In un’epoca in cui lo schermo del telefono ha rubato più attenzione di ogni altra forma di comunicazione nella storia dell’umanità, una Corte della Contea di Los Angeles ha aperto un’aula di tribunale a qualcosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato assurdo: un giudizio civile contro Instagram, YouTube e altre grandi piattaforme. Il motivo? Creano dipendenza. È ciò che sta accadendo nel cosiddetto teen social media addiction trial, un processo che ha tutti i crismi per entrare nei libri di storia giudiziaria e culturale degli Stati Uniti e forse del mondo.
In questo articolo:
- Il processo contro i social media
- Il cuore del problema: non è solo contenuto, è design
- Dipendenza da social media, la battaglia europea
- Tutela dei cittadini o tutela del profitto?
Dipendenza da social media, il processo
Come spiegato da Reuters, la vicenda riguarda una causa intentata da una giovane donna californiana, identificata negli atti come K.G.M., contro la società madre di Facebook e Instagram, Meta Platforms, e Alphabet, proprietaria di YouTube. Secondo quanto riportato dagli atti giudiziari, sostiene che il design accattivante delle piattaforme l’abbia resa dipendente fin da giovane e che le stesse app abbiano alimentato la sua depressione e i suoi pensieri suicidi.
È la prima volta in assoluto che società come Meta e Alphabet sono chiamate a rispondere in aula davanti a un processo civile a fronte di un’accusa che va ben oltre un mero contenzioso contrattuale o di tutela della privacy: il loro prodotto, sostengono gli avvocati della parte lesa, è strutturato per indurre un comportamento compulsivo nell’utente, in particolare nei giovani. Non si tratta di un episodio isolato nel panorama legale: TikTok ha raggiunto un accordo extragiudiziale prima dell’inizio del processo vero e proprio, evitando di confrontarsi con una giuria in questo caso pilota. Ma il fatto che Meta e Google non siano riuscite a sottrarsi all’esame del tribunale è di per sé un segnale della pressione crescente su questo fronte.
Peraltro, diversi analisti e utenti hanno paragonato l’azione delle piattaforme digitali a quella di industrie tradizionalmente criticate per la dipendenza che inducevano, come il tabacco o l’alcol, perché sfruttano leve psicologiche profonde per trattenere l’attenzione: il rilascio ricorrente di dopamina, l’assenza di un punto naturale di “fermata” (grazie allo scrolling infinito), l’auto-riproduzione dei contenuti e i suggerimenti algoritmici che sembrano disegnati per trasformare l’utente in consumatore perpetuo.
Il cuore del problema: non è solo contenuto, è design
La causa in corso mette a fuoco un elemento che da tempo è emerso nella letteratura accademica più seria: non è tanto il fatto di usare una piattaforma che crea dipendenza, ma il modo in cui essa è progettata per farlo. Qui entra in gioco il concetto di dopamine scrolling, una forma di interazione digitale in cui l’utente scorre compulsivamente contenuti, alimentando un circuito di ricompensa che sfrutta la neurobiologia del cervello umano. La dopamina, neurotrasmettitore legato al piacere e alla motivazione, viene rilasciata in piccole quantità ogni volta che si riceve una gratificazione istantanea – un like, una visualizzazione, un contenuto interessante – e questo meccanismo diventa il carburante di prodotti progettati per mantenere l’attenzione più a lungo possibile.
Il termine dopamine scrolling descrive quindi un fenomeno ben identificato: quello in cui scrollare diventa un’abitudine automatica, legata non tanto alla ricerca di contenuti significativi, ma al ciclo di ricompensa continua che le piattaforme mettono in atto. Questo comportamento è diverso dal “doomscrolling”, cioè lo scorrimento compulsivo di cattive notizie, ma appartiene alla stessa famiglia di comportamenti digitali che possono compromettere attenzione, concentrazione e regolazione emotiva.
