Warren Buffett dice addio: 60 anni di ricchezza, saggezza e rendimenti senza eguali

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C’è un tono quieto nelle parole con cui Warren Buffett ha scelto di salutare i suoi azionisti. “Come direbbero gli inglesi, sto andando in silenzio. Più o meno”. Così inizia l’ultima lettera del noto fondatore di Berkshire Hathaway, consegnata insieme a una donazione simbolica e potente: la conversione di 1.800 azioni di classe A in 2,7 milioni di azioni B, distribuite fra le quattro fondazioni di famiglia. Un gesto di continuità e di distacco, il modo ‘buffettiano’ di dire che la vita – come i mercati – deve proseguire oltre l’individuo.

Buffett, che ha guidato Berkshire Hathaway per quasi sessant’anni, non scriverà più la celebre lettera annuale agli azionisti. Da fine anno, Greg Abel, il manager canadese che per anni ha guidato la divisione energetica del gruppo, prenderà ufficialmente il suo posto. L’oracolo di Omaha si ritira in punta di piedi, lasciando il posto a un uomo che egli stesso definisce “un instancabile lavoratore, un grande comunicatore e un gestore onesto”. Parole che, pronunciate da Buffett, equivalgono a un’investitura definitiva.

 

In questo articolo:

 

  • Warren Buffett, un testamento spirituale e finanziario
  • Il crepuscolo dell’oracolo
  • Greg Abel, il successore silenzioso
  • La ricchezza, la famiglia, l’eredità
  • Una filosofia di vita, non solo d’investimento
  • Il valore del tempo
  • Un’eredità in cifre
  • Il saluto di Buffett
  • I risultati di Berkshire Hathaway

 

Warren Buffett, un testamento spirituale e finanziario

La lettera è, come sempre, un ibrido raro: autobiografia e trattato di etica finanziaria, racconto personale e bilancio di una vita. Buffett scrive a 95 anni, con quella voce ironica e disarmante che ha attraversato generazioni di investitori. “Sono grato e sorpreso della mia fortuna nell’essere vivo a 95 anni”, confessa. Poi ricorda l’infanzia a Omaha, i medici di quartiere, i giornali locali, il primo lavoro da ragazzo nel negozio del nonno. È un viaggio nel tempo, nel cuore dell’America degli anni ’30, che diventa anche un modo per ribadire un’idea semplice e potente: il radicamento, la continuità, l’importanza delle relazioni.

Da quelle strade polverose del Nebraska nacque una delle menti più lucide della finanza moderna. Berkshire Hathaway, la holding che Warren Buffett trasformò da una tessitura in dismissione in un impero da oltre 1 miliardo di dollari di capitalizzazione, è oggi il simbolo di un capitalismo paziente, razionale, immune alle mode. Sotto la sua guida, il valore delle azioni A è passato da circa 19 dollari nel 1965 a oltre 740mila dollari nel 2025. Un incremento che nessun altro titolo nella storia di Wall Street ha saputo replicare con tale coerenza nel tempo.

Warren Buffett, in questa lettera d’addio, parla di “una fortuna assurda, ricevuta in larga parte dalla nascita: bianco, maschio, americano, sano e con una mente curiosa”. È un riconoscimento scherzoso, ma al tempo stesso limpido. Di quanto la sorte, e non solo il talento, giochi un ruolo nel successo. “Lady Luck – scrive – è capricciosa e spesso profondamente ingiusta. Io le devo tutto”. È una confessione che disarma, soprattutto in un’epoca in cui la narrativa dominante tende a esaltare il merito come unica leva di successo. Buffett invece ricorda che l’uguaglianza delle opportunità resta un’illusione, e che chi ha ricevuto tanto deve restituire in misura proporzionale.

