L’onda lunga dei licenziamenti si arricchisce di un altro attore: Nike. La società americana ha annunciato infatti che taglierà 775 posti di lavoro per rendere la propria rete logistica “più snella ed efficiente”.
In questo articolo:
- Nike e i licenziamenti
- Cosa sta succedendo
- La crisi dell’efficienza
Nike e licenziamenti
Secondo quanto riportato da Reuters, i licenziamenti in casa Nike riguarderanno in particolare alcuni centri di distribuzione negli Stati Uniti, tra Tennessee e Mississippi. Una notizia che difatti non fa altro che confermare la fase di profonda revisione avviata dal ceo Elliott Hill. Dal suo ritorno in azienda, avvenuto nel 2024, Hill ha infatti più volte sottolineato la necessità di ripensare la struttura dell’azienda per affrontare un mercato in rapido cambiamento.
Nike, nelle sue comunicazioni, parla apertamente di maggiore automazione, di integrazione tecnologica nei processi logistici, di un utilizzo sempre più sofisticato dei sistemi di gestione dell’inventario e delle spedizioni. Il messaggio implicito è chiaro: una parte del lavoro che oggi viene svolta da persone può essere svolta da sistemi automatici in modo più rapido, prevedibile e meno costoso.
Non si tratta di un cambio improvviso di rotta. Negli ultimi anni Nike aveva già avviato diversi interventi sul fronte dell’organico, riducendo il personale corporate e rivedendo alcune funzioni tecnologiche. Ma il passaggio attuale è più significativo perché riguarda il lavoro fisico, operativo, quello dei magazzini e della distribuzione. Per anni si è ritenuto che questo tipo di lavoro fosse relativamente protetto dall’automazione avanzata. Oggi quella protezione appare sempre più fragile.
Cosa sta succedendo
Quella di Nike non è l’unica notizia in questa direzione. Il precedente più esplicito è quello di HP. Quando il gruppo ha annunciato la riduzione di 4.000–6.000 posti di lavoro globali entro il 2028, la notizia ha colpito non tanto per l’entità dei tagli, quanto per la motivazione dichiarata. HP non ha parlato di crisi, di calo delle vendite o di emergenze di bilancio. Al contrario, ha spiegato che i licenziamenti erano una conseguenza diretta dell’adozione sempre più pervasiva dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi e aziendali.
Nel caso di HP, i numeri raccontano una contraddizione solo apparente. Ricavi solidi, flussi di cassa robusti, dividendi agli azionisti convivono con margini sotto pressione. Ed è proprio questa combinazione che rende l’IA una leva strategica: automatizzare per preservare la redditività futura. Il risultato è un modello in cui l’azienda cresce e si ristruttura allo stesso tempo, riducendo il perimetro umano non perché costretta, ma perché lo ritiene razionale.
Nike si muove nella stessa direzione, ma trasporta questa logica fuori dal perimetro del tech. Se HP ha mostrato che anche le funzioni cognitive e amministrative possono essere sostituite da algoritmi, Nike dimostra che lo stesso principio vale per la logistica e la distribuzione. Il messaggio di fondo è identico: il lavoro non scompare perché inutile, ma perché sostituibile.
Amazon rappresenta un altro tassello fondamentale di questo mosaico. Già nel 2023 Andy Jassy aveva dichiarato che l’intelligenza artificiale generativa avrebbe portato a una riduzione del personale in alcuni ruoli. Col passare del tempo, quelle parole si sono tradotte in una serie di tagli al personale corporate e in una spinta sempre più decisa verso l’automazione dei magazzini e dei processi decisionali. Anche qui, nessuna crisi conclamata. Amazon continua a investire e a crescere, ma lo fa riducendo la necessità di lavoro umano in molte aree chiave.
Nel settore delle telecomunicazioni, BT Group ha seguito una traiettoria analoga. L’annuncio di oltre 40mila posti di lavoro da eliminare entro la fine del decennio è stato giustificato con l’evoluzione tecnologica e con il potenziale dell’intelligenza artificiale. Ancora più significativa è stata l’ammissione dell’amministratore delegato Allison Kirkby, secondo cui quelle stime potrebbero non riflettere “il pieno potenziale” dell’IA. Una frase che suggerisce come il processo di sostituzione del lavoro sia tutt’altro che concluso.
IBM, infine, ha reso questa dinamica ancora più esplicita. L’amministratore delegato Arvind Krishna ha stimato che circa il 30% dei ruoli non a contatto con i clienti potrebbe essere sostituito dall’intelligenza artificiale nei prossimi anni. Una dichiarazione che ha il merito di togliere ogni ambiguità: una parte significativa del lavoro aziendale non è più considerata strutturale, ma ottimizzabile. Mettendo insieme HP, Amazon, BT Group, IBM e ora Nike, emerge un disegno coerente. Settori diversi, storie industriali diverse, ma una stessa conclusione: l’intelligenza artificiale e l’automazione non sono più strumenti a supporto del lavoro, bensì criteri attraverso cui il lavoro viene selezionato, ridotto, ridisegnato.
