Il design non è più soltanto una disciplina estetica, né un perimetro circoscritto all’arredo o all’architettura. In Italia, più che altrove, è diventato una chiave di lettura trasversale della realtà economica e culturale. È dentro questa trasformazione che si inserisce il primo numero monografico de Le Guide de L’Espresso, diretto da Emilio Carelli, in edicola da ieri. Un volume che sceglie di osservare il design non nella sua accezione tradizionale, ma attraverso ciò che, più di ogni altra cosa, definisce l’identità italiana nel mondo: il cibo, il vino, il lifestyle.
È una scelta editoriale che non punta alla descrizione, ma alla sovrapposizione di piani. Perché in questo approccio il design non è ciò che si guarda, ma ciò che si vive. E il cibo non è soltanto nutrimento, ma forma culturale, linguaggio economico, infrastruttura simbolica. L’Italia, in questa lettura, non è solo un paese produttore di eccellenze gastronomiche, ma un sistema in cui la forma e la sostanza tendono continuamente a coincidere.
Il progetto editoriale segna anche un’evoluzione della storica esperienza delle Guide, attive dal 1979, che ogni anno osservano ristoranti, cantine e luoghi dell’ospitalità con un approccio critico e selettivo. La novità è la struttura: un ciclo di uscite trimestrali, ognuna dedicata a un tema trasversale letto attraverso una lente culturale. Dopo questo primo numero sul design applicato al mondo del food, il prossimo appuntamento sarà dedicato al turismo, mentre il 25 novembre a Milano tornerà la tradizionale serata di premiazione dell’enogastronomia italiana.
In questo articolo:
- I temi del nuovo numero de Le Guide de L’Espresso
- I numeri dell’agroalimentare: l’intervista al Ministro Lollobrigida
I temi del nuovo numero de Le Guide de L’Espresso
Il nuovo numero de Le Guide de L’Espresso si apre con un ritratto di Massimo Bottura che restituisce una dimensione meno iconica e più riflessiva dello chef modenese. Bottura si definisce “un allenatore di idee” e descrive la cucina come un progetto culturale prima ancora che gastronomico. “Quando le persone proiettano su di te aspettative e sogni, devi fare attenzione a non credere alla tua stessa leggenda”, afferma nell’intervista, mettendo al centro il tema dell’autenticità come esercizio quotidiano e non come condizione acquisita.
Accanto a lui, il confronto con Carlo Cracco, oggi impegnato tra il Ristorante Viride di Roma e la Galleria di Milano, rafforza una visione della cucina come costruzione collettiva. L’eccellenza non viene raccontata come risultato individuale, ma come processo condiviso con la brigata, in cui la dimensione organizzativa diventa parte integrante del prodotto finale.
Lo Speciale dedica ampio spazio anche alle nuove generazioni della ristorazione e della viticoltura italiana, con una selezione di chef e cantine emergenti che condividono un elemento comune: il rapporto diretto con il territorio e la centralità della filiera corta. Non si tratta soltanto di una tendenza gastronomica, ma di un modello produttivo che riflette una più ampia attenzione alla sostenibilità economica e ambientale, in cui la qualità diventa anche uno strumento di resilienza.
Presenti anche una serie di contributi dedicati al Fuorisalone, al living contemporaneo, all’arredo cucina, al linguaggio pubblicitario dell’agrifood e al mondo dell’hôtellerie, a conferma di un approccio editoriale che tende a dissolvere i confini tra settori, leggendo il design come infrastruttura culturale diffusa. La presentazione del numero alla Design Week di Milano, alla Rotonda della Besana, rafforza questa impostazione. L’evento non si è limitato alla presentazione editoriale, ma ha costruito un vero e proprio spazio narrativo in cui il design del packaging alimentare è diventato oggetto di una mostra storica. Le confezioni Barilla esposte hanno raccontato l’evoluzione del design grafico italiano attraverso un oggetto quotidiano, dimostrando come la cultura visiva del paese si sia costruita anche attraverso elementi apparentemente marginali.
I numeri dell’agroalimentare: l’intervista al Ministro Lollobrigida
In questo contesto editoriale, il contributo del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida assume un ruolo centrale, perché introduce una lettura politica ed economica del sistema agroalimentare italiano, che si inserisce perfettamente nella narrazione complessiva del numero.
Nell’intervista pubblicata nello speciale, il Ministro offre una serie di dati chiave che permettono di inquadrare la dimensione economica del settore. Il primo elemento riguarda l’export agroalimentare italiano, che nel 2025 ha raggiunto i 72,4 miliardi di euro, segnando un ulteriore miglioramento rispetto all’anno precedente. “È un segnale di solidità che nasce dal lavoro delle nostre imprese e dalla qualità riconosciuta del Made in Italy”, afferma Lollobrigida, sottolineando come il risultato sia il prodotto di una combinazione tra capacità produttiva e reputazione internazionale.
Il secondo dato riguarda la filiera vitivinicola, uno dei comparti più identitari dell’agroalimentare italiano. Il Ministro ricorda come il settore generi circa 14 miliardi di euro di fatturato, pari a circa il 10% dell’intero comparto agroalimentare nazionale. L’Italia, inoltre, si conferma primo produttore mondiale e primo esportatore in quantità, oltre che secondo in valore. Una posizione che, nelle parole del ministro, riflette la solidità strutturale del sistema, anche in un contesto caratterizzato da una contrazione dei consumi e da tensioni sui mercati internazionali.
Un altro elemento rilevante riguarda le politiche pubbliche di sostegno al settore. Lollobrigida cita la rimodulazione del Pnrr, attraverso la quale sono stati liberati 1,6 miliardi di euro destinati a rafforzare la competitività della filiera. A questi si aggiungono circa 100 milioni di euro per la promozione internazionale e ulteriori 100 milioni destinati all’ICE per il supporto alle imprese sui mercati esteri. Nel complesso, un pacchetto di risorse che il ministro definisce significativamente superiore rispetto agli stanziamenti precedenti.









