Private equity: per Amundi è come uno schema Ponzi - Borsa e Finanza

Private equity: per Amundi è come uno schema Ponzi

Private equity: per Amundi è come uno schema Ponzi

Nei prossimi anni il private equity dovrà affrontare una resa dei conti. È questa la sentenza calata dal più grande gestore patrimoniale d’Europa, Amundi, che ha paragonato il settore a uno schema Ponzi. Vincent Mortier, Chief Investment Officer di Amundi Asset Management, ha dichiarato in una presentazione dell’azienda che alcune parti del private equity sono simili a uno schema piramidale, dove si possono vendere attività a un’altra società dello stesso settore per 20 o 30 volte i guadagni.

Secondo Amundi, vi è un difetto informativo di grande rilievo, perché le società di private equity bloccano il denaro degli investitori per molto tempo, senza che si sappia se gli investimenti abbiano tratto profitto o meno. Questi infatti diventano pubblici solo se si decide di elencare le attività o di rivelare il prezzo al quale tali attività sono state cedute.

Tutto il contrario di quanto accade nei gestori tipici dove asset come azioni e obbligazioni sono quotati in tempo reale e quindi facili da monitorare. Mortier ha precisato che nel private equity ci sono delle opportunità molto interessanti, ma allo stesso esistono dei rischi che possono fare vittime. Gli investitori cercano spesso rendimenti redditizi in un settore diverso rispetto ai mercati pubblici, ma non esistono miracoli, sentenzia l’esperto.

 

Private equity: ecco perché è cresciuto negli ultimi anni

Il private equity negli ultimi anni ha conosciuto un periodo di grande splendore, perché la liquidità è abbondata grazie alla possibilità di prendere a prestito a tassi molto bassi. Questo ha generato una potenza di fuoco imponente che ha portato ad acquisizioni di un numero importante di società, a volte levando le castagne dal fuoco a realtà ormai compromesse. In questo momento, globalmente tutto il settore dispone di oltre 6.000 miliardi di asset in gestione, in base a un’analisi effettuata dalla società di consulenza McKinsy & Company circa 3 mesi fa. Nel primo trimestre del 2022 sono stati sostenuti accordi per 288 miliardi di dollari, il 17% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Il motivo della crescita è derivato dal fatto che il settore è riuscito ad attrarre una frotta di investitori che sono rimasti delusi dai mercati azionari pubblici e che hanno subito perdite notevoli con le turbolenze create dalla politica monetaria aggressiva della Federal Reserve e dalla guerra Russia-Ucraina. Inoltre, il mercato obbligazionario ha offerto rendimenti reali esigui con un’inflazione così alta e per di più non è riuscito a compensare il calo delle azioni nella gestione del portafoglio, come avviene tradizionalmente.

La volatilità per giunta ha allargato gli spread e su questo Mortier ha espresso una certa preoccupazione, asserendo che è sempre più difficile concludere accordi, specialmente quando il divario tra il prezzo a cui gli investitori comprano e quello a cui vendono è insolitamente ampio. Questo, per l’esperto, è in parte dovuto alla regolamentazione che si è inasprita dopo la grande crisi del 2008 e in parte al ruolo delle banche nella figura di market maker, essendo diventate più avide.

 

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