La crisi dell’efficienza
Quello di cui si parla non è il silenzio della crisi, ma quello dell’efficienza. Un silenzio tecnocratico, in cui i licenziamenti non vengono presentati come un fallimento, ma come una conseguenza quasi naturale del progresso. Un silenzio che accompagna la costruzione di un nuovo modello economico, in cui la crescita non passa più necessariamente dall’aumento dell’occupazione, ma dalla sua compressione.
A questo punto, il rischio più grande sarebbe continuare a leggere queste notizie come una sequenza di decisioni aziendali razionali, ciascuna spiegabile con il proprio contesto, con il proprio settore, con il proprio management. Perché è proprio questa lettura frammentata che rende il fenomeno invisibile nella sua portata reale. HP, Amazon, BT Group, IBM, Nike non stanno semplicemente reagendo a pressioni contingenti: stanno contribuendo, consapevolmente o meno, alla costruzione di un nuovo equilibrio economico in cui il lavoro umano non è più un fattore strutturale della crescita, ma una variabile da ottimizzare.
È questo il vero cambio di paradigma. Per decenni, il patto implicito del capitalismo avanzato è stato relativamente semplice: l’innovazione tecnologica distrugge alcuni lavori, ma ne crea altri; la produttività aumenta e, nel lungo periodo, l’occupazione trova nuovi spazi. Oggi quel patto appare sempre più fragile. L’intelligenza artificiale non si limita a sostituire mansioni ripetitive, ma entra nei processi decisionali, nella pianificazione, nella gestione. Riduce non solo il numero di addetti, ma la necessità stessa di avere strutture organizzative complesse e numerose.
Nel caso di HP, questo è stato dichiarato apertamente: l’adozione dell’IA consente di ridisegnare intere funzioni aziendali. In Amazon, la promessa di “più lavori di qualità” convive con una riduzione sistematica delle strutture corporate. In BT Group, l’orizzonte dei tagli è ancora aperto, perché il “pieno potenziale” dell’intelligenza artificiale non è stato ancora esplorato. In IBM, una quota significativa dei ruoli viene esplicitamente considerata sostituibile. E in Nike, per la prima volta in modo così evidente, questa logica arriva nel cuore della logistica fisica, del lavoro operativo, del magazzino.
Il denominatore comune è l’assenza di una crisi. Le aziende non stanno licenziando perché costrette, ma perché convinte che sia la scelta più efficiente. È questo che rende il fenomeno nuovo e, per certi versi, più destabilizzante. Perché se il lavoro viene ridotto anche quando l’azienda cresce, quando genera cassa, quando remunera gli azionisti, allora viene meno uno dei principali meccanismi di compensazione sociale su cui si è retto il modello economico degli ultimi decenni.
Il mercato, dal canto suo, sembra aver già metabolizzato questo passaggio. I tagli vengono premiati, o quantomeno accettati, come segnali di disciplina manageriale. Gli analisti aggiornano i modelli, gli investitori guardano ai margini futuri, non alle ricadute occupazionali. È una logica coerente con la finanza, ma sempre più scollegata dalla dimensione sociale ed economica complessiva.
Eppure, la domanda di fondo resta inevasa. Se sempre più aziende possono crescere riducendo il lavoro, chi sosterrà la domanda, i consumi, la coesione sociale? Se l’efficienza diventa l’unico criterio di organizzazione dell’impresa, cosa accade a tutto ciò che non è immediatamente ottimizzabile? Sono interrogativi che il mercato tende a rinviare, ma che si accumulano sotto la superficie, come una pressione silenziosa. Il silenzio che accompagna queste decisioni non è casuale. È il silenzio di un sistema che non ha ancora trovato un nuovo linguaggio per raccontare il rapporto tra tecnologia e lavoro. Un silenzio che rende i licenziamenti quasi invisibili, normalizzati, tecnici. Ma è proprio questo silenzio a renderli più profondi, più strutturali, più difficili da invertire.
La notizia di Nike, allora, non è solo l’ennesimo annuncio di tagli. È la conferma che la logica inaugurata nel mondo tech sta permeando l’intera economia reale. È il segnale che il confine tra progresso e compressione del lavoro si sta spostando sempre più in là. E finché questo processo verrà letto solo come una somma di scelte aziendali razionali, senza una riflessione più ampia sul modello che ne emerge, il silenzio continuerà. Freddo, efficiente, apparentemente inevitabile.