In questa direzione, diverse ricerche scientifiche indicano che l’uso intensivo dei social media (e la conseguente dipendenza), in particolare di quei formati di contenuti brevissimi e altamente ottimizzati per la gratificazione immediata, altera i circuiti cerebrali implicati nel controllo degli impulsi e nel processo decisionale. In alcuni casi, questo assomiglia a modelli di dipendenza comportamentale che richiamano fenomeni che abbiamo visto in relazione al gioco d’azzardo o ad altri comportamenti compulsivi. Il punto cruciale è questo: non sono solo i contenuti a generare dipendenza, ma la forma che quei contenuti assumono e l’intelligenza artificiale che li propone ad arte per massimizzare il tempo passato sulla piattaforma. È un disegno intenzionale, non una conseguenza accidentale dell’uso.
Dipendenza da social media, la battaglia europea
Se negli Stati Uniti la dipendenza da social si combatte in tribunale, in Europa la battaglia si gioca soprattutto a livello normativo e politico, con la Commissione e il Parlamento europeo impegnati a introdurre un pacchetto di regole che affrontano direttamente questi problemi di salute pubblica e di responsabilità delle piattaforme.
Un recente rapporto del Corporate Europe Observatory mette in luce l’intensa attività di lobbying delle grandi aziende tecnologiche presso le istituzioni dell’Unione europea, con l’obiettivo di bloccare o attenuare norme specifiche sul tema della dipendenza digitale. Secondo il rapporto, società come Meta, Google, TikTok e Snap spendono centinaia di milioni di euro ogni anno per influenzare il processo legislativo, in particolare su quello che viene chiamato il Digital Fairness Act, una proposta di norma concepita per limitare l’uso di algoritmi pensati per trattenere gli utenti sulle piattaforme.
È in questo contesto che si situa l’azione della Commissione europea, che ha già accertato in via preliminare che TikTok viola il Digital Services Act, il regolamento dell’Unione che impone alle piattaforme digitali di proteggere gli utenti da rischi sistemici legati ai loro prodotti. Secondo Bruxelles, alcune funzionalità di TikTok come lo “scrolling infinito”, la riproduzione automatica e le notifiche push rappresentano rischi per il benessere mentale e fisico degli utenti, in particolare dei minori, e devono essere modificate. La Commissione ha fatto sapere che queste violazioni, se confermate, potrebbero portare a sanzioni che arrivano fino al 6% del fatturato globale della società interessata. Bruxelles ha chiesto a ByteDance, la società madre di TikTok, di rispondere alle accuse, e la piattaforma ha replicato definendo le contestazioni della Commissione “false e prive di fondamento”.
Tutela dei cittadini o tutela del profitto?
La tensione tra tutela della salute pubblica e logiche di mercato è al centro di questo dibattito. Chi sostiene norme più severe sostiene che la progettazione di prodotti digitali che creano abitudini compulsive non è una semplice questione di preferenze individuali, ma un rischio reale per il benessere psicologico collettivo, in particolare tra i giovani. Dall’altro lato, le imprese tecnologiche argomentano che regole troppo stringenti soffocherebbero l’innovazione e limiterebbero la capacità competitiva dell’Europa o degli Stati Uniti nei mercati globali.
Quello che emerge, guardando oltre il singolo processo di Los Angeles, è una questione di responsabilità che va ben oltre la tutela dei consumatori a livello individuale: si tratta di capire fino a che punto un modello di business possa essere tollerato in presenza di prove convincenti che esso sfrutti meccanismi psicologici noti per creare comportamenti compulsivi o dannosi per la salute mentale. Sta quindi emergendo un nuovo interrogativo di fondo: chi deve avere il controllo dell’esperienza digitale? Le aziende che progettano i dispositivi e i software, spingendo al massimo l’attenzione degli utenti per monetizzare ogni secondo di utilizzo, o le società e le istituzioni che cercano di garantire che quelle stesse tecnologie non compromettano gravemente il benessere delle persone? Il processo di Los Angeles potrebbe tracciare la via verso le risposte.









