Cambiamento climatico, nel Mediterraneo arriva il business delle perle

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Il Mediterraneo è il mare che si sta riscaldando più rapidamente rispetto alla media mondiale. Uno scenario che sta spingendo molti allevatori di ostriche destinate alla tavola a diversificare le loro attività, puntando sul business delle perle. L’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico sta infatti trasformando la parte settentrionale del Mare Nostrum, caratterizzata un tempo da acque più fredde di Tirreno e Mar Ligure, in una regione con condizioni climatiche simili a quelle delle zone aride e tropicali. La temperatura è ormai tra i cinque e i sei gradi oltre il valore normale: un ambiente che rende il nord del Mediterraneo sempre più caldo e simile alle località subtropicali e agli atolli polinesiani.

 

Giro d’affari: quanto vale il business delle perle

Impresa inedita nel Mediterraneo, nel mondo il giro d’affari legato alla produzione di perle vale 11 miliardi di dollari l’anno. La coltivazione è iniziata in Giappone agli inizi del Novecento: in natura la formazione di perle senza nessun intervento umano è rara, per cui la maggior parte di quelle vendute sul mercato proviene da molluschi d’allevamento, solitamente ostriche o mitili d’acqua dolce. Dopo il crollo durante il periodo tra le due guerre mondiali, dagli anni Sessanta (con l’ingresso della Cina nella produzione di cultured pearls d’acqua dolce) il settore vive una rinascita ed è una nicchia preziosa, legata in particolare alla vendita di beni di lusso.

Negli ultimi decenni, l’enorme volume di perle coltivate ha fatto emergere la rarità delle perle naturali, indossate da reali, divi e star del cinema e diventate oggetti da collezione con un alto valore di rivendita. Uno dei più famosi pendenti di perle naturali arrivato all’asta è la collana di perle e diamanti di Maria Antonietta, venduta per 36 milioni di franchi, pari a circa 41 milioni di dollari. Anche quelle coltivate ottengono ottimi risultati nelle vendite all’incanto: nel giugno del 2024 una collana mista (perle naturali e coltivate) è stata venduta da Sotheby’s per 552mila dollari, oltre sette volte la sua base d’asta.

 

Per cosa vengono usate le cultured pearls

Nel mondo orafo e nell’industria dei preziosi le perle sono utilizzate come prodotti intatti della natura (perché non necessitano di lavorazione) per gioielli esclusivi, collane e pendenti. La richiesta è aumentata da quando sono indossate anche dagli uomini. Nella moda, invece, la perla è spesso incastonata in materiali moderni come il metallo o la pelle per abiti sia casual che formali. La varietà è legata all’ambiente in cui sono coltivate (l’acqua dolce o salata di mare) e alla sua natura, con o senza nucleo. Ma esistono anche le soufflè, cioè perle d’acqua dolce vuote all’interno e costituite soltanto dallo strato di nacre (meglio noto come madreperla): il nucleo per l’innesto è fango secco che con il tempo si  dissolve, lasciando la perla cava.

Le principali tipologie di perle sono quattro: le Akoya giapponesi e cinesi, le South Sea australiane e del sud Pacifico e le perle nere di Tahiti. Le Akoya giapponesi sono prodotte dall’ostrica Pinctada martensii, la più piccola perlifera al mondo che vive appunto nelle acque del Giappone. Quelle cinesi sono molto simili alle giapponesi (utilizzano identici molluschi e processi di innesto), ma gli allevamenti sono installati sulle coste della Cina. Alcune Akoya si trovano pure nel Golfo Persico e lungo tutte le coste orientali e meridionali dell’Africa. Le South Sea, le perle più rare e preziose, sono coltivate nei Mari del Sud tra l’Oceano Indiano e il Pacifico: in Australia, nelle Filippine e in Indonesia. Le nere di Tahiti, le uniche naturalmente scure, sono coltivate in tutto l’arcipelago della Polinesia francese.

 

Chi sono i maggiori produttori al mondo

La Cina è il più grande produttore mondiale di perle coltivate: in media ne sforna 1.500 tonnellate all’anno. Oltre alle fireballs, ovvero le perle coltivate d’acqua dolce con il nucleo, produce anche le cosiddette freshwater, ossia le cultured pearls sempre d’acqua dolce ma senza nucleo. In Giappone la produzione si concentra nelle prefetture di Ehime, Nagasaki, Kuamoto e Mie. Gli altri player principali sono Australia, Indonesia, Polinesia francese, Filippine, Hong Kong, Bangladesh e India, che dal 2022 ha lanciato una massiccia pearl farming industry (in particolare nel Rajasthan) incoraggiata dalla Rivoluzione Blu del governo, un piano per lo sviluppo e l’espansione dell’acquacoltura. Producono ma in misura minore Vietnam, Myanmar, Fiji, isole Cook, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti.

In Indonesia le maggiori produzioni sono a Buleleng nella provincia di Bali, nella baia di Alyui nelle isole Raja Ampat (un arcipelago all’incontro tra il Pacifico e il Mediterraneo Australasiatico, considerato l’Amazzonia del mare) e a Pulau Pungu sull’isola di Flores, a poca distanza dalla cittadina di Labuan Bajo. Una produzione di nicchia è presente in Messico, avviata alla fine dell’Ottocento sull’isola Espíritu Santo nel golfo di California. I principali produttori nella regione sono Perlas del Mar de Cortez (con la sua coltivazione nella baia di Bacochibampo nella città di Guaymas) e Cozumel, unica pearl farm nei Caraibi a Quintana Roo.