 

Il crepuscolo dell’oracolo

“Non scriverò più la relazione annuale né parlerò a lungo all’assemblea. Ma continuerò a scrivere ai miei figli e a voi, ogni anno, a Thanksgiving”. È il passaggio più intimo e malinconico della lettera. Non è un addio vero e proprio, ma l’ammissione che il tempo – quel nemico che nessun capitale può sconfiggere – ha bussato alla porta.

A differenza di molti leader aziendali che hanno cercato di dominare il proprio destino, Warren Buffett accetta il limite con grazia. “Padre Tempo è imbattuto; nel suo registro tutti finiscono come vittime”. Ma aggiunge, con un sorriso tra le righe: “Mi muovo più lentamente e leggo con più difficoltà, ma sono ancora in ufficio cinque giorni a settimana. Ogni tanto mi viene ancora una buona idea”.

Non c’è autocelebrazione, solo il tono sobrio di chi sa di aver compiuto la propria missione. D’altronde Buffett, nonostante tutto, è rimasto l’antieroe della finanza: niente yacht, niente social network, niente fondi speculativi. Solo numeri, logica, e un’insaziabile curiosità per l’essere umano.

 

Greg Abel, il successore silenzioso

Nel passaggio più atteso, Buffett consacra il suo successore: “Greg Abel diventerà il capo a fine anno. Ha superato le mie aspettative. Capisce le nostre aziende meglio di me e impara più in fretta di molti ceo che conosco”. È una benedizione in piena regola, accompagnata da una richiesta implicita agli azionisti: fidarsi.

Abel, 62 anni, ha costruito la sua carriera dentro Berkshire Hathaway Energy, la divisione energetica che ha trasformato in una delle più grandi utility private degli Stati Uniti. È un uomo pragmatico, metodico, poco incline ai riflettori. Proprio ciò che Buffett voleva: un gestore che lavori per il lungo periodo, non per il proprio ego. “Con un po’ di fortuna – scrive Buffett – Berkshire avrà solo cinque o sei ceo nel prossimo secolo. Dobbiamo evitare quelli che vogliono diventare ricchi solo per mostrarsi o creare una dinastia”.

In questa frase si condensa la filosofia di Buffett: la ricchezza come strumento, non come fine. Il potere, per lui, ha senso solo se usato con umiltà e intelligenza collettiva. Non a caso, la sua visione del capitalismo non è mai stata darwiniana, ma quasi artigianale: costruire, proteggere, tramandare. Abel rappresenta questa continuità.

 

La ricchezza, la famiglia, l’eredità

Buffett dedica ampio spazio alla questione dell’eredità, un tema che da sempre lo affascina. I suoi tre figli – Susie, Howard e Peter – hanno oggi più di settant’anni, e guidano ciascuno una fondazione filantropica. “Devono sentirsi liberi di sbagliare”, scrive il padre, “non serve essere perfetti. Basterà fare un po’ meglio di quanto fa di solito il governo o la filantropia mal guidata”.

Con questa frase Buffett riassume decenni di riflessione: la ricchezza, per lui, non è un diritto dinastico ma un dovere morale. “Governo e filantropia sono strumenti imperfetti di redistribuzione. I miei figli hanno buoni istinti e anni di pratica. Non devono compiere miracoli, ma semplicemente agire con decenza”.

È un testamento spirituale, ma anche un manuale di buon senso. Buffett ha sempre diffidato delle “grandi architetture filantropiche” e delle fondazioni monumentali. Preferisce la semplicità, la concretezza dei gesti quotidiani. “La gentilezza non costa nulla, ma vale tutto”, scrive nelle ultime righe. “Che tu sia religioso o meno, è difficile battere la regola d’oro come guida di comportamento”.

 

Una filosofia di vita, non solo di investimento

L’ultima sezione della lettera assume quasi i toni di un sermone laico. Warren Buffett invita i lettori a “scegliere con attenzione i propri eroi, e poi imitarli”. Cita Alfred Nobel, che cambiò vita dopo aver letto per errore il proprio necrologio. “Non aspettate che un giornale sbagli: decidete ora che cosa volete che dica il vostro necrologio, e vivete per meritarlo”.

