La cosiddetta tassa sull’oro da investimento e la gestione delle riserve auree della Banca d’Italia sono al centro del dibattito politico sulla manovra di bilancio per il 2026. Il primo punto stima un gettito fiscale di 2 miliardi di euro da una aliquota agevolata (tra il 12,5% e il 13% anziché il 26%: la percentuale non è stata ancora definita) sulla rivalutazione dei metalli preziosi allo stato grezzo o monetato posseduti alla data del 1° gennaio 2026.
La seconda proposta è un argomento controverso caldeggiato fortemente da Fratelli d’Italia: dopo diverse mozioni presentate in passato, il partito di via della Scrofa ribadisce in un emendamento che le riserve auree detenute e gestite da Bankitalia appartengono allo Stato, “in nome del popolo italiano”. FdI ritiene che l’oro rappresenti una ricchezza nazionale e che le riserve devono rimanere di proprietà pubblica. La materia è dibattuta da tempo e c’è già chi parla di “scippo” alla Banca centrale.
In questo articolo:
- Le riserve auree della Banca d’Italia nella manovra 2026
- Quanto oro ha l’Italia e chi altri lo detiene
- Chi controlla la Banca d’Italia
- Il ruolo delle banche private e i loro limiti
Le riserve di oro della Banca d’Italia nella manovra 2026
L’emendamento porta la firma del capogruppo Lucio Malan e di altri tre senatori del partito di Giorgia Meloni. Il testo è apposto in una posizione strategica: l’emendamento è al primo articolo della legge di bilancio per il 2026, fondamentale per stabilire l’equilibrio tra entrate e uscite dello Stato per i prossimi tre anni. Naturalmente il governo non intende appropriarsi delle riserve d’oro di Bankitalia e trasferirle dal sistema delle banche centrali europee al bilancio pubblico, anche perché il tema è appunto di competenza della Bce.
L’obiettivo dell’esecutivo è contare su una garanzia forte in caso di crisi internazionali. Non è la prima volta, tuttavia, che esponenti di Fratelli d’Italia sollevano dibattiti per le loro parole sulla posizione della Banca d’Italia. Alla fine del 2022, il senatore Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario con delega all’attuazione del programma di governo, ha dichiarato all’Ansa che Bankitalia è “partecipata da banche private” e quindi è “una istituzione che ha una visione, legittimamente”.
Quanto oro ha l’Italia e chi altri lo detiene
L’Italia possiede 2.451,84 tonnellate d’oro: è il massimo storico raggiunto alla fine degli anni Novanta e rimasto invariato da allora. La Banca d’Italia detiene 1.100 tonnellate di queste 2.451,84 complessive: le custodisce nei caveau della sua sede centrale di via Nazionale a Roma. La parte restante è distribuita presso le Banche centrali di Stati Uniti (1.061,5 tonnellate), Svizzera (149,3) e Gran Bretagna (141,2).
In totale, l’oro custodito in Italia vale ad oggi circa 275 miliardi di euro e rappresenta il 13% del Pil nazionale e il 10% del debito pubblico italiano. Bankitalia spiega sul suo sito ufficiale che questa scelta di distribuire le riserve “deriva, oltre che da ragioni storiche, legate ai luoghi in cui l’oro fu acquistato, anche da una strategia di diversificazione finalizzata alla minimizzazione dei rischi e dei costi”. Nella classifica dei paesi con le maggiori riserve auree, in costante aggiornamento sul sito del World Gold Council, l’Italia è al terzo posto dietro gli Stati Uniti (8.133,46 tonnellate) e la Germania (3.350,25 tonnellate).
Chi controlla la Banca d’Italia
La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, come stabilisce l’articolo 1 del suo statuto, ma la sua proprietà è detenuta dalla Repubblica Italiana. La sua guida è affidata al Direttorio composto dal Governatore, dal Direttore generale e da tre Vicedirettori generali. Come chiarisce lo statuto, “i componenti dei suoi organi operano con autonomia”, nel rispetto del principio di trasparenza. Questi componenti “non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati”: è il rispetto del principio di indipendenza che deve essere seguito da tutte le banche del Sebc (il Sistema europeo di banche centrali), di cui fanno parte la Bce e le banche centrali degli Stati membri dell’Unione europea.