In Australia si distingue Atlas Pearls, uno dei più grandi produttori e distributori al mondo, azienda attiva dal 1993, quotata all’ASX (la Borsa australiana) e che coltiva tra le 500mila e le 600mila perle l’anno. Nel Mediterraneo gli allevatori di ostriche sono sempre più intenzionati a sfruttare l’opportunità offerta dall’innalzamento delle temperature. Sono numerose le specie aliene tipiche delle acque calde che nell’ultimo decennio sono entrate nel Mare Nostrum: è il caso della Pinctada radiata, un’ostrica perlifera del Mar Rosso, arrivata in Sicilia alla fine degli anni Settanta, capace di spostarsi verso nord e avvistata nel golfo della Spezia in Liguria. Ma non solo: ormai in molti vivai italiani dell’ostricocoltura, in acque che dovrebbero essere tra le più fredde del Mediterraneo, fanno la loro comparsa le ostriche tropicali.

 

Dove sono le principali aziende di trasformazione

Per stimolare il mollusco a formare una perla, viene introdotto artificialmente un agente irritante nell’ostrica. È un processo complesso e delicato: i molluschi d’allevamento devono essere maneggiati con cura. La Cina ha il maggior numero di processing companies al mondo, in particolare a Zhuji nella provincia dello Zhejiang. Shanxiahu Pearl Group è l’azienda leader specializzata nella coltivazione, lavorazione e vendita di perle: occupa un’area di coltivazione totale di 40mila acri nella Cina continentale e ha i suoi principali mercati in Nord e Sud America ed Europa orientale.

La maggior parte delle altre aziende di trasformazione si trovano in Giappone (spiccano su tutte il marchio storico Mikimoto, la Takasi fondata nel 1954 a Kobe dal patron Shunsaku e la Doi Pearl di Uwajima), Australia e Filippine. In America si distinguono, specie per le loro imprese innovative, gli Stati Uniti e il Canada; in Europa la Svizzera, la Francia, la Spagna e il Regno Unito. In Italia si distinguono le attività del gemmologo Adriano Genisi, designer orafo e importatore di perle da oltre trent’anni con la sua Genisi Pearls di Vicenza, e la ricerca di Sara Fioretti alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, uno dei primi progetti di estrazione di perle dal Mytilus galloprovincialis, la cozza più nota e diffusa del Mediterraneo.

 

Quanto costa avviare un impianto e cosa richiede

L’allevamento delle perle è una delle attività più redditizie dell’acquacoltura, ma avviare la coltivazione non è facile. Il ciclo di produzione è molto lungo: va dai due ai cinque anni. A determinate condizioni, se tutto procede per il meglio e senza intoppi, le prime perle possono essere raccolte nel giro di un anno. Innanzitutto l’allevatore deve procurarsi dei molluschi nucleabili: i metodi di nucleazione (il procedimento chirurgico con cui il corpo estraneo viene impiantato nell’ostrica e fa nascere la perla) sono diversi a seconda dell’allevamento in acqua salata o dolce. Dopo essere nucleate, le ostriche hanno bisogno di diverse settimane e non tutte sopravvivono. Il tasso di mortalità sfiora il 75%.

Le ostriche innestate vengono inserite in gabbie o reti e spostate a riposo in un letto: in base al tipo di ostrica, questo processo può richiedere da pochi mesi a molti anni per produrre una perla. Alla raccolta fanno seguito la lavatura, l’asciugatura e la classificazione. Tra formazione e impianto, la produzione richiede una licenza (a seconda del Paese), materie prime, macchinari adatti e manodopera qualificata, oltre a tempo, fatica, rischio e impegno economico di partenza. Il prezzo di una perla varia in base alla tipologia: quelle d’acqua dolce costano in media dai 70 ai 2.500 euro; quelle di fiume (le più economiche) tra i 45 e i 1.750 euro. Per le Akoya, le South Sea e le nere tahitiane si sale con cifre che raggiungono anche i sei zeri.

Il valore dipende da dimensione, forma, colore, lucentezza e spessore del madreperla. Ma ormai il cambiamento climatico apre scenari inaspettati sull’intera filiera. Il riscaldamento globale, associato all’aumento della temperatura dell’acqua, può causare una maggiore mortalità e malattie delle ostriche e un nacre di qualità inferiore. Inoltre l’acidificazione degli oceani dovuta a livelli più elevati di anidride carbonica causa malformazioni del madreperla delle conchiglie e un calo significativo della resistenza. L’istituzione di una maggiore tracciabilità nel settore, l’introduzione di metodi sostenibili nella coltivazione e una maggiore consapevolezza dei consumatori diventano sempre più indispensabili. Le tecniche rigenerative di pearl farming offrono infatti potenziali vantaggi economici e ambientali, come dimostra un recente studio dell’Aquaculture Science Hub.

Immagine di Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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