L’emendamento su Opzione Donna è stato respinto nel vertice del 26 novembre a Palazzo Chigi, lasciando sul tavolo un nodo previdenziale che pesa su migliaia di lavoratrici. La pensione anticipata al femminile, che avrebbe dovuto ottenere una proroga fino al 31 dicembre 2025, resta per ora ancorata ai criteri fissati dalla Legge di Bilancio 2025, quindi con requisiti bloccati al 31 dicembre 2024.
Un epilogo provvisorio, non esente da implicazioni sociali ed economiche, che ha già innescato un nuovo pressing politico verso una riformulazione delle coperture finanziarie. Prima di entrare nel dettaglio dei requisiti e dei possibili scenari futuri, è necessario comprendere il contesto che ha portato alla bocciatura e le aspettative tradite per migliaia di contribuenti.
In questo articolo:
- Perché la proroga di Opzione Donna è stata respinta: cosa è successo nel vertice di Palazzo Chigi
- Requisiti attuali: cosa serve per accedere alla pensione anticipato Opzione Donna nel 2025
- I veri effetti della pensione anticipata: un’uscita possibile ma più povera
Perché la proroga di Opzione Donna è stata respinta: cosa è successo nel vertice di Palazzo Chigi
Il vertice di maggioranza del 26 novembre, convocato per fare chiarezza sugli emendamenti alla Manovra 2026, si è trasformato in un tracciato netto: nessun provvedimento privo di coperture potrà entrare nella Legge di Bilancio. È esattamente qui che l’emendamento dedicato a Opzione Donna – firmato da Paola Mancini (Fratelli d’Italia) – ha trovato la sua brusca battuta d’arresto.
La proposta prevedeva una semplice ma decisiva modifica: spostare la finestra utile per maturare i requisiti di accesso alla pensione anticipata al 31 dicembre 2025. Una dilatazione di dodici mesi che avrebbe permesso a molte lavoratrici di rientrare nel perimetro della misura, specie a chi è vicina ai 35 anni di contributi ma non ancora arrivata al traguardo entro il 2024.
La Commissione Bilancio del Senato, però, ha bocciato l’emendamento per assenza di fondi. Un segnale di rigore contabile che non chiude definitivamente il capitolo ma lo congela in attesa di una possibile riformulazione delle coperture, già annunciata dalla stessa firmataria. La partita è quindi ancora aperta, sebbene la finestra temporale per un intervento utile alla prossima Legge di Bilancio si stia restringendo rapidamente.
Requisiti attuali: cosa serve per accedere alla pensione anticipata Opzione Donna nel 2025
L’architettura della formula di pensione anticipata in questione, lo si ricorda spesso, affonda le radici nella legge 243/2004, la Legge Maroni. Quello fu il primo intervento strutturato volto a riconoscere alle lavoratrici un canale dedicato di pensione anticipata. Da allora il meccanismo è cambiato varie volte, mantenendo però costante l’idea di fondo: permettere un’uscita anticipata rispetto alla pensione di vecchiaia, sacrificando parte dell’assegno pur di guadagnare anni preziosi.
Oggi, in assenza di proroghe, valgono i requisiti fissati dalla Legge di Bilancio 2025. Due i pilastri: almeno 35 anni di contributi e un’età anagrafica differenziata in base alla situazione personale e familiare.
Occorrono:
- almeno 61 anni per le donne senza figli;
- 60 anni per le madri di un figlio;
- 59 anni per le madri di due figli;
- 59 anni per chi assiste un familiare con disabilità grave o per chi possiede un’invalidità civile pari o superiore al 74%.
Rientrano inoltre nella platea:
– le caregiver
– le donne con invalidità civile ≥ 74%
– le ex dipendenti licenziate da aziende in crisi o coinvolte in processi di dissesto
Il denominatore comune resta il requisito contributivo: i 35 anni devono essere stati maturati entro il 31 dicembre 2024. Senza la proroga, molte lavoratrici vicine ai requisiti restano fuori per pochi mesi, con la conseguenza di dover attendere la pensione ordinaria o sperare in un intervento correttivo nel corso del 2025.
I veri effetti economici della pensione anticipata: un’uscita possibile ma più povera
La pensione anticipata Opzione Donna nasce come strumento di flessibilità, ma l’effetto economico resta il suo tallone d’Achille. L’Inps calcola infatti una penalizzazione media del 14% sull’assegno per chi sceglie la misura. La riduzione deriva dal ricalcolo contributivo integrale, un meccanismo che abbassa sensibilmente la prestazione futura in cambio dell’uscita anticipata.
Il punto critico, però, non è la penalizzazione. Il vero problema è che le donne partono già svantaggiate rispetto agli uomini: in media percepiscono pensioni più basse del 24% per carriere discontinue, part-time involontari e anni dedicati alla cura familiare. Un quadro che spiega perché, pur avendo lavorato una vita, molte italiane arrivino alla vecchiaia con assegni poco più che essenziali.
Ed è proprio qui che si inserisce la discussione politica. Da un lato la necessità di tutelare i conti pubblici; dall’altro la convinzione, sempre più diffusa tra gli analisti previdenziali, che interventi mirati per le lavoratrici non siano un privilegio ma un riequilibrio necessario. L’introduzione di criteri che valorizzano il lavoro domestico e di cura va in questa direzione, ma non basta a compensare decenni di carriere fragili.
L’eventuale proroga avrebbe permesso a molte madri, caregiver e lavoratrici in difficoltà di pianificare una transizione più sostenibile verso la pensione. È per questo che il dibattito non si spegnerà con una semplice bocciatura procedurale: la questione è strutturale e riguarda il futuro di un’intera generazione di contribuenti.









