Materie prime: il 2025 sarà l’anno delle grandi fusioni?

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Il 2025 potrebbe essere l’anno di una serie di grandi fusioni societarie nel settore delle materie prime. Il settore di produttori di rame, in particolare, potrebbe essere protagonista. I grandi gruppi minerari trovano poco conveniente investire in nuove miniere del metallo industriale a causa del grande dispendio di costi ed energie che richiede e con il ritorno economico che potrebbe arrivare solo dopo molti anni. Per questa ragione la strada prescelta è quella del consolidamento attraverso fusioni e acquisizioni.

Il rame è un minerale molto utilizzato nella transizione energetica – auto elettriche, turbine eoliche, pannelli solari, sistemi di accumulo di energia – ed è stato protagonista di un rally nella prima parte dello scorso anno a causa di un deficit di offerta. I prezzi erano arrivati alla soglia degli 11.000 dollari la tonnellata alla Borsa di Londra. Il rallentamento dell’economia cinese ha frenato la richiesta di rame, provocando un ritracciamento delle quotazioni verso i 9.300 dollari. Il rame è una materia prima strettamente legata all’andamento dell’economia e quando una nazione come la Cina – il più grande consumatore al mondo – subisce un calo della crescita, i prezzi ne risentono. Ciò però non deve distogliere l’attenzione dal contesto generale secondo cui, stando alle valutazioni degli esperti del settore, nei prossimi anni è probabile che l’offerta non riesca a stare dietro alla grande richiesta. Ma per le società del settore non è una ragione sufficiente per avviare nuovi progetti minerari.

 

Materie prime: quali fusioni attendersi quest’anno?

Nel 2024 il colosso australiano BHP Group ha provato ad acquisire il rivale più piccolo Anglo American con un’offerta da 49 miliardi di dollari che è stata più volte respinta dal Consiglio di amministrazione della società mineraria britannica. Se l’affare fosse andato in porto sarebbe nato un gruppo in grado di controllare circa il 10% dell’offerta mondiale di rame. Quest’anno BHP potrebbe tornare all’assalto con una proposta più allettante, secondo gli analisti di JPMorgan Chase. “Le ultime speculazioni porteranno presto Anglo American sotto i riflettori, in particolare in merito a un’altra proposta di combinazione da parte di BHP”.

La banca americana si riferisce alle ultime voci sulla trattativa tra Rio Tinto e Glencore. Secondo indiscrezioni giornalistiche, i due giganti minerari hanno avuto dei colloqui a partire dalla fine dello scorso anno per vedere se ci fossero le condizioni per una combinazione. La scorsa settimana, però, Reuters ha riportato che i colloqui non sono più attivi, citando una fonte che ha familiarità con la questione. Se la trattativa riprendesse e si dovesse concludere con una fusione, si darebbe luogo al più grande accordo di sempre nell’industria mineraria, creando il principale leader del settore con un valore di mercato di circa 150 miliardi di dollari.

Tuttavia, gli analisti hanno sempre manifestato un certo scetticismo circa un affare di questa portata. Tra le ragioni: le sinergie limitate e le divergenze strategiche tra la multinazionale anglo-australiana e la compagnia svizzera, soprattutto con riferimento al carbone. “Onestamente hanno risorse sovrapposte limitate. Solo sul rame ci sono davvero  sinergie e l’opportunità di aggiungere asset per creare un gruppo più grande”, ha affermato Maxime Kogge, analista azionario di Oddo BHF.

Più possibilisti sono gli analisti di RBC Capital Markets. “Non ci aspetteremmo una fusione diretta, poiché riteniamo che gli azionisti di Rio la vedrebbero come un favore a Glencore, ma è possibile che ci sia una struttura di accordo che potrebbe rendere felici sia gli azionisti che il management”, hanno detto.

Secondo gli analisti di CreditSights, ci sarebbero delle sfide da affrontare. Una combinazione potrebbe essere interessante per Rio Tinto da un punto di vista strategico, in quanto l’azienda “sarebbe interessata alle attività di rame di Glencore, in linea con la sua attenzione ai metalli sostenibili e orientati al futuro” e sfrutterebbe “l’attività di marketing di Glencore per le sinergie e l’espansione del business”.

Tuttavia, una fusione “avrebbe bisogno di un’attenta strutturazione per evitare sovrapposizioni di attività indesiderate”, dal momento che la società anglo-australiana non avrebbe “interesse per le attività di carbone, a causa delle recenti dismissioni”. Sotto il profilo della cultura societaria, “Rio Tinto è nota per il suo approccio conservatore e l’attenzione alla stabilità, mentre Glencore si è guadagnata la reputazione di spingere costantemente i limiti nelle sue operazioni”, hanno sottolineato gli esperti. “Questo divario culturale potrebbe porre sfide nell’integrazione e nel processo decisionale se una fusione dovesse procedere”, hanno aggiunto.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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