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Asset management: entro il 2027 sparirà 1 gestore su 6, ecco perché

Assogestioni, fuga dai fondi obbligazionari nel primo semestre

Il settore dell’asset management è destinato a ridimensionarsi nei prossimi anni. A sostenerlo è un sondaggio realizzato dalla società di consulenza PwC, che ha intervistato 500 tra gestori patrimoniali e investitori istituzionali. Secondo quanto riportato, almeno una società su sei potrebbe cessare di esistere a seguito di un drastico consolidamento nel settore. Ciò deriverebbe dall’acquisizione di gestori più piccoli da parte di altri più grandi o, nella peggiore delle ipotesi, dalla cessione dell’attività di alcuni.

Quasi il 75% degli interpellati ha riferito di prendere in considerazione un’operazione di aggregazione con un concorrente. PwC prevede che entro il 2027 i primi 10 gestori patrimoniali tradizionali controlleranno il 50% di tutti gli asset dei fondi comuni, a fronte di un 42,5% del 2020. In modo particolare, sarà in crescita la robo-consulenza, fino a raggiungere una gestione di 6.000 miliardi di dollari da qui ai prossimi quattro anni.

 

Asset management: ecco i motivi del cambiamento

I motivi per cui l’asset management subirebbe un cambiamento così radicale è da ricondurre a vari motivi che i gestori hanno indicato soprattutto nell’inflazione, nella volatilità di mercato e negli alti tassi d’interesse. A questi si aggiungerebbero i rischi ambientali e geopolitici. “C’è molta pressione sui costi e sui margini che sta costringendo i manager a guardare alla loro massa critica e in particolare se siano in grado di resistere e conservare i margini”, ha affermato Olwyn Alexander, Global Asset and Wealth Management leader di PwC. Di conseguenza, “i grandi gestori stanno diventano ancora più grandi” ha aggiunto.

Negli ultimi anni la tendenza ha destato molte preoccupazioni in ottica futura. La società di consulenza ha messo in luce come tra il 2021 e il 2022, la somma gestita dagli asset manager è scesa del 10% da un massimo di 127.500 miliardi di dollari a 115.100 miliardi di dollari. Tutto ciò come conseguenza del fatto che il crollo dei mercati che ha colpito tutte le classi di attività ha finito per incidere pesantemente sulle commissioni di gestione e sulle performance. Queste ultime sono scese fino al 25% per i fondi di investimento attivi e passivi tra il 2017 e il 2022.

L’attesa ora è che questo processo continui, dando un vantaggio notevole agli operatori più grandi, che possono assorbire le commissioni inferiori grazie alle loro economie di scala. “C’è una vera e propria gara in termini di raccolta di AUM, e questo sta mettendo nuove pressioni significative da una prospettiva competitiva sulle commissioni, che molti dicono sia a beneficio degli investitori”, ha detto Alexander.

 

Gli accordi firmati sinora

Negli ultimi tempi, nel settore si sono conclusi alcuni accordi proprio per far fronte a  queste pressioni che stanno mettendo in difficoltà gli operatori minori. Nel mese di giugno, ad esempio, Franklin Templeton ha acquisito per 1 miliardo di dollari il rivale Putnam Investments nell’ambito dell’espansione dell’attività nei prodotti alternativi e nei piani pensionistici. Mentre, ad aprile, Rathbones ha investito 839 milioni di sterline per l’acquisizione del competitor Investec Wealth & Investment, dalla quale è nato un polo da oltre 100 miliardi di sterline di masse gestite. La tendenza sarà quindi destinata a continuare, con alcuni driver come l’intelligenza artificiale e la blockchain che porranno le condizioni per rendimenti più alti attraendo gli investimenti.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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