Puma parla sempre più cinese. Con l’acquisizione del 29% del capitale per 1,5 miliardi di euro, il colosso cinese Anta Sports diventa primo azionista del gruppo tedesco in un momento di profonda revisione strategica, tra vendite in rallentamento e un piano di rilancio ancora in fase di esecuzione.
L’operazione si colloca in un quadro più ampio che, negli ultimi anni, ha visto numerosi marchi europei e italiani, dalla moda al lifestyle, dal beauty ai beni di consumo, passare sotto il controllo o l’influenza di gruppi cinesi, contribuendo a ridisegnare la mappa proprietaria del Made in Europe.
In questo articolo:
- Anta Sports diventa primo azionista di Puma con un’operazione da 1,5 miliardi
- Puma alle prese con il reset strategico e la pressione sui conti
- La moda (e non solo) guarda sempre più alla Cina
Anta diventa primo azionista di Puma con un’operazione da 1,5 miliardi
Il gruppo cinese ha raggiunto un accordo con Groupe Artémis, veicolo d’investimento della famiglia Pinault, per l’acquisto del 29,06% della società tedesca per circa 1,5 miliardi di euro in contanti. L’operazione prevede l’acquisto di 43 milioni di azioni a un prezzo di 35 euro ciascuna, con un premio del 61% rispetto alla chiusura del titolo Puma di lunedì. Anta ha precisato che la transazione sarà finanziata interamente con risorse di liquidità proprie e che il closing è atteso entro la fine del 2026, subordinatamente alle autorizzazioni regolamentari.
L’operazione porta Anta a diventare il principale azionista di Puma senza configurare un passaggio di controllo. Il gruppo cinese ha escluso, allo stato attuale, il lancio di un’offerta pubblica di acquisto sull’intero capitale, indicando invece l’intenzione di richiedere una rappresentanza nel Consiglio di Sorveglianza una volta completata la transazione. Anta ha inoltre chiarito che collaborerà con Puma nel rispetto della sua identità e del patrimonio di marca, lasciando aperta la possibilità di un’evoluzione della partnership nel tempo, senza indicare ulteriori passaggi oltre alla partecipazione di minoranza qualificata.
Puma alle prese con il reset strategico e la pressione sui conti
Il contesto in cui matura l’ingresso di Anta è quello di una Puma ancora sotto pressione, alle prese con un progressivo indebolimento delle vendite in un quadro di domanda più debole e di competizione elevata nel segmento sport-lifestyle. Il 2025 segna l’avvio di un percorso di riorientamento strategico definito dal management come una “fase di reset”. Dopo un secondo trimestre chiuso con un calo delle vendite dell’8,3%, il terzo trimestre ha registrato una contrazione più marcata del 10,4%, con ricavi scesi a 1,95 miliardi di euro e una perdita netta di 62,3 milioni di euro, a fronte di un utile di 127,8 milioni nello stesso periodo dell’anno precedente. La flessione è stata attribuita in larga parte alle iniziative di razionalizzazione della distribuzione e alla riduzione della presenza nei canali a minore redditività, avviate per riposizionare il marchio e migliorare la qualità dei ricavi. Parallelamente, Puma ha avviato un programma di gestione delle scorte, che nel trimestre sono cresciute del 17,3% a 2,1 miliardi di euro, con l’obiettivo dichiarato di riportarle a livelli normalizzati entro la fine del 2026. In controtendenza, il canale direct-to-consumer ha raggiunto il 29,1% delle vendite complessive, sostenuto dalla crescita dell’e-commerce (+5,6%).
Il piano di rilancio delineato dal ceo Arthur Hoeld prevede una revisione della struttura dei costi, un riallineamento delle spese operative e un rafforzamento dell’efficienza finanziaria, accompagnati da una riduzione dell’organico di circa 900 ruoli impiegatizi entro il 2026, dopo i 500 tagli già avviati nel 2025. La società ha confermato per il 2025 un outlook che prevede vendite in calo a doppia cifra, un ebit negativo e investimenti in conto capitale per circa 250 milioni di euro, collocando il 2026 come anno di transizione e indicando il ritorno alla crescita a partire dal 2027. Sul fronte societario, la partecipazione in Puma era già stata oggetto di attenzione mediatica nei mesi precedenti: a inizio gennaio erano circolate indicazioni su un possibile accordo con Anta per l’acquisto della quota detenuta da Artémis. Secondo quanto riportato da Reuters, il gruppo cinese avrebbe già assicurato le risorse finanziarie necessarie all’operazione, in un negoziato che in quella fase si sarebbe fermato sulle valutazioni, prima di giungere all’intesa annunciata ora.
La moda (e non solo) guarda sempre più alla Cina
L’operazione su Puma si inserisce in una fase in cui gruppi cinesi e capitali asiatici tornano a muoversi con decisione su marchi europei, con una forte attenzione a brand riconoscibili e a settori ad alto contenuto simbolico.
Nel lusso italiano, tra i casi più noti rientra Sergio Rossi, storico marchio della calzatura di alta gamma, acquisito nel 2021 dal gruppo cinese Fosun attraverso la sua divisione fashion, dopo l’uscita di Investindustrial. Sempre Fosun è stato coinvolto, negli anni successivi, anche nelle trattative per La Perla, marchio simbolo dell’intimo italiano, più volte oggetto di negoziati e dossier di ristrutturazione, in un contesto di perdite strutturali e crisi finanziaria protratta. Accanto a questi, nel segmento fashion-lusso si colloca l’operazione su Golden Goose, marchio veneziano delle sneaker di alta gamma, che ha aperto il capitale a investitori cinesi attraverso un grande fondo internazionale, con una valutazione superiore ai 2,5 miliardi di euro. Un’operazione che si è inserita nella fase di forte crescita globale del brand e di consolidamento della sua rete retail internazionale.
Nel perimetro dei beni di consumo e del lifestyle rientra anche Bialetti, storico marchio della moka italiana, finito sotto il controllo di capitali legati a Hong Kong dopo anni di ristrutturazioni, con un piano orientato al rafforzamento patrimoniale, alla riduzione del debito e al rilancio sui mercati internazionali, in particolare in Asia. Nel settore beauty, è stato acquisito Foltène, marchio italiano specializzato nella salute dei capelli, in un’operazione che ha incluso l’intero perimetro industriale, dal brand agli impianti produttivi e al centro di ricerca in Italia. Il quadro più ampio comprende inoltre acquisizioni risalenti agli anni precedenti, come Buccellati (Gantai), Ferretti (Weichai) e Ansaldo Energia (Shanghai Electric), oltre a marchi della moda come Krizia, Roberta di Camerino e Miss Sixty, acquisiti da gruppi cinesi nel corso degli ultimi anni. A queste si sono affiancate partecipazioni di minoranza della People’s Bank of China in diverse blue chip italiane e investimenti in asset sportivi come Inter e Milan.









