Le azioni Poste Italiane sono finite sotto i riflettori dei mercati finanziari con un’offerta pubblica di acquisto totalitaria su Tim, la principale compagnia telefonica italiana. Un’operazione attesa, “la studiavamo da cinque anni” ha ammesso l’a.d. Matteo Del Fante, e resa possibile solo dopo che Tim ha completato il risanamento del proprio bilancio con la cessione della rete fissa a Kkr per 22 miliardi di euro nel 2024. Prima di quell’accordo, il debito del gruppo telefonico era semplicemente troppo elevato per rendere l’acquisizione sostenibile.
I termini dell’offerta prevedono un corrispettivo misto: 0,167 euro in contanti e 0,0218 nuove azioni ordinarie di Poste Italiane per ogni titolo Tim portato in adesione, per un valore complessivo di 0,635 euro per azione. Il premio sul prezzo di chiusura del 20 marzo 2026 è del 9,01%. L’esborso cash totale si attesterebbe attorno ai 2,8 miliardi, mentre il resto dell’operazione viene finanziato tramite un aumento di capitale già approvato dal cda di Poste e in attesa di ratifica assembleare il 18 giugno. Dopo l’annuncio, Tim in Borsa ha guadagnato il 4,7% mentre Poste Italiane ha ceduto il 6,85%, scontando sia la diluizione dell’aumento di capitale sia qualche perplessità del mercato sulla generosità del prezzo offerto.
Poste Italiane-Tim: la logica industriale, molto più di una fusione
Al di là dei numeri dell’offerta, la vera scommessa è industriale. Del Fante ha indicato due priorità strategiche: cogliere più rapidamente le opportunità di collaborazione già sul tavolo, e avvicinare Tim all’ecosistema delle istituzioni pubbliche per aumentare la penetrazione nei servizi alla Pubblica Amministrazione. Il gruppo combinato avrebbe ricavi aggregati per 26,9 miliardi di euro, un ebit pro-forma di 4,8 miliardi e oltre 150mila dipendenti. Una piattaforma unica – logistica, finanza, cloud, telecomunicazioni e identità digitale – distribuita su 13mila uffici postali, 4mila punti Tim e 49mila partner terzi.
Sul fronte dei clienti, la super-app “P” di Poste potrebbe contare su oltre 19 milioni di utenti digitali attivi, con una media di 4,2 milioni di accessi giornalieri. Nel mobile, il nuovo gruppo raggiungerebbe i 24 milioni di clienti, combinando i 19 milioni di Tim con i 5 milioni di Poste Mobile, trasformandosi nel secondo operatore nazionale per dimensione. Le sinergie attese sono quantificate in 700 milioni di euro annui a regime: 500 milioni da efficienze di costo – inclusa la riduzione del costo del debito di Tim grazie alla solidità finanziaria di Poste – e oltre 200 milioni da ricavi aggiuntivi legati al cross-selling tra le rispettive basi clienti. I costi di integrazione sono stimati in circa 700 milioni, concentrati nei primi due anni.
Il nodo valutazione e le prospettive per chi investe
È su questo punto che si concentra il dibattito negli investimenti istituzionali. James Ratzer di New Street Research ha definito l’operazione un “tentativo opportunistico di rinazionalizzazione a basso costo”, sottolineando come il premio del 9% risulti modesto rispetto alle sinergie potenziali. Barclays ha evidenziato tre elementi che l’offerta non valorizza adeguatamente: il potenziale di consolidamento del mobile italiano da quattro a tre operatori, i possibili guadagni legati a FiberCop e una maggiore razionalità competitiva nel mercato consumer. I multipli impliciti – 6,9 volte l’ev/ebitda 2026 – risultano inferiori alla media dei concorrenti europei, che si collocano tra 7,5 e 7 volte.
BofA ritiene le sinergie realistiche e mette in evidenza il valore delle imposte differite di Tim, potenzialmente fino a 4 miliardi di euro con una base imponibile consolidata più ampia. Equita, che mantiene il buy su entrambi i titoli, vede l’operazione leggermente diluitiva sull’eps di Poste nel 2027, ma accretiva di circa il 10% a regime. Perché l’offerta sia valida, Poste deve raggiungere almeno il 66,67% del capitale Tim: un obiettivo che potrebbe richiedere un ritocco al rialzo del corrispettivo.
Guardando al grafico delle azioni Poste Italiane, il quadro tecnico offre spunti interessanti. Dopo il picco di 23,87 euro di fine febbraio, il titolo ha subito una fase correttiva con un gap ribassista tra 21,18 e 20,93 euro e il breakout della media mobile a 200 giorni. Con un segnale di ipervenduto pronunciato, un’operazione long da 20,1 euro con target a 22,3 euro e stop a 17,5 euro appare tecnicamente motivata.









