Buffett vs Bezos: Berkshire investe 350 milioni nel New York Times e scarica le azioni Amazon

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C’è chi taglia, chi riduce, chi parla di efficienza e sostenibilità mentre firma lettere di licenziamento. E c’è chi, nello stesso momento storico, mette sul tavolo centinaia di milioni di dollari per comprare quote di un grande giornale. Da una parte la scure che cala sulle redazioni, dall’altra un assegno che scommette sul valore dell’informazione. In mezzo, un settore – quello dei media – che da anni oscilla tra declino annunciato e inattese resurrezioni. È dentro questa frattura che si colloca l’ultimo investimento di Warren Buffett.

L’oracolo di Omaha, che lo scorso novembre ha mandato la sua ultima lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway (da fine anno ha preso il suo posto come ad Greg Abel), ha messo in scena un ultimo colpo di coda: l’ingresso nel capitale del New York Times. Un investimento in controtendenza dato che lo storico rivale del giornale diretto da Joe Kahn, il Washington Post del miliardario Jeff Bezos, ha invece annunciato qualche settimana fa un’ondata storica di licenziamenti all’interno della redazione. 

 

In questo articolo:

 

  • Warren Buffett investe nel New York Times
  • Jeff Bezos invece licenzia
  • Intanto Buffett scarica le azioni Amazon

 

Warren Buffett investe nel New York Times

Come riportato da Reuters, nel quarto trimestre del 2025 Berkshire Hathaway ha acquistato circa 5 milioni di azioni del New York Times per un controvalore superiore ai 350 milioni di dollari (che gli garantisce una quota pari al 3,12%). Un’operazione che segna il ritorno di Warren Buffett nel settore dei giornali, da cui si era progressivamente ritirato negli anni scorsi vendendo le sue partecipazioni nella stampa locale americana. 

Buffett infatti aveva abbandonato il settore dei giornali nel 2020, vendendo le ultime testate locali controllate da Berkshire e dichiarando apertamente di non vedere più nei quotidiani cartacei un modello di business sostenibile nel lungo periodo. Il calo strutturale della pubblicità, la migrazione dei lettori verso il digitale, la concorrenza dei social network avevano eroso le fondamenta economiche di molte redazioni. La sua uscita sembrava sancire la fine di un’epoca: se anche l’investitore più paziente del mondo rinunciava ai giornali, il settore era davvero condannato.

Il ritorno, oggi, assume dunque un significato che va oltre la semplice diversificazione di portafoglio. Il New York Times non è più solo un quotidiano di carta: è una piattaforma digitale globale, con milioni di abbonati online, una strategia basata su contenuti premium, podcast, newsletter, prodotti editoriali verticali. Ha saputo trasformare la crisi della stampa tradizionale in un modello ibrido fondato sulla relazione diretta con il lettore pagante. In questo senso, l’investimento di Buffett non è un atto nostalgico verso la carta stampata, ma una scommessa su un brand capace di monetizzare la fiducia.

I numeri raccontano una storia di resilienza. Negli ultimi anni il New York Times ha incrementato significativamente la quota di ricavi da abbonamenti digitali, riducendo la dipendenza dalla pubblicità e costruendo un flusso di entrate più stabile e prevedibile. È esattamente il tipo di business che piace a Buffett: ricavi ricorrenti, marchio forte, leadership di mercato, capacità di adattamento. L’informazione, in questa prospettiva, torna a essere un asset con un fossato competitivo, per usare la metafora cara all’investitore di Omaha. Peraltro, non va dimenticato che quando decide di allocare centinaia di milioni su un titolo, il messaggio al mercato non è affatto neutro. Tutt’altro.

 

Jeff Bezos invece licenzia: le visioni a confronto

È curioso evidenziare che la notizia dell’investimento di Buffett nel New York Times arriva a distanza di solo qualche settimana dall’annuncio dei licenziamenti in casa del rivale storico della testata, il Washington Post. Il giornale, di proprietà del miliardario tech Jeff Bezos, ha infatti avviato il licenziamento di circa 300 giornalisti, una ferita profonda per una redazione che contava all’incirca 800 persone (si tratta di più del 30% dell’attuale forza lavoro). Una ristrutturazione profonda che sta colpendo praticamente tutti.

