Pensione e giovani: perché iniziare presto conviene

Articolo sponsorizzato

Condividi su

Ascolta questo articolo

Non è mai troppo presto per pensare alla pensione. Sembra una fase fatta, ma ci si rende conto della sua importanza quando si smette di lavorare e si prende l’agognato vitalizio. È normale che quando si è molto giovani – diciamo sotto i 35 anni – è difficile pensare a come sarà la propria vita tra 20, 30 o 40 anni. Compiere questo sforzo, però, può evitare di ritrovarsi con brutte sorprese e soprattutto di non essere in grado di tenere un tenore di vita dignitoso.

 

In questo articolo:

 

  • Pensione e giovani: tutti i motivi per cominciare a pensarci
  • Quali sono le difficoltà

 

Pensione e giovani: tutti i motivi per cominciare a pensarci

La situazione del sistema pensionistico italiano è molto diversa rispetto a quella di 30 anni fa. Numerose riforme sono state orientate ad allungare l’età di pensionamento e soprattutto a ridurre la rendita percepita a parità di contributi versati. Questo perché la popolazione italiana si avvia sempre più verso un invecchiamento, dovuto essenzialmente sia al fatto che le persone vivono a più a lungo con il miglioramento delle cure mediche, ma anche al crollo della natalità. Giocoforza, essendo il sistema pensionistico a ripartizione – le pensioni vengono pagate dai contributi dei lavoratori -, sono sempre meno gli incassi dell’Inps rispetto al fabbisogno necessario per corrispondere le pensioni.

Questo problema è stato avvertito da diversi decenni, il che ha dato vita a misure governative per cercare di contenere gli effetti del fenomeno. Nel 1995 è stata fatta un’importante riforma, conosciuta come legge Dini, che ha sancito il passaggio da un meccanismo di retribuzione a uno di contribuzione nella corresponsione della pensione. Cosa significa? E soprattutto, perché è importante per chi ancora è in attività lavorativa?

Con il vecchio sistema, la pensione percepita veniva calcolata sulla base della media delle retribuzioni degli ultimi anni di carriera e dell’anzianità contributiva maturata. Ciò implicava che la rendita vitalizia fosse molto vicina al salario ricevuto poco prima di andare in pensione, permettendo al soggetto in questione di mantenere più o meno lo stesso tenore di vita. Il metodo a contribuzione invece comporta il calcolo della pensione sulla base dei contributi effettivamente versati durante l’attività lavorativa e dell’età di uscita dal mercato del lavoro. Un cambiamento radicale di paradigma che si traduce in una pensione il più delle volte molto più scarna rispetto al reddito lavorativo. Essere consapevoli di questo fatto è fondamentale, perché più tardi si iniziano a versare i contributi, più basso è il montante accumulato in quiescenza da ripartire in rendita vitalizia. Senza contare il fatto che l’età per la pensione di anzianità e di vecchiaia si è allungata e quindi iniziare tardi con la contribuzione equivale a prolungare l’attesa per ottenere il vitalizio.

Secondo alcuni studi, per mantenere nella terza età un tenore di vita simile a quello pre-pensionamento è necessario ottenere una pensione equivalente al 70-80% dell’ultimo stipendio, cosa che per la maggior parte della popolazione rasenta l’impossibile. Ciò significa che una certa quota di quanto percepito non deve venire dalla previdenza obbligatoria, ma da quella complementare. Anche qui vale lo stesso discorso: prima si comincia a versare i contributi, meglio è. Tali contributi nei fondi pensione vengono investiti e quindi l’accumulo di capitale finale da corrispondere in rendita aumenta quanto più numerosi sono i versamenti periodici. Lo Stato garantisce alcune agevolazioni fiscali per la previdenza integrativa, come la deducibilità annua dei contributi a fondi pensione fino a 5.300 euro e la tassazione agevolata fino al 9% della rendita pensionistica a partire dal 35esimo anno di partecipazione al fondo. In termini pratici, prima si investe, più si guadagna.

Ci sono altri motivi per pensare alla pensione sin da giovani. È importante ad esempio controllare regolarmente il proprio profilo Inps per verificare quanto è stato effettivamente versato sotto forma di contributi e per correggere quindi eventuali errori. Farlo sin da subito mette al riparo dall’avere sorprese sgradite una volta che si accede alla pensione tra 20, 30 o 40 anni.

Interessarsi presto alla pensione, conoscendo tutti i vari strumenti integrativi e di investimento serve anche a migliorare la propria educazione finanziaria e rendersi meno vulnerabili. Soprattutto in tema di pensioni, che interessano l’ultima parte della vita di ognuno. Infine, costruire un piano pensionistico per i prossimi 30-40 anni, magari attraverso l’aiuto di un consulente finanziario esperto, fornisce vantaggi notevoli in termini non solo di programmazione, ma anche fiscali come si è visto. 

 

Quali sono le difficoltà

Interessarsi al proprio futuro è importante, ma non è sempre agevole fare una pianificazione. Lo Stato esorta a costruirsi una pensione integrativa perché non ha le risorse sufficienti a sostenere un sistema che sta andando verso il collasso. La gran parte della popolazione ha però palesi difficoltà a farlo. Secondo una statistica dalla Covip, solo un quarto dei residenti italiani nati tra il 1965 e il 1994 ha aderito a un fondo pensione. Il punto è che non si tratta solo di una questione di scarsa cultura finanziaria, per quanto essa abbia il suo peso. Gli stipendi in Italia sono tra i più bassi nell’ambito dei principali Paesi europei. Soprattutto sono stagnanti da almeno un paio di decenni, mentre l’inflazione è salita notevolmente negli ultimi anni specialmente nelle grandi città. Tradotto significa che le risorse da destinare a un fondo pensione sono esigue una volta che dal reddito vengono tolte le spese necessarie per il sostentamento.

Alcuni studiosi della materia sostengono che fino a quando non verrà fatta una politica del lavoro tale da permettere ai contribuenti di elevare il proprio tenore di vita, difficilmente si vedrà decollare la previdenza integrativa in Italia. Su questo fronte, negli ultimi anni sono stati fatti pochi passi in avanti. Ogni tentativo dello Stato di ridurre il cuneo fiscale per aumentare l’entità delle buste paga finisce per scontrarsi con l’annoso problema del debito pubblico, arrivato ormai al limite della sostenibilità.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

Ricevi gratis la copia di Borsa&Finanza

Ottieni la copia digitale del nostro magazine e resta aggiornato su mercati, economia e scenari finanziari