È una riflessione che trascende la finanza. Buffett, che ha accumulato quasi 150 miliardi di dollari secondo Forbes e ne ha donati gran parte, parla come un uomo che misura la ricchezza in termini di gratitudine. “Mi sento meglio nella seconda metà della mia vita che nella prima. Non tormentatevi per gli errori: imparate qualcosa, e andate avanti. Non è mai troppo tardi per migliorare”.

Sono parole che risuonano come un epilogo sereno, ma anche come un’eredità culturale. Buffett lascia un metodo, un’etica, un modo di guardare il denaro come strumento di libertà e non di potere. È la stessa filosofia che ha guidato le sue scelte di investimento: comprare ciò che si capisce, ignorare la folla, lasciare che il tempo faccia il suo lavoro. D’altronde, come ha ribadito più volte, il suo testamento stabilisce che circa il 99,5% del suo patrimonio sarà destinato a destinato a fini filantropici.

 

Il valore del tempo

Nessuno come Buffett ha saputo trasformare la lentezza in una strategia vincente. Quando diceva che “il tempo è il migliore alleato delle buone imprese e il peggior nemico delle mediocri”, non faceva retorica. Lo dimostra il portafoglio di Berkshire, che ancora oggi è dominato da colossi come Apple, American Express, Coca-Cola e BNSF Railway.

Le sue partecipazioni, pur oggetto di ribilanciamenti recenti, restano espressione di un principio semplice: la qualità resiste, il resto svanisce. Buffett non ha mai inseguito le startup o le mode speculative. Ha preferito le aziende che generano cassa, che pagano dividendi, che costruiscono valore reale. In un mondo dominato dal trading algoritmico e dalle bolle digitali, il suo approccio sembra quasi arcaico. Eppure, i risultati gli danno ragione.

 

Un’eredità in cifre

Quando Buffett assunse il controllo di Berkshire nel 1965, il suo patrimonio personale non superava i 10 milioni di dollari. Oggi, anche dopo aver donato oltre il 90% della sua ricchezza, resta tra i cinque uomini più ricchi del pianeta. Ma il vero dato che conta non è questo: è la ricchezza generata per gli altri.

Un azionista che avesse investito mille dollari in Berkshire Hathaway nel 1965, l’anno in cui Warren Buffett ne assunse il controllo, oggi si ritroverebbe con una fortuna superiore ai 45 milioni di dollari. È un numero che parla da solo: l’azione di classe A del gruppo di Omaha vale oggi più di 740.000 dollari, dopo sessant’anni di crescita quasi ininterrotta.

Nel frattempo, l’indice S&P 500 – includendo i dividendi reinvestiti – avrebbe trasformato lo stesso investimento iniziale in circa 280.000 dollari. Il confronto è impietoso ma rivelatore. In un’epoca dominata da algoritmi, trading ad alta frequenza e intelligenza artificiale, il metodo Buffett continua a resistere come un’eresia vincente: comprare valore, tenerlo a lungo, e lasciare che la matematica dell’interesse composto faccia il suo corso.

Da quell’acquisizione del 1965 a oggi, Berkshire Hathaway ha moltiplicato la ricchezza dei suoi azionisti di oltre 45.000 volte, con un rendimento composto annuo vicino al 19,8%, contro poco più del 10% dell’S&P 500 nello stesso periodo. È la più grande dimostrazione empirica che la pazienza, la disciplina e l’etica nell’investimento possono battere qualunque algoritmo o previsione di mercato.

 

Il saluto di Buffett

“Auguro a tutti un felice Thanksgiving. Anche agli idioti; non è mai troppo tardi per cambiare”. È la chiusa perfetta: ironica, disarmante, profondamente umana. Buffett non lascia solo un’azienda, ma un modo di pensare. La sua lezione non è nei numeri, ma nel carattere: investire nel tempo, nella fiducia, nella bontà.

