Womenomics: cos'è e come si è sviluppata l'economia delle donne

Womenomics: cos’è e come si è sviluppata l’economia delle donne

Womenomics: cos'è e come si è sviluppata l'economia delle donne

Il ruolo delle donne nell’economia e nel mondo del lavoro ha acquisito sempre maggiore importanza negli ultimi anni. In ogni zona del pianeta si stanno gradualmente superando quelle resistenze che impedivano fino ad oggi al pubblico femminile di occupare ruoli di responsabilità all’interno delle realtà aziendali o istituzionali, oltre che di avere accesso libero nelle attività lavorative. Sono sempre di più le grandi istituzioni che hanno al vertice una presenza femminile. Basti pensare a Christine Lagarde a capo prima del Fondo Monetario Internazionale e poi della Banca Centrale Europea; Kristalina Georgieva, Presidente dell’FMI; Janet Yellen, prima Governatore della Federal Reserve e poi Segretario del Tesoro USA; Elvira Nabiullina, numero uno della Banca di Russia, e così via. Al riguardo sta prendendo maggiormente piede un termine utilizzato nel mondo economico e accademico, ovvero Womenomics. Vediamo quindi di cosa si tratta nello specifico, come è nato e l’uso che se ne fa.

 

Womenomics: cos’è e come è nato

Womenomics è un concetto nato nel 1999 da un’idea dell’ex Vicepresidente della banca d’affari americana Goldman Sachs, Kathyi Matsui, attraverso un report denominato “Womenomics buy the female economy”. L’economista nata in California ma di genitori giapponesi nella pubblicazione affermava che l’economia giapponese avrebbe potuto risollevarsi dalla stagnazione se fosse riuscita a rimuovere il divario occupazionale esistente tra i sessi. 

Questo costituì uno spunto per il Premier del Giappone di allora, Shinzo Abe, che iniziò una serie di riforme di natura economica e finanziaria che comprendevano l’applicazione pratica del Womenomics. In particolare la presenza più massiccia delle donne nel mondo del lavoro avrebbe aiutato a risolvere un problema legato alla carenza di manodopera dovuta all’invecchiamento della popolazione e al tasso di natalità più basso del mondo. 

In termini pratici la partecipazione al lavoro femminile veniva garantita attraverso una serie di obiettivi da realizzarsi entro il 2020. In primis la diminuzione fino all’azzeramento del divario occupazionale e salariale tra lavoratori di sesso maschile e femminile; in secondo luogo l’elevamento del ruolo della donna nella politica e nei ranghi manageriali delle aziende; in terzo luogo l’attuazione di migliori condizioni affinché le madri potessero tornare nel mercato del lavoro dopo la maternità, con un tasso di reimpiego al 55%; infine l’introduzione di quote nel mondo pubblico e privato per le assunzioni femminili. 

L’aspetto più interessante era che tutto ciò veniva effettuato non tanto per garantire un’equità di genere fine a sé stessa, ma perché si pensava che la rivalutazione della donna potesse aiutare alla crescita del PIL del Paese.

 

Womenomics: più ombre che luci

L’impegno del Sol Levante a rilanciare la presenza della donna nella società e nel mondo del lavoro è stato lodevole e ha anche ottenuto alcuni successi, ma sono stati i più i fallimenti in tutti questi anni. In 8 anni la forza lavoro giapponese è aumentata di 5 milioni di persone, di cui 3,5 milioni di genere femminile. La quantità di donne altamente qualificate poi assunte è aumentata dell’82% ed è cresciuto il gentilsesso anche nel tasso di iscrizione all’università. 

In realtà questi numeri sono più di natura quantitativa che qualitativa. Secondo le statistiche del Governo del 2019, quasi il 45% delle donne occupate aveva un lavoro part-time a fronte dell’11% degli uomini. Nel 2018 in Giappone solo il 3% della forza lavoro femminile occupava posizioni manageriali, la percentuale più bassa dei Paesi del G7. 

Anche a livello politico i numeri scarseggiano, con il rapporto uomo-donna come presenza nel Parlamento nel 2019 di 9 a 1. Nell’ultimo Governo guidato da Suga Yoshihide vi sono 2 ministre su 21 totali. Tutto ciò fa del Giappone uno dei 10 peggiori Paesi al mondo riguardo l’occupazione politica delle donne.  Quanto all’aspetto salariale i numeri non migliorano, con le donne che vengono ancora pagate in media il 23,5% in meno rispetto agli uomini. Tra i Paesi OCSE solo la Corea del Sud ha fatto peggio in termini di gap retributivo.

 

Womenomics: Goldman Sachs ha costruito un indice

I risultati non eccellenti che provengono dal Paese che ha promosso e portato avanti il Womenomics non ha messo in secondo piano un tema che diventa sempre più caldo. Al riguardo Goldman Sachs ha costruito un indice finanziario basandosi sugli ESG che tengono conto di Womenomics. Tale indice viene costruito prendendo a riferimento 5 fattori che riguardano la donna quali l’istruzione, il lavoro, la tutela, la carriera e la salute. A quel punto si effettua un turnover degli investimenti di portafoglio in ogni Paese del mondo dove vi è una maggiore presenza femminile. Dalle risultanze di tale indice si ottiene che dal 2014 a oggi, laddove vi è stata un’indicizzazione più elevata di Womenomics, si sono ottenute le performance più elevate.

 

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