Due traiettorie opposte, due visioni che sembrano rispondere a una stessa domanda in modo radicalmente diverso: l’informazione è ancora un investimento o è diventata soltanto un costo da comprimere? Per comprendere il peso simbolico dell’ingresso di Buffett nel capitale del New York Times bisogna partire dalla figura dell’investitore. Warren Buffett è un’istituzione vivente del capitalismo americano. La sua filosofia di investimento si fonda su pochi pilastri: valore intrinseco, vantaggio competitivo duraturo, management credibile, orizzonte temporale lungo. Non compra per speculare su un trimestre, compra per possedere. 

Ma c’è anche una dimensione più sottile. In un’epoca in cui la disinformazione corre veloce sulle piattaforme social, in cui l’attenzione è frammentata e la qualità spesso sacrificata alla velocità, investire in un grande giornale significa implicitamente riconoscere che esiste ancora domanda per contenuti verificati, approfonditi, autorevoli. Il mercato, attraverso Buffett, sembra dire che non tutto è perduto per il giornalismo di qualità.E mentre a New York entra capitale fresco, a Washington si procede con la lama affilata dei tagli. L’ingresso del fondatore di Amazon, avvenuto nel 2013, era stato salutato come una boccata d’ossigeno per una testata storica, capace di attraversare decenni di trasformazioni politiche e tecnologiche. Bezos aveva promesso investimenti, tecnologia, visione di lungo periodo.

A distanza di oltre un decennio, il quadro è più complesso. Il Washington Post ha attraversato fasi di espansione e contrazione, ma l’ultima tornata di licenziamenti segna un punto di svolta. Ridurre la redazione significa inevitabilmente ridurre la capacità di copertura, la profondità delle inchieste, la presenza sul territorio. È la logica della razionalizzazione: tagliare i costi per riportare i conti in equilibrio in un mercato pubblicitario sempre più competitivo e volatile. Il confronto tra le due scelte – investire o tagliare – non può essere banalizzato. Le condizioni di partenza sono diverse, i bilanci non sono sovrapponibili, le strategie editoriali divergono. Tuttavia, il contrasto resta potente. Da una parte un conglomerato finanziario che decide di tornare nei media perché intravede valore; dall’altra un magnate tecnologico che ridimensiona una redazione per ragioni di sostenibilità economica.

C’è un ulteriore elemento da considerare. L’ingresso di Berkshire Hathaway nel capitale del New York Times non implica un controllo diretto né un’influenza editoriale evidente. È un investimento finanziario, non un’acquisizione strategica. Questo distingue l’operazione da altre mosse nel settore media, dove spesso l’azionista di riferimento esercita un ruolo più attivo. Nel caso del Washington Post, la proprietà di Bezos è totale e diretta, con un coinvolgimento inevitabile nelle scelte di governance. Alla fine però ciò che resta è l’immagine di un settore sospeso tra due strade. L’una punta sulla qualità come leva di differenziazione e sulla fiducia come asset monetizzabile. L’altra privilegia la disciplina dei costi e l’adattamento rapido ai cicli economici. Non è detto che siano percorsi incompatibili, ma il loro equilibrio è fragile.

 

Intanto Buffett scarica le azioni Amazon

C’è un ultimo aspetto curioso in questa partita che coinvolge Warren Buffett e Jeff Bezos. Contestualmente all’ingresso nel capitale del New York Times, la Berkshire Hathaway ha ridotto del 77% la sua partecipazione proprio in Amazon, portandola da 10 milioni di azioni a 2,3 milioni, per un controvalore di 1,7 miliardi di dollari venduti. Infine, ha anche ridoto del 4% da 238,2 milioni a 227,9 milioni di azioni la quota posseduta in Apple che comunque rimane la sua maggior partecipazione azionaria con 62 miliardi di dollari.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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