Il capitale della Banca d’Italia, pari a 7,5 miliardi di euro, è rappresentato da 300.000 quote nominative di partecipazione il cui valore nominale, determinato per legge, è di 25.000 euro ciascuna. Le quote appartengono a banche private e soggetti non bancari come assicurazioni, enti previdenziali, fondi pensione e fondazioni. Secondo i dati aggiornati ad ottobre 2025, i partecipanti al capitale sono 175: a detenere il maggior numero di quote sono UniCredit (15.000), Inarcassa (14.800), Enpam (14.800), Cassa Forense (14.800), Intesa Sanpaolo (14.736), Cnpadc (11.000), Bper Banca (9.765), Iccrea (9.367), Generali Italia (9.084), Inps (9.000), Inail (9.000), Csrpbi (9.000) e Cassa di Risparmio di Asti (9.000).
La Banca d’Italia spiega che questo modello di divisione delle quote di capitale è in vigore nelle banche centrali di molti altri paesi dall’economia avanzata, dagli Stati Uniti al Giappone, e non mette in dubbio la sua natura di istituto di diritto pubblico, “che svolge funzioni pubbliche su cui nessun soggetto privato mai ha potuto, né mai potrà, esercitare alcuna influenza”. “Su questo i Trattati europei e le norme italiane sono tassativi, lo erano in passato, lo rimangono oggi”, commenta l’istituto in merito alle conseguenze della legge n. 5 del 29 gennaio 2014 che ha introdotto nuove disposizioni sulla sua organizzazione e le sue attività.
L’articolo 130 del Tfue, il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ribadisce infatti che “nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dai trattati e dallo statuto del Sebc e della Bce, né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo”. L’articolo aggiunge che “le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’Unione nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti”.
Il ruolo delle banche private e i loro limiti
Le banche private presenti nel capitale di Bankitalia sono rappresentate all’interno dell’Assemblea dei partecipanti, che elegge i tredici componenti del Consiglio superiore dell’istituto. Il Consiglio superiore “è l’organo cui spetta l’amministrazione generale nonché la vigilanza sull’andamento della gestione e il controllo interno della Banca”. I consiglieri, per essere eletti, non devono ricoprire (o aver ricoperto nei due anni precedenti) incarichi presso banche private e devono essere “personalità con significativa esperienza nel settore imprenditoriale, nell’attività libero-professionale, nell’insegnamento universitario o nell’alta dirigenza della Pubblica amministrazione”. Ciascun consigliere rimane in carica cinque anni ed è rieleggibile per non più di due volte.
Sempre nel suo statuto, la Banca d’Italia sottolinea che l’Assemblea dei partecipanti “non ha alcuna ingerenza nelle materie relative all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite dal Trattato, dallo Statuto del Sebc e della Bce, dalla normativa dell’Unione europea e dalla legge alla Banca d’Italia o al Governatore per il perseguimento delle finalità istituzionali”. La nomina del Governatore, la figura principale dell’istituto, è disposta “con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore”, così come il rinnovo del suo mandato e la sua revoca.
I rappresentanti delle banche private e dei soggetti non bancari nominati consiglieri superiori non eleggono il Governatore, ma su sua proposta nominano il Direttore generale e i Vicedirettori generali. In aggiunta, chi partecipa al capitale della Banca d’Italia ha delle limitazioni pratiche: le banche, le imprese di assicurazione e riassicurazione, gli enti ed istituti di previdenza ed assicurazione devono avere sede legale e amministrazione centrale in Italia. Nessun partecipante può possedere, direttamente o indirettamente, una quota del capitale superiore al 3%. Oltre questa soglia, un partecipante al capitale non ha vantaggi né sui dividendi né in termini di rappresentanza. Bankitalia specifica che “questo consente di eliminare qualsivoglia dubbio, anche formale, che una concentrazione di quote in capo a un singolo partecipante possa condizionare in qualche modo l’azione della banca centrale”.









