L’oro da investimento deve rispettare tre requisiti per essere considerato tale: è quello fisico in lingotti o placchette di almeno un grammo e purezza pari o superiore a 995 millesimi e in monete di purezza pari o superiore a 900 millesimi, coniate dopo il 1800, che hanno o hanno avuto corso legale nel paese di origine, normalmente vendute a un prezzo che non supera dell’80% il valore sul mercato libero dell’oro in esse contenuto.
Non è oro fisico da investimento quello da gioielleria, ad uso prevalentemente industriale, medico e diagnostico. L’alternativa al metallo fisico è il cosiddetto oro finanziario, ovvero quello sotto forma di prodotti bancari (gli Etf, gli Etc, i certificati, le azioni di società minerarie) legati all’andamento del metallo in Borsa, spesso garantiti da oro fisico depositato. Questi investimenti dematerializzati garantiscono un accesso immediato al mercato, sono più facili da gestire e promettono un flusso di reddito costante.
In questo articolo:
- Tutto ciò che c’è da sapere sull’oro da investimento
- Gli strumenti
- La tassazione
- I rischi
Tutto ciò che c’è da sapere sull’oro da investimento
Negli ultimi anni, complici i trend rialzisti e i massimi storici raggiunti, l’oro ha assicurato plusvalenze impressionanti a chi ha investito. La sua natura, tuttavia, è diversa da ogni altro tipo di investimento. Non a caso ci sono molti elementi da prendere in considerazione prima di comprare oro. Bene rifugio per eccellenza, il metallo prezioso protegge il patrimonio dall’inflazione e dalle crisi politico-finanziarie, ma per sua natura non produce valore.
A differenza delle obbligazioni che fruttano un tasso di interesse e delle azioni che producono dividendi, l’oro è legato alla rivendita: per avere un utile di capitale, è necessario rivenderlo a un prezzo più alto di quanto è stato comprato. In aggiunta, l’offerta di oro non influisce sul prezzo, diversamente da quanto succede con materie prime come il petrolio o il grano, connesse all’offerta e alla domanda industriale o agricola. Il valore dell’oro dipende unicamente dalla domanda degli investitori e quindi dal prezzo di Borsa. Prima di avventurarsi in un investimento così delicato, è quindi opportuno sapere quali sono gli strumenti a disposizione, conoscere come funziona la tassazione e i rischi a cui si va incontro.
Gli strumenti
È possibile investire in oro fisico in primo luogo in maniera diretta: comprando lingotti, monete, gioielli e preziosi. L’importante è che siano costituiti almeno per il 99,5% di oro. In genere, i lingotti sono di oro puro 999,9 (costituiti al 99,9% da oro) e vengono resi disponibili in diversi tagli, da 2 e 5 grammi fino a 100 grammi e 1 chilo. Il prezzo di vendita dell’oro dipende dal prezzo di Borsa e dallo spread, ossia la percentuale applicata dall’operatore al prezzo di Borsa, variabile in maniera inversamente proporzionale al quantitativo dell’oro: più se ne compra, minore è la fee.
Il mercato dell’oro fisico è spesso difficilmente accessibile e gli investitori al debutto in questo settore si orientano su un oro che ha il minore costo iniziale d’investimento (spread). Esempi classici sono la sterlina d’oro inglese, il Marengo svizzero, il Krugerrand sudafricano, i lingottini da un’oncia e i lingotti da 100 grammi, quelli più ricercati e venduti dagli investitori perché hanno il migliore rapporto qualità-prezzo.
Naturalmente è essenziale comprare oro solo presso gli operatori professionali autorizzati dalla Banca d’Italia, che pubblica sul suo sito ufficiale l’elenco aggiornato dei professionisti accreditati, meglio noti come Opo (operatori professionali in oro). Anche le banche con una specifica licenza vendono oro, ma difficilmente lo fanno in forma fisica: gli istituti indirizzano piuttosto su Etf ed Etc, Cfd e strumenti derivati come i futures che permettono di puntare sull’oro senza possedere direttamente l’asset fisico.
La tassazione
In Italia l’oro da investimento, ovvero i lingotti e le monete con una purezza superiore rispettivamente ai 995 millesimi e ai 900 millesimi, è esente da Iva. La legge n. 7 del 17 gennaio 2000 ha liberalizzato la compravendita, equiparando l’acquisto di oro alle altre forme di investimento finanziario. Il possesso non è tassato, ma l’imposta va calcolata quando l’oro viene rivenduto maturando una plusvalenza. In questo caso, si paga una tassa sostitutiva del 26% sul profitto realizzato, calcolato sulla differenza tra prezzo di vendita e acquisto.
L’imposta sostitutiva del 26% è al centro del dibattito politico sulla manovra di bilancio per il 2026, che intende offrire un’aliquota agevolata (tra il 12,5% e il 13%: la percentuale non è stata ancora definita) sulla rivalutazione dei metalli preziosi allo stato grezzo o monetato posseduti alla data del 1° gennaio 2026. A proposito di tassazione, è fondamentale conservare sempre la fattura dell’acquisto: senza di essa, il Fisco applica l’imposta del 26% sull’intero importo ricavato dalla vendita, e non più sul 25% come accadeva in passato. Chi non possiede o ha perso la fattura deve quindi fare molta attenzione.
Le tasse sulla vendita dell’oro vanno dichiarate nel quadro Rt della sezione II del modello Redditi Persone fisiche: è la sezione dedicata alle plusvalenze di natura finanziaria. Nel caso in cui l’investimento sia avvenuto all’estero e non in Italia, occorre specificarlo nel quadro Rw dello stesso modulo. L’oro va dichiarato anche nell’Isee nel quadro Fc2 della sezione II codice 99 della Dsu, indicando il controvalore in euro. Se non si conosce questo dato, bisogna recuperare la quotazione ufficiale dell’oro al 31 dicembre dell’anno di riferimento e moltiplicarla per i grammi di oro puro posseduti.
I rischi
Innanzitutto l’alta volatilità dei prezzi – il valore dell’oro è per sua natura soggetto a forti oscillazioni – e l’assenza di rendimenti passivi: l’oro è un investimento che di per sé non produce redditi, il suo valore dipende esclusivamente dalla domanda degli investitori. È un elemento da tenere sempre a mente. “Se possiedi un’oncia d’oro per un’eternità, alla fine possiederai ancora un’oncia”, ha scritto Warren Buffett in una famosa lettera agli azionisti. C’è poi la questione dei costi di custodia: oltre all’acquisto e alla vendita e alle relative commissioni, la conservazione di lingotti e monete in banca costa in media tra i 100 e i 500 euro all’anno per una cassetta di sicurezza, a seconda delle dimensioni del caveau e dell’istituto individuato.
Chi sceglie la custodia personale deve fare i conti con l’acquisto di una cassaforte robusta e ignifuga e con la richiesta di una maggiore vigilanza, visto che si decide di tenere l’oro in un deposito domestico. Ci sono anche aziende specializzate nei servizi di custodia, che chiedono una percentuale sul valore (per esempio lo 0,5% all’anno), spesso con un minimo, e ulteriori costi di gestione annuali o semestrali. Infine, vanno considerati i rischi legati all’emittente per il cosiddetto oro “cartaceo” (l’investimento legato al prezzo dell’oro fisico, ma senza possedere materialmente il metallo: Eft, certificati, azioni di società minerarie) e alla leva finanziaria per i derivati come i Cfd.
Infine, non bisogna mai dimenticare il lato burocratico. Oltre alle tasse da pagare sulle plusvalenze, occorre sempre dichiarare all’Uif (l’Unità di informazione finanziaria per l’Italia) ogni compravendita di valore pari o superiore a 12.500 euro (l’obbligo ricade sul privato a meno che non sia coinvolto un operatore professionale che si occupa della comunicazione) e rispondere alle domande del processo di adeguata verifica antiriciclaggio, sempre per le operazioni pari o superiori ai 12.500 euro. L’Av è fondamentale per identificare clienti e titolari effettivi e contrastare la compravendita di metallo prezioso per finalità illecite come il riciclaggio di denaro e il finanziamento di attività terroristiche.









