L’Artico si apre, ma il commercio globale non cambia ancora rotta

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Le tensioni in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno riportato al centro del dibattito la vulnerabilità dei grandi corridori marittimi globali, riaccendendo l’interesse per le rotte artiche come possibile alternativa. Secondo una nuova analisi di Coface, entro cinque anni al massimo il 3,5% degli scambi tra Asia orientale, Europa e Nord America transiterà per l’Artico: un impatto complessivo limitato, che lascia spazio a vantaggi concreti per specifici flussi di materie prime, petrolio e gas in testa, soprattutto sulle rotte di esportazione dal Nord Europa e dagli Stati Uniti verso l’Asia.

 

In questo articolo:

 

  • La fragilità del commercio marittimo globale
  • Chi guadagna e chi perde sulle rotte artiche
  • L’Artico come specchio delle tensioni globali

 

La fragilità del commercio marittimo globale

Oltre l’80% del commercio mondiale di merci viaggia via mare, concentrandosi tra tre grandi aree — Asia orientale, Europa e Nord America — su un numero ristretto di passaggi strategici. È questa concentrazione a rendere il sistema degli scambi globali particolarmente esposto agli shock geopolitici. Le perturbazioni registrate nel Mar Rosso, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz e i mutamenti nelle politiche commerciali internazionali, in particolare quelle statunitensi, hanno reso concreta tale fragilità, riaprendo il dibattito su percorsi alternativi.

In questo contesto, le rotte artiche emergono come ipotesi praticabile anche sul piano delle distanze: la Rotta del Mare del Nord consentirebbe una riduzione fino al 40% del percorso tra Asia orientale e Nord Europa, e di circa il 20% verso la costa orientale del Nord America. Il progressivo miglioramento della navigabilità, direttamente connesso al riscaldamento climatico, ha riaperto la discussione sulla loro sostenibilità economica. Le rotte artiche non costituiscono ancora un’alternativa praticabile per il trasporto containerizzato, ma aprono opportunità concrete per specifici flussi di materie prime, petrolio e gas in primo piano, in particolare sulle direttrici di esportazione dal Nord Europa e dagli Stati Uniti verso l’Asia. “Le rotte artiche stanno tornando al centro dell’attenzione perché, in teoria, offrono un vantaggio evidente in termini di distanza e tempi di percorrenza”, osserva Ernesto De Martinis, ceo di Coface Mediterranean & Africa Region e board member (nella foto). “Almeno nel medio termine, però, il loro impatto reale sul commercio globale resterà contenuto”.

 

Chi guadagna e chi perde sulle rotte artiche

Per valutare l’effettiva convenienza, Coface ha confrontato i costi unitari di trasporto sulle rotte artiche rispetto ai corridoi tradizionali su due direttrici principali — Asia–Nord Europa e Asia–Nord America — analizzando tre categorie di navi: petroliere, portarinfuse e portacontainer. I risultati mostrano una competitività nettamente differenziata a seconda del tipo di carico. Per le rinfuse liquide (petrolio greggio, diesel, metanolo e GNL) i risparmi possono raggiungere il 45-50%: il segmento con il vantaggio più consistente. Anche le rinfuse secche, come cereali, minerali e materiali da costruzione, potrebbero risultare competitive, ma esclusivamente nelle tratte percorribili senza il supporto dei rompighiaccio. Il trasporto containerizzato presenta invece un quadro opposto: i limiti operativi, la ridotta dimensione delle navi ammesse e i costi specifici della navigazione artica continuano a ridurne la competitività rispetto alle economie di scala delle rotte convenzionali. Come sottolinea De Martinis, “i limiti operativi, i costi della navigazione artica e la forte stagionalità continuano a ridurne la competitività, soprattutto per il trasporto containerizzato”. Difatti, non è attesa un’apertura significativa di questi corridoi al traffico container entro il 2030.

 

L’Artico come specchio delle tensioni globali

Rotte artiche e commercio regionale: valore degli scambi e incidenza sui flussi globali
Valore degli scambi potenzialmente instradabili via Artico, con distinzione tra dry e liquid bulk. Le tratte verso e dall’Asia orientale concentrano i volumi maggiori, con un’incidenza sui flussi globali tra il 2% e il 7%. Fonte: TradeMap, Coface

In termini di valore, circa il 7% delle esportazioni nordamericane verso l’Asia orientale potrebbe transitare per l’Artico: una cifra stimata intorno ai 22 miliardi di dollari, di cui 16 miliardi in rinfuse liquide e 6 miliardi in rinfuse secche. I comparti più direttamente coinvolti sono quelli di cereali, energia, metalli e legname. Gli esportatori di rinfuse del Nord-Est statunitense e del Nord Europa potrebbero rafforzare la propria competitività sui mercati asiatici grazie a minori costi logistici e tempi di transito più brevi. Per converso, produttori come il Brasile per il minerale di ferro, il Cile per il rame e la Repubblica Democratica del Congo per alcune risorse minerarie subirebbero uno svantaggio relativo sul piano logistico. Tra i soggetti più esposti figurano anche Egitto e Panama, i cui canali generano ricavi significativi per le rispettive economie, nonché hub portuali strategici come Singapore e Jebel Ali, che potrebbero vedere ridimensionato nel tempo il proprio ruolo nell’asse Asia-Europa.

Sul piano geopolitico, la Rotta del Mare del Nord resta in larga parte sotto il controllo russo, mentre Cina e Stati Uniti rafforzano progressivamente la propria presenza nell’area. Lo sviluppo delle rotte artiche chiama quindi in causa temi che vanno ben oltre la logistica: sovranità, controllo delle infrastrutture critiche, accesso alle risorse e riequilibrio degli assetti di potere. De Martinis sintetizza la prospettiva complessiva: “Per alcune materie prime, queste rotte possono rappresentare un’opportunità concreta e contribuire a ridefinire in parte i vantaggi logistici tra aree geografiche. Più che un cambiamento immediato degli equilibri commerciali, oggi l’Artico rappresenta soprattutto un osservatorio strategico delle nuove tensioni geopolitiche e delle trasformazioni in corso nel commercio internazionali”.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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