Caffè, ma quanto mi costi? Il gusto amaro dei rincari

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La tazzina si fa amara, ma stavolta lo zucchero non basta. Il prezzo del caffè continua a salire sui mercati internazionali e arriva a pesare anche sulla routine italiana. A inizio novembre 2025 i future sull’arabica alla Borsa ICE di New York si attestano intorno a 401 centesimi di dollaro per libbra, in aumento del 56% su base annua. Il robusta di Londra supera i 4.680 dollari per tonnellata, ai massimi da due anni, complice la scarsità dei raccolti e scorte ormai ridotte al minimo.

In Italia, secondo FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), il prezzo medio della tazzina di espresso al bar è salito a 1,20 euro, con punte di 1,47 euro a Bolzano. Ma la prospettiva è di nuovi rincari, con la previsione che entro fine del 2025 la tazzina potrebbe arrivare a 2 euro.

 

In questo articolo:

 

  • Dazi, l’effetto Trump sul mercato del caffè
  • Le cause del caro-prezzi
  • Caro-caffè, la risposta di Illycaffè

 

Dazi, l’effetto Trump sul mercato del caffè

La decisione del presidente americano Donald Trump di aumentare dal 10% al 50% i dazi su numerosi prodotti brasiliani, incluso il caffè, ha aggravato la volatilità. Gli Stati Uniti assorbono circa un terzo della produzione brasiliana e le tariffe hanno ridotto le spedizioni verso il mercato americano, spingendo al rialzo i prezzi globali. Secondo la Brazilian Coffee Industry Association, dopo un temporaneo calo estivo, i prezzi al dettaglio in Brasile torneranno a crescere. Le grandi torrefazioni internazionali, come J.M. Smucker, hanno già segnalato pressioni sui margini, mentre l’International Coffee Organization (ICO) prevede un riequilibrio tra domanda e offerta solo entro il 2028.

 

Le cause del caro-prezzi

L’impennata dei prezzi non è solo una questione di geopolitica. Le condizioni meteorologiche avverse in Brasile e Vietnam, i due principali produttori mondiali, hanno compromesso parte dei raccolti, riducendo l’offerta e spingendo gli operatori a fissare coperture sui future. Gli stock certificati di arabica monitorati dall’Intercontinental Exchange sono scesi a circa 430 mila sacchi, il livello più basso degli ultimi 18 mesi.

A pesare è anche l’effetto delle nuove normative europee sulla deforestazione (Eudr), che entreranno pienamente in vigore nel 2025. La norma impone ai produttori di dimostrare che il caffè non provenga da aree disboscate dopo il 2020. Una misura ambientale necessaria, ma che sta già incidendo sui costi di certificazione e tracciabilità, rallentando le esportazioni e creando tensioni lungo la filiera.

Infine, un ruolo rilevante è giocato dalla speculazione sui mercati delle materie prime, che amplifica le oscillazioni dei prezzi e accentua le difficoltà per produttori e consumatori. Come ha spiegato Andrea Illy, presidente di Illycaffè, in un’intervista al Sole24Ore, “il costo della materia prima è cresciuto tre volte rispetto alla media storica. È un effetto della speculazione. C’è una finanziarizzazione dell’alimentazione che si realizza sulle spalle dei contadini e dei consumatori, un fenomeno che si è avviato negli ultimi decenni ma che oggi è sempre più forte”.

 

Caro-caffè, la risposta di Illycaffè

Nonostante il rialzo dei costi, alcune aziende italiane hanno scelto di assorbirne una parte. Illycaffè, che nel 2024 ha registrato un fatturato di 630 milioni di euro (+6%), ha annunciato di non trasferire interamente i rincari ai listini, coerentemente con la certificazione B Corp e la propria strategia di lungo periodo. Cristina Scocchia, a.d. di Illycaffè, a Borsa&Finanza aveva dichiarato: “Abbiamo scelto di non scaricare completamente a valle l’aumento dei costi. Certo, questo comporterà una contrazione dei margini nel 2025, ma è una scelta coerente con il nostro posizionamento di B Corp. Abbiamo deciso di assorbirne una parte per rimanere fedeli ai nostri valori”.

Sul fronte globale, intanto, il Brasile sta diversificando i mercati, puntando su Cina e Unione Europea, dove non si applicano dazi. A ottobre oltre 180 produttori brasiliani hanno partecipato a missioni commerciali a Pechino per intercettare una domanda in crescita a doppia cifra.

Tra dazi, clima e nuove regole ambientali, il prezzo della tazzina racconta molto più di una semplice abitudine: è la misura concreta del costo dell’instabilità globale.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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