Liste d’attesa ancora elevate, carenza di personale e marcate disuguaglianze territoriali continuano a incidere sull’effettivo esercizio del diritto alla salute. È questa la fotografia che emerge dal rapporto civico sulla salute 2025 di Cittadinanzattiva, che restituisce un quadro articolato dello stato del servizio sanitario nazionale attraverso oltre 16.800 segnalazioni raccolte nel 2024 dai punti di tutela sul territorio.
L’analisi si concentra sui principali ambiti di funzionamento del sistema, dall’accesso alle prestazioni alla prevenzione e all’assistenza territoriale, con l’obiettivo di misurare il grado di esigibilità dei principi fondativi del sistema sanitario nazionale: universalità, equità e solidarietà. Ma quello che emerge, purtroppo, non è un disegno rassicurante.
In questo articolo:
- Liste d’attesa, la principale criticità del sistema
- Sanità, spesa privata e rinuncia alle cure in aumento
- Sanità, le differenze regionali
- La fragilità negli altri ambiti dell’assistenza
Liste d’attesa, la principale criticità del sistema
L’accesso alle prestazioni sanitarie emerge come la principale area di criticità segnalata dai cittadini. Nel 2024 quasi la metà delle segnalazioni in ambito sanità (47,8%) riguarda difficoltà legate alle liste d’attesa, che risultano in forte crescita rispetto agli anni precedenti alla pandemia. Si arrivano ad aspettare fino a 360 giorni per una TAC torace, 540 giorni per una risonanza magnetica all’encefalo e per una visita oculistica. Addirittura quasi due anni (fino a 720 giorni) per una colonscopia.
Le prime visite specialistiche non fanno eccezione, con tempi di attesa che vanno oltre i 500 giorni. Il rapporto evidenzia un divario persistente tra i tempi previsti dalla normativa e l’esperienza concreta degli utenti, con differenze significative tra territori.
Sanità, spesa privata e rinuncia alle cure in aumento
Il governo delle agende e il monitoraggio dei tempi massimi di attesa appaiono disomogenei sul territorio nazionale. In molte aree la mancata applicazione uniforme delle misure di tutela spinge una quota crescente di cittadini a rinunciare alle prestazioni o a rivolgersi al settore privato. Questo andamento si riflette anche nella composizione della spesa sanitaria.
Nel 2023 la spesa complessiva in Italia ha raggiunto 176,1 miliardi di euro, di cui oltre 45 miliardi riconducibili alla componente privata. La spesa “out-of-pocket” sostenuta direttamente dalle famiglie si attesta a circa 40,6 miliardi, pari al 23% del totale, configurandosi come una componente strutturale del sistema sanitario nazionale.
In parallelo, l’Istat rileva un fenomeno strutturato di rinuncia alle cure. Nel 2023 il 7,6% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami ritenuti necessari, principalmente a causa delle lunghe liste d’attesa e dei costi economici connessi all’accesso alle prestazioni. A questi dati si affiancano le rilevazioni della Fondazione Gimbe che, come riportato da Borsa&Finanza, stimano in 5,8 milioni il numero di cittadini che non riescono ad accedere neppure ai servizi privati e sono quindi costretti a rinunciare alle cure, una platea che corrisponde a circa un 1 italiano su 10.
Sanità, le differenze regionali
Il rapporto fotografa un sistema della prevenzione caratterizzato da livelli di adesione disomogenei e spesso insufficienti. Gli screening oncologici rappresentano uno degli indicatori più critici: a fronte di una copertura nazionale per il colon-retto pari al 33,3%, persistono forti divari regionali, con valori elevati in alcune aree del Nord e percentuali molto basse in diverse regioni del Sud.
Difficoltà organizzative, carenze informative e problemi di prenotazione incidono sull’effettiva partecipazione ai programmi di prevenzione, limitando la capacità del sistema di intercettare precocemente i bisogni di salute. Sul versante dell’assistenza territoriale, a oltre due anni dall’adozione del DM 77/2022, l’attuazione della riforma procede in modo disomogeneo sul territorio nazionale. In alcuni territori avanzano le case della comunità e i nuovi modelli di presa in carico, mentre in altri persistono assetti organizzativi precedenti o situazioni di carenza strutturale.
La mobilità sanitaria torna su livelli pre-pandemici, interessando circa l’8,7% dei ricoveri complessivi. I flussi confermano una persistente asimmetria territoriale, con le regioni del Sud che registrano i più elevati indici di mobilità passiva. In alcune aree oltre un terzo dei ricoveri avviene fuori regione, con un impatto economico e organizzativo rilevante sui sistemi sanitari locali.
Le fragilità negli altri ambiti dell’assistenza
Le segnalazioni raccolte nel 2024 mettono in evidenza difficoltà diffuse nell’accesso ai servizi di prossimità, carenze di personale sanitario e una frammentazione dei percorsi assistenziali, con effetti particolarmente rilevanti per i pazienti cronici. Ne emerge un quadro marcatamente disomogeneo sul piano dell’accessibilità territoriale.
Il medico di famiglia si conferma come il presidio più facilmente raggiungibile: il 94,1% degli intervistati dichiara di potervi accedere senza difficoltà. Al contrario, molte delle strutture e delle funzioni introdotte con la riforma dell’assistenza territoriale risultano ancora parzialmente operative o distribuite in modo non uniforme sul territorio nazionale, limitandone l’effettiva fruibilità per una quota significativa di cittadini. Le criticità di accesso interessano anche altri servizi di particolare rilevanza, come il pediatra (13,9%), il supporto psicologico territoriale (13,8%), i servizi di riabilitazione (12,2%) e i centri diurni (6,9%).
Nel complesso, il rapporto civico sulla salute 2025 restituisce l’immagine di un servizio sanitario nazionale claudicante, attraversato da criticità strutturali, in cui l’accesso tempestivo alle cure rappresenta la principale difficoltà segnalata dai cittadini. Una fotografia che, più dei numeri, misura la distanza tra il sistema e l’esperienza quotidiana di chi vi si affida.








