Mercati emergenti: ecco una combinazione tossica per le valute - Borsa e Finanza

Mercati emergenti: ecco una combinazione tossica per le valute

Mercati emergenti: ecco una combinazione tossica per le valute

Le valute dei mercati emergenti hanno subito una discesa molto pronunciata negli ultimi mesi, con l’indice MSCI delle valute emergenti che è precipitato di oltre il 4% a partire dall’inizio di aprile. Da quando è scoppiata la pandemia non si è vista mai una situazione così tesa e il quadro internazionale in questo momento sta fornendo pochi spunti per sperare in un’inversione di tendenza, quantomeno in tempi rapidi.

 

Mercati emergenti: perché gli investitori vendono le valute

Le ragioni per cui gli investitori hanno iniziato ad allontanarsi dalle valute dei mercati emergenti sono fondamentalmente 2, che insieme formano un mix tossico che desta parecchie preoccupazioni. Una consiste nelle misure restrittive che la Cina sta adottando nel Paese per frenare l’avanzata del Covid-19, il che minaccia una fonte cruciale di domanda per le economie emergenti.

Le esportazioni di Pechino del mese scorso sono cresciute al ritmo più lento degli ultimi 2 anni, con il renminbi cinese crollato al livello più basso rispetto al dollaro USA degli ultimi 18 mesi. Tutto ciò ha determinato un sell-off consistente delle valute emergenti. La situazione è allarmante, perché il Governo cinese non arretra di fronte all’obiettivo di Covid free, ma i provvedimenti draconiani adottati non hanno finora ottenuto i risultati sperati. Di conseguenza, c’è da aspettarsi che la domanda cinese si mantenga limitata prossimamente, con una pressione persistente a livello valutario.

Un’altra ragione parimenti importante sta nell’inasprimento della politica monetaria da parte della Federal Reserve. Da quando la Banca Centrale statunitense ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse per frenare l’inflazione elevata, le valute dei mercati emergenti sono andate in sofferenza. L’aumento del costo del denaro, infatti, spinge gli investitori a ritirare il proprio denaro dalle economie più rischiose e indirizzarlo verso il sistema finanziario americano, che offre maggiore sicurezza e rende di più rispetto a prima.

Tuttavia, fino a un mese fa, le strette sui tassi da parte delle Banche centrali dei Paesi emergenti attuate per abbattere l’inflazione galoppante erano riuscite a tamponare una svolta più aggressiva da parte della Fed. Inoltre, la guerra Russia-Ucraina, spingendo al rialzo il costo delle materie prime, ha avuto l’effetto di rafforzare le divise di Paesi esportatori come Brasile e Sud Africa.

Ciò che ha dato un colpo molto forte al mercato delle valute è stato l’ultimo rialzo di mezzo punto percentuale dei tassi Fed per la prima volta da oltre 20 anni. La mossa ha innescato un’ondata di vendite delle monete emergenti, tra cui il real brasiliano e il rand sudafricano, che hanno dovuto rinunciare a buona parte dei loro guadagni precedenti. A finire nella fornace sono state soprattutto le valute dei Paesi importatori di materie prime come l’India, la cui rupia è scivolata velocemente prima dell’intervento della Banca Centrale indiana nella giornata di ieri.

Secondo Uday Patnaik, responsabile del debito dei mercati emergenti presso Legal & General Investment Management, gran parte della pressione sulle valute dei mercati emergenti arriva proprio dalla Fed, ma in questo momento ovunque si stanno registrando inasprimenti delle condizioni finanziari che non possono essere evitati. Cristian Maggio, responsabile della strategia di portafoglio dei mercati emergenti di TD Securities, ha affermato che attualmente vi è una combinazione molto tossica per le valute emergenti, rappresentata dal raffreddamento della domanda cinese, dall’aumento dei tassi della Fed e dai rischi legati al conflitto in Ucraina.

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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