Novo Nordisk crolla in Borsa: fallisce il farmaco anti-Alzheimer

Articolo sponsorizzato

Condividi su

Ascolta questo articolo

Sembra non esserci pace per Novo Nordisk, l’azienda danese che per anni è stata la regina indiscussa del mercato dei farmaci “dimagranti”, settore che ha iniziato a vedere la luce anche in un modo abbastanza curioso: ossia grazie all’effetto generato dai dei farmaci inizialmente pensati per il trattamento del diabete.  

In una nota odierna Novo Nordisk ha infatti affermato che gli studi clinici evoke ed evoke+, due giganteschi trial di fase 3 sul farmaco orale semaglutide per il trattamento dell’Alzheimer in fase iniziale, non hanno raggiunto l’obiettivo principale, in quanto non hanno dimostrato la superiorità della molecola rispetto al placebo nel rallentare la progressione della malattia. Tradotto? Un gran buco nell’acqua, che sta costando caro ai conti della società. 

in questo articolo:

  • La reazione in Borsa del titolo Novo Nordisk
  • Cosa ha detto Novo Nordisk
  • La voce dell’azienda: responsabilità, gratitudine e un ritorno alla realtà
  • I licenziamenti

La reazione in Borsa del titolo Novo Nordisk

La notizia ovviamente non è affatto piaciuta agli investitori. Al momento della scrittura infatti le azioni di Novo Nordisk stanno cedendo più del 6 per cento, scambiando in area 284 dollari per azioni. Peraltro, all’apertura delle negoziazioni il titolo era arrivato a perdere più del 10 per cento. Una caduta che riflette non solo la delusione di fronte a un insuccesso scientifico, ma anche la presa di coscienza di un limite strategico. Perché la storia della semaglutide applicata all’Alzheimer rappresentava, per molti analisti, il possibile salto di categoria dell’azienda: dal ruolo di dominatrice delle terapie metaboliche a quello di big pharma in grado di segnare un punto anche nella più dura delle sfide terapeutiche, quella delle malattie neurodegenerative.

Peraltro la batosta odierna non fa altro che confermare il periodo nero della società. Nell’ultimo anno il valore delle azioni Novo Nordisk si sono più che dimezzate, cedendo oltre il 60%. Un crollo che ha avuto delle ripercussioni anche sulla crescita dell’economia dell’intera Danimarca, che ha abbassato drasticamente le sue stime di crescita economica per il 2025:dal 3% stimato in primavera all’1,4%. Un taglio importante che il ministero dell’Economia ha attribuito a due fattori principali: il rallentamento di Novo Nordisk e l’impatto dei dazi statunitensi sulle merci danesi. Una combinazione che mette a nudo la vulnerabilità di un Paese piccolo ma fortemente esposto all’export e, soprattutto, “Novo-dipendente”. 

Cosa ha detto Novo Nordisk

Entrando nel merito, il comunicato ufficiale di Novo Nordisk è stato abbastanza chiaro. Gli studi evoke ed evoke+ hanno coinvolto 3.808 adulti, tutti con Alzheimer in fase molto precoce, quindi pazienti nei quali un effetto “modificatore di malattia” sarebbe stato teoricamente più rilevabile. Si tratta di studi randomizzati, in doppio cieco, con confronto verso placebo e durata complessiva di due anni nella fase primaria: l’architettura più robusta possibile per dimostrare efficacia.

L’azienda spiega così l’origine del progetto: “La decisione di perseguire un’indicazione per la malattia di Alzheimer con la semaglutide si basava su studi di evidenza nel mondo reale, modelli pre-clinici, nonché su analisi post-hoc da trial nel diabete e nell’obesità”. In altre parole, Novo Nordisk non si era lanciata in un terreno ignoto. Esistevano segnali biologici e statistici che suggerivano un possibile beneficio della semaglutide sulla neuroinfiammazione, sui biomarcatori e sulla fisiopatologia di una malattia complessa come l’Alzheimer.

Tuttavia, i risultati clinici raccontano una storia diversa. I trial “non hanno confermato la superiorità di semaglutide rispetto al placebo nella riduzione della progressione della malattia di Alzheimer”, come misurato dal cambio nel punteggio CDR-SB (Clinical Dementia Rating – Sum of Boxes), il parametro considerato gold standard per valutare l’evoluzione della demenza nei trial.

Novo Nordisk lo dichiara con altrettanta trasparenza: mentre il trattamento “ha prodotto un miglioramento dei biomarcatori correlati all’Alzheimer in entrambi gli studi, questo non si è tradotto in un ritardo della progressione clinica della malattia”. È forse il passaggio più amaro dell’intero comunicato. Perché conferma il paradosso che per anni ha tormentato la ricerca sulle terapie anti-Alzheimer: un biomarcatore può migliorare, ma la clinica non si muove.

La voce dell’azienda: responsabilità, gratitudine e un ritorno alla realtà

Il commento di Martin Holst Lange, chief scientific officer di Novo Nordisk, dà la misura del colpo accusato dalla compagnia, ma anche della filosofia con cui l’azienda ha affrontato il progetto: “Sulla base del bisogno significativo e insoddisfatto nella malattia di Alzheimer e dei vari segnali preliminari, abbiamo sentito la responsabilità di esplorare il potenziale della semaglutide, pur sapendo che le probabilità di successo erano basse”.

È un passaggio importante, quasi un testamento scientifico. L’azienda sapeva che le chance erano ridotte. Eppure ha investito comunque in due trial estremamente costosi, perché il potenziale terapeutico era enorme. Lange aggiunge: “Siamo orgogliosi di aver condotto due studi di fase 3 ben controllati che rispettano i più alti standard di ricerca e metodologia”, E poi, con un tono personale e riconoscente: “Ringraziamo sinceramente tutti i partecipanti e i loro caregiver per il contributo significativo”. 

I licenziamenti

Che non sia un periodo facile per Novo Nordisk lo si era potuto evincere anche lo scorso settembre, quando la società ha annunciato 9mila licenziamenti in tutto il mondo, circa l’11% della sua forza lavoro. Una misura drastica, nata come risposta alla crescente competizione – soprattutto da parte di Eli Lilly – e come tentativo di rendere la struttura aziendale più snella ed efficiente.

La riorganizzazione, secondo la stessa azienda, mira a “rendere Novo più agile, più semplice e orientata alla performance”, con risparmi stimati pari a 8 miliardi di corone danesi all’anno entro il 2026. Il nuovo ceo aveva sottolineato come l’azienda stesse entrando in una fase di trasformazione, necessaria per consolidare la leadership proprio nei settori in cui Novo è più forte: obesità e diabete.

In quel momento, il taglio del personale era stato interpretato come una mossa di razionalizzazione, mirata a rafforzare la competitività operativa dell’azienda. Ma oggi, dopo il fallimento del programma Alzheimer, quella decisione assume una valenza diversa. Appare come parte di un più ampio ridimensionamento delle ambizioni extra-metaboliche dell’azienda, una sorta di ritorno all’essenzialità dopo la tentata incursione in un’area terapeutica molto più rischiosa.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

Ricevi gratis la copia di Borsa&Finanza

Ottieni la copia digitale del nostro magazine e resta aggiornato su mercati, economia e scenari finanziari