E mentre il testimone passa a Greg Abel, Berkshire resta un monumento al pensiero razionale, costruito pezzo per pezzo nel cuore dell’America. In un’epoca di volatilità permanente, il suo addio somiglia più a un promemoria che a un commiato: non serve correre per arrivare primi, basta restare coerenti abbastanza a lungo da vincere alla fine.

Buffett se ne va davvero “in silenzio”, ma lascia un’eco che continuerà a risuonare a ogni assemblea, a ogni bilancio, a ogni nuova crisi. Perché in finanza, come nella vita, le parole contano meno dei comportamenti. E quelli di Warren Buffett resteranno, probabilmente, il suo miglior investimento.

 

I risultati di Berkshire Hathaway

Ma la lettera non è solo meditazione: contiene anche indicazioni operative e numeriche che il mercato ha subito analizzato. I risultati presentati dalla società per il terzo trimestre del 2025 mostrano che l’utile netto attribuibile agli azionisti è stato pari a 30,79 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 26,25 miliardo dello stesso periodo del 2024, mentre gli utili operativi – la grandezza che Warren Buffett considera più significativa perché esclude le oscillazioni di mercato legate a guadagni e perdite sugli investimenti – hanno raggiunto la cifra di 13,4 miliardi di dollari nel trimestre contro i 10,09 milioni dell’anno precedente.

Nello stesso comunicato si precisa che nel confronto le variazioni degli utili da investimenti possono dare numeri fuorvianti, e Berkshire invita a valutare il flusso operativo come la vera bussola della performance aziendale. Guardando più nel dettaglio delle attività operative, è il comparto assicurativo a fare la differenza: il segmento underwriting è passato, nel solo trimestre, da un contributo di 750 milioni a 2,36 miliardi di dollari, mentre il rendimento degli investimenti assicurativi ha continuato a rappresentare una fonte rilevante di reddito.

L’assicurazione è sempre stata per Berkshire la macchina che genera capitale di riserva, il “float” che consente alla holding di investire a condizioni che pochi altri possono permettersi. Al 30 settembre 2025 il float assicurativo risultava pari a circa 176 miliardi di dollari, cinque miliardi in più rispetto a fine 2024, una cifra che mostra come il motore assicurativo resti centrale nella struttura finanziaria del gruppo.

Eppure, se molti osservatori guardano alla crescita degli utili operativi come a un segno di vitalità, l’elemento che ha davvero catalizzato la speculazione è la montagna di liquidità accumulata da Berkshire. A fine trimestre la posizione di cassa e equivalenti del gruppo ha raggiunto un record senza precedenti, pari a 381,7 miliardi di dollari: una cifra che ha fatto notizia non solo per la sua dimensione, ma per la sua implicita strategia.

Perché accumulare così tanto contante se non per prepararsi a una mossa di scala eccezionale? A chi osserva i bilanci, la risposta sembra ovvia: quando Buffett accumula “polvere da sparo”, non è per metterla in un cassetto a titolo puramente difensivo; è per essere pronto a investire nella misura in cui il valore – e non il clamore – lo richiede. 

Questa combinazione di dati raccontano quindi una Berkshire in salute, ma prudente. In termini operativi, la diversificazione del gruppo continua a essere il suo punto di forza: le attività che spaziano dalle ferrovie alle utility, dal manifatturiero al retail, dalle assicurazioni alle partecipazioni finanziarie, permettono di smorzare i picchi e di sfruttare i cicli favorevoli.

La crescita degli utili operativi è stata trainata non solo dalle assicurazioni ma anche da BNSF e da alcune componenti industriali e retail che hanno migliorato i margini. Buffett stesso, nella lettera, non nasconde che molte delle 189 attività operative hanno registrato cali di utile, ma che l’insieme ha comunque prodotto risultati superiori alle aspettative proprio grazie a questi grandi gemme non correlate che compensano le performance altalenanti di altre.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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