, è plausibile attendersi una riallocazione strutturale del turismo verso destinazioni percepite come più sicure e facilmente raggiungibili, con un vantaggio relativo per Europa meridionale e Mediterraneo occidentale.
Per la Cina, anche questo è un elemento da considerare. Il turismo outbound rappresenta una componente importante della sua proiezione economica e culturale, oltre che un indicatore della fiducia interna. Un sistema di collegamenti instabile, costoso e imprevedibile rischia di comprimere questi flussi, con effetti indiretti sui consumi e sull’integrazione internazionale del Paese.
È un aspetto che raramente entra nel dibattito geopolitico, ma che gli investitori più attenti iniziano a monitorare con crescente interesse. Perché, in un mondo interconnesso, anche un volo cancellato tra Milano e Shanghai può raccontare molto di più di quanto sembri. Può essere il segnale di una frattura più ampia, di un sistema che si sta riconfigurando sotto la pressione di tensioni che non sono più solo locali, ma profondamente globali.









