Telecom Italia: 30 anni di privatizzazione tra debiti, scalate e ritorno al controllo pubblico

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La scalata di Poste Italiane a Telecom Italia rischia di spegnere da Piazza Affari l’azienda di telecomunicazioni dopo 30 anni di quotazione. Il gruppo guidato da Pietro Labriola potrebbe tornare nuovamente pubblico, suscitando riflessioni su un processo di privatizzazione durato decenni.

In questo articolo:

  • Telecom Italia torna pubblica, cosa significa?
  • Cosa è successo negli ultimi 30 anni

Telecom Italia torna pubblica, cosa significa?

Poste Italiane ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) da 10,8 miliardi di euro che prevede 0,0218 azioni Poste per ogni azione Tim, in aggiunta a una quota in contanti di 0,167 euro per azione. L’operazione è valida al raggiungimento di una quota minima del 66,67% del capitale. Attualmente, l’azienda di pacchi e corrispondenza detiene il 24,81% del capitale di Telecom Italia, dopo aver acquisito lo scorso anno il 15% da Vivendi, a integrazione del 9,81% già posseduto. Se la transazione andrà in porto, il governo italiano controllerebbe oltre il 50% delle azioni di Telecom Italia, in quanto è proprietario di circa il 65% di Poste Italiane attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti.

Questo potrebbe garantire maggiore stabilità finanziaria e supporto agli investimenti strategici di Telecom Italia, che ha già compiuto uno sforzo per la riduzione del debito, vendendo la rete fissa a un gruppo di investitori guidato da Kkr. Ciò si aggiungerebbe alle sinergie con i servizi digitali, cloud e alla rete di clienti di Poste. Allo stesso tempo, potrebbero aumentare le interferenze politiche e ridursi la flessibilità gestionale. Nel complesso, Tim diventerebbe un player più integrato nei servizi pubblici e infrastrutturali del Paese.

Cosa è successo negli ultimi 30 anni

Negli ultimi 30 anni, Telecom Italia ha vissuto un percorso travagliato, con una privatizzazione iniziata nel 1997 dal governo di Romano Prodi, che ha prodotto un accumulo consistente di indebitamento. L’azienda, nata dalla vendita delle quote pubbliche, aveva poca leva e grandi asset, ma la situazione si è poi complicata.

Nel 1999, l’imprenditore Roberto Colaninno, allora amministratore delegato di Olivetti, lanciò l’assalto a Telecom attraverso un’offerta pubblica di acquisto costruita con un forte leveraged buyout. Quell’operazione segnò l’inizio dei problemi strutturali, con un’esplosione del debito del gruppo di telecomunicazioni.

Due anni più tardi, il ceo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, rilevò il controllo, cercando di riorganizzare l’azienda ma mantenendo una struttura molto indebitata. Da allora, fino al 2007, Telecom iniziò a vendere alcuni asset strategici come Seat Pagine Gialle, Telecom Argentina e diverse partecipazioni internazionali e immobiliari. Non si privò, però, di Tim Brasil, che sarebbe diventato uno degli asset più preziosi.

Nel 2007, Tronchetti Provera uscì dall’investimento e il controllo passò a Telco – una holding finanziaria non operativa formata da Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Generali e Telefónica – creata per controllare il gruppo. Tuttavia, la governance risultò complessa e poco orientata allo sviluppo industriale.

Nel 2013 iniziò l’era di Vivendi, con il colosso francese che divenne il primo azionista. Anche in questo caso, i problemi furono molteplici, con continue tensioni sulla governance tra la società e i governi italiani. Nel frattempo, Tim cresceva poco ed era gravata da un debito in aumento.

Nel 2024 arrivò un punto di svolta storico: Telecom Italia vendette la rete fissa (NetCo) a una cordata di investitori, tra cui il fondo Kkr. La mossa permise di ridurre il debito, ma comportò la perdita del controllo dell’infrastruttura strategica.

Negli ultimi due anni, Poste ha cercato di acquisire uno degli asset considerati strategici per il Paese, segnando un possibile ritorno del controllo pubblico e un clamoroso cambiamento rispetto al processo di privatizzazione avviato 30 anni fa, quando lo Stato si era convinto che la cessione a privati avrebbe rilanciato un’azienda più efficiente e produttiva.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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