La discussione sulla Manovra 2026 si è accesa intorno a una misura che, pur essendo modesta nell’importo, potrebbe avere effetti significativi su milioni di consumatori abituati agli ordini online dai colossi del low cost come Shein, Temu e AliExpress. Il governo ha infatti proposto una nuova tassa da 2 euro per ogni pacco in arrivo da Paesi extra Ue con un valore dichiarato fino a 150 euro, una soglia che abbraccia la quasi totalità delle microspedizioni di moda, tecnologia e accessori acquistati a prezzi stracciati. L’obiettivo ufficiale è finanziare le spese amministrative doganali, ma il dibattito politico lascia intuire un intento più ampio, legato alla necessità di frenare la concorrenza aggressiva delle piattaforme asiatiche e di anticipare le regole europee in arrivo nel 2028.
Il contesto, tuttavia, è più complesso di quanto sembri. Le politiche doganali rientrano nella competenza dell’Unione europea. L’introduzione di un contributo solo per i pacchi extra Ue potrebbe essere interpretata come un dazio nazionale. Per questa ragione si discute sulla possibilità di estendere la tassa a tutte le spedizioni, anche quelle interne. L’ipotesi aprirebbe scenari molto più ampi, perché colpirebbe in modo uniforme tutto il sistema dell’e-commerce.
Da qui sorgono le domande che guideranno i prossimi paragrafi: come funzionerà davvero la tassa? Quali sono le intenzioni del governo nella Manovra 2026? E cosa cambierebbe per i consumatori italiani?
In questo articolo:
- Come funziona il contributo da 2 euro previsto dalla Manovra 2026
- Perché il governo vuole introdurre la tassa sulle microspedizioni
- Quali scenari si aprono per acquisti online, aziende e consumatori
Come funziona il contributo da 2 euro previsto dalla Manovra 2026
La norma contenuta nell’emendamento propone un contributo fisso, pari a 2 euro per ogni pacco di valore non superiore a 150 euro proveniente da Paesi extra Ue. Il testo, firmato da cinque senatori di Fratelli d’Italia, specifica che il contributo viene riscossa direttamente dagli uffici doganali al momento dell’importazione definitiva. L’obiettivo dichiarato è finanziare le attività amministrative legate ai controlli doganali, un processo che negli ultimi anni è diventato sempre più complesso a causa dell’incremento del traffico dei piccoli pacchi provenienti dall’Asia.
Il limite dei 150 euro coincide con la soglia sotto la quale, secondo le norme europee ancora in vigore, non si applicano dazi. Ed è proprio qui che nasce il punto più delicato. La tassa rischia di sovrapporsi a competenze comunitarie e, per essere considerata un contributo interno e non un dazio, dovrebbe essere applicata in modo neutrale. Da qui la discussione sull’ipotesi di estenderla anche alle spedizioni nazionali o intra Ue, così da evitarne la natura di dazio commerciale. Una scelta di questo tipo comporterebbe inevitabili riflessi sull’intero ecosistema dell’e-commerce, perché colpirebbe anche piattaforme italiane ed europee.
Perché il governo vuole introdurre la tassa sulle microspedizioni
Dietro l’emendamento non c’è soltanto l’esigenza tecnica di coprire i costi dei controlli doganali. Nel dibattito pubblico è emersa una motivazione economica, sottolineata più volte dal ministro delle Imprese Adolfo Urso. L’esecutivo intende contenere la concorrenza dei grandi marketplace asiatici, che sfruttano costi di produzione bassissimi e una logistica integrata per proporre prezzi che i produttori europei non riescono a sostenere. È lo stesso motivo che ha spinto Bruxelles a programmare la fine dell’esenzione dai dazi sotto i 150 euro, anche se la riforma scatterà solo dal 2028.
La Manovra 2026 prova ad anticipare quella scadenza. Tuttavia l’Italia non può muoversi autonomamente sulle tariffe doganali, perciò la strada del contributo amministrativo appare l’unico canale praticabile. Il rischio è che Bruxelles giudichi la misura in contrasto con le regole comunitarie, costringendo il governo a modificarla o ampliarne il perimetro. Se il contributo dovesse essere esteso a tutte le spedizioni, l’obiettivo di correggere una distorsione concorrenziale si trasformerebbe in una misura generalizzata, con ricadute più ampie e non necessariamente gradite agli elettori.
Quali scenari si aprono per acquisti online, aziende e consumatori
Se la tassa entrerà in vigore dal 1° gennaio 2026, molti consumatori potrebbero iniziare a vedere nei propri ordini un supplemento fisso applicato dagli operatori logistici o dalle stesse piattaforme. Sarebbe un costo aggiuntivo con un effetto proporzionalmente più alto sugli acquisti a basso valore, il segmento dove operano soprattutto i giganti cinesi del low cost. Un ordine da 5 euro si ritroverebbe con un rincaro del 40%, un ordine da 20 euro con un incremento del 10%. È facile immaginare che alcuni utenti possano ridurre la frequenza degli acquisti impulsivi tipici di queste piattaforme.
Le aziende italiane, invece, potrebbero beneficiare della riduzione del divario competitivo, soprattutto nel settore moda e accessori. Tuttavia, se il contributo venisse esteso anche alle spedizioni nazionali e intra Ue per evitare problemi con Bruxelles, l’effetto finale sarebbe molto diverso. La misura graverebbe sull’intero mercato e renderebbe meno conveniente anche l’acquisto di prodotti italiani venduti online. Le imprese del settore logistico dovrebbero inoltre adattare sistemi informatici e processi per raccogliere la tassa, con costi organizzativi da valutare.









