Ogni anno, terremoti, alluvioni e tempeste presentano all’Italia un conto da circa 7 miliardi di euro. Dietro questa cifra, 41 milioni di unità immobiliari esposte per un valore di ricostruzione complessivo che sfiora i 14.400 miliardi di euro, sette volte il Pil nazionale. È quanto emerge dal Natural Risk Index (NRI), il primo indicatore sistematico sull’impatto economico delle catastrofi naturali in Italia, presentato il 21 aprile a Roma nel corso del Natural Risk Forum, think tank promosso da Unipol presso Palazzo della Cancelleria.
L’analisi fotografa la distribuzione geografica del rischio regione per regione, stima il costo atteso per abitante e misura il protection gap assicurativo: la quota di danni che, in assenza di copertura, ricade su cittadini, imprese e finanza pubblica.
In questo articolo:
- Un patrimonio immobiliare da 14.400 miliardi sotto pressione
- Catastrofi naturali, le regioni più esposte
- Il protection gap: il 79% dei danni resta scoperto
Un patrimonio immobiliare da 14.400 miliardi sotto pressione
La metodologia del NRI parte dalla mappatura del patrimonio immobiliare esposto, articolato in tre macrosettori: imprese (attività produttive e commerciali), abitazioni (patrimonio residenziale) ed edifici pubblici. Sono state escluse le infrastrutture — strade, ponti, ferrovie, reti energetiche e idriche — in quanto soggette a logiche di gestione del rischio distinte, basate su fondi pubblici o responsabilità dei concessionari. L’analisi è stata condotta ad alta risoluzione geografica, a livello di codice postale, integrando dati Istat, Mef e Statistiche Catastali con la distribuzione regionale delle esposizioni assicurate osservate nel portafoglio di Gallagher Re.
Il valore di ricostruzione complessