Rischio di credito: banche solide ma attenzione al private credit

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Nel 2026 la tendenza “sistema credito” sarà quella di proseguire in una ricomposizione strutturale dell’erogazione dei finanziamenti tra banche, mercati e operatori non bancari. Questo il filo rosso che lega le priorità di vigilanza della Bce, le previsioni macroeconomiche e le dinamiche osservate sul mercato del finanziamento alle imprese. La Bce, nel proprio paper Supervisory Priorities 2026-28” descrive un sistema bancario europeo con fondamentali solidi – capitale, liquidità e livelli contenuti di Npl – ma inserito in un contesto di incertezza senza precedenti, in cui i rischi geopolitici, commerciali, climatici e tecnologici possono tradursi rapidamente in shock improvvisi.

Da qui l’insistenza, comprensibile, della Vigilanza su criteri rigorosi di concessione del credito, pricing basato sul rischio e rafforzamento delle politiche di accantonamento, soprattutto sui portafogli più vulnerabili come PMI e real estate non residenziale. Questo approccio estremamente prudenziale si riflette, ovviamente, sull’andamento dei prestiti. Come osserva la stessa Bce, il credito bancario a imprese e famiglie cresce poco, nonostante il significativo allentamento monetario intervenuto tra il 2024-2025. Le banche europee, lato loro, ritengono che il razionale alla base della assenza di crescita dei prestiti non dipenda da una carenza della loro offerta, ma da un contesto regolatorio e di supervisione fortemente vincolante, che negli ultimi dieci anni si è man mano stratificato: Basilea 3, calendar provisioning, buffer nazionali e l’impatto progressivo del CRR III e dell’output floor, elementi che hanno reso il credito bancario strutturalmente molto più selettivo per l’elevato assorbimento di capitale richiesto dalle esposizioni più rischiose.

Il confronto con gli Stati Uniti accentua il tema del divario competitivo. Mentre l’Europa applica integralmente le nuove regole prudenziali, negli Usa l’attuazione di Basilea 3 (come altri paletti prudenziali) continua a essere rinviata. Il risultato è che, a parità di rischio economico, il credito bancario europeo assorbe più capitale, rendendo meno conveniente l’erogazione verso controparti con profili di rischio medio-alto, anche quando il rendimento potenziale sarebbe elevato.

A questa dinamica regolatoria si somma un secondo fattore decisivo: la concorrenza dei mercati dei capitali e del private credit. Negli ultimi due anni, come evidenziano diversi analisti, le imprese con rating investment grade hanno trovato nei corporate bond una fonte di finanziamento spesso più conveniente del prestito bancario. Ma la vera novità riguarda le imprese con rating inferiore: in questo segmento stanno crescendo rapidamente i fondi di private credit, che in Europa hanno raggiunto circa 530 miliardi di euro a fine 2024 e potrebbero avvicinarsi ai 1.000 miliardi entro il 2030.

I fondi di private credit si concentrano proprio su quella fascia di imprese che, per le banche, comporta un maggiore assorbimento di capitale. Non sorprende quindi che una parte del rischio venga “spostata” fuori dai bilanci bancari. Questo fenomeno contribuisce a spiegare perché, nonostante la crescita economica moderata e il rientro dei tassi, i volumi di credito bancario restino compressi mentre i crediti deteriorati rimangono su livelli storicamente contenuti. Le previsioni Abi-Cerved confermano questo scenario: nel 2026 il tasso di default delle imprese è atteso intorno al 3%, ben lontano dai picchi delle crisi passate, ma con pressioni più marcate in alcuni settori (industria e costruzioni) e nelle microimprese. Non si tratta quindi di una crisi sistemica, bensì di una selettività crescente del credito, che premia le imprese più solide e spinge, per necessità, le altre verso canali di finanziamento alternativi.

Nel 2026 il rischio di credito non sarà il frutto di un eccesso di prestiti, ma semmai proprio il contrario. Un sistema bancario più sicuro e regolato eroga credito in modo più prudente, mentre una quota crescente di rischio migra verso i mercati e il private credit. Lo spostamento dell’erogazione del credito dalle banche ai fondi non è tuttavia neutrale dal punto di vista sistemico. Le banche, pur operando secondo logiche economiche e prudenziali, svolgono storicamente anche una funzione di stabilizzazione del ciclo economico, accompagnando le imprese nelle fasi di difficoltà temporanea e valutando la continuità del rapporto in un’ottica di medio-lungo periodo. I fondi di private credit, al contrario, rispondono a un unico driver: la massimizzazione del rendimento per gli investitori. In presenza di tensioni finanziarie, la scelta tra proseguire nel rapporto o interromperlo tende fisiologicamente a risolversi a favore di una logica di stop loss, piuttosto che di sostegno alla continuità aziendale.

In questo senso, la crescente disintermediazione bancaria rischia di aumentare la vulnerabilità del sistema delle Pmi, trasferendo il rischio dal bilancio delle banche a soggetti meno inclini a gestirlo in chiave sistemica. La vera sfida per l’Europa non sarà soltanto preservare la stabilità finanziaria – obiettivo ormai raggiunto – ma trovare un equilibrio tra prudenza regolamentare e capacità del credito di sostenere il tessuto produttivo, evitando che la riduzione del rischio bancario si traduca, nel lungo periodo, in un aumento del rischio economico complessivo.

 

A cura dell’avv.to Giuseppe Carteni, Partner studio legale LEAD

 

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