Il decreto del governo italiano che delinea i termini per la vendita di una parte del pacchetto azionario di Poste Italiane sta per essere pubblicato. L’annuncio è stato dato la scorsa settimana. La quota statale verrà ridotta del 14% permettendo al Tesoro di mantenere il controllo della società di pacchi e spedizioni. In base a quanto riportato da Reuters, la procedura di vendita si rivolgerà prioritariamente ai risparmiatori nazionali, inclusi i dipendenti di Poste Italiane, incoraggiandoli a investire nelle azioni per mezzo di incentivi come sconti sul prezzo. Quella che dovrebbe attuarsi nelle prossime settimane è la prima operazione di privatizzazione degli ultimi nove anni in cui vengono coinvolti anche i piccoli risparmiatori. Sarà inoltre la prima offerta di una società pubblica in versione digitale. L’offerta pubblica di vendita avverrà in parte attraverso un collocamento a investitori professionali italiani e stranieri.
Il calendario non è stato ancora stabilito, quantunque si parli di un’OPV che potrebbe cadere tra il 14 e il 21 ottobre. Tuttavia si valuta di effettuare l’operazione in più fasi, con lo Stato che si riserva il diritto di effettuare un accelerated bookbuilding o un block trade per spuntare un prezzo più elevato. La scelta dei consulenti dovrebbe avvenire questa settimana, con il Tesoro che ha già chiesto la partecipazione all’operazione di società finanziarie e studi legali.
Poste Italiane: vendere le azioni è la mossa giusta?
Attualmente la quota dello Stato in Poste Italiane è pari al 64,3%, di cui il 29,3% in mano al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef) e il 35% di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Dalla transazione il Tesoro dovrebbe incassare qualcosa come 2,3 miliardi di euro. Ciò permetterà di ridurre il gigantesco debito pubblico italiano e rientrare nei parametri fiscali dell’Unione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita.
La dismissione di azioni Poste Italiane rientra in un ciclo di privatizzazioni che dalla fine del 2023 ha portato nelle casse del Tesoro circa 3 miliardi di euro, grazie alla riduzione delle partecipazioni in Banca Monte dei Paschi di Siena e in Eni. Originariamente il governo di Giorgia Meloni era intenzionato a vendere l’intera quota del Mef in Poste Italiane, mantenendo la sola partecipazione di Cdp. Tuttavia, le proteste dei partiti di opposizione e dei sindacati hanno indotto Palazzo Chigi a ridimensionare i piani.
Riducendo la partecipazione del 14%, lo Stato conserverà il controllo dell’azienda e incasserà liquidità preziosa per abbassare il debito. Inoltre, l’esecutivo ha promesso che i posti di lavoro saranno conservati e non verrà effettuata alcuna chiusura di filiali. Ciò nonostante, la mossa non è stata al riparo da critiche anche dure. I sindacati hanno parlato di “svendita” di un asset importante come quello di Poste. “Il versante delle privatizzazioni il governo non lo sta discutendo con nessuno e il rischio concreto è di fare semplicemente cassa, fuori da un progetto industriale serio del Paese che indichi settori strategici e investimenti” ha dichiarato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.
Alcuni sostengono che alla fine l’operazione sarà svantaggiosa per il governo, in quanto ciò che attualmente percepisce in dividendi da Poste Italiane è maggiore rispetto agli interessi pagati sul debito pubblico per la parte riferita all’incasso dalla partecipazione che intende vendere. Il gruppo guidato da Matteo Del Fante oggi è uno dei principali datori di lavoro in Italia con oltre 120 mila dipendenti e prevede di distribuire 6,5 miliardi di euro di dividendi tra il 2024 e il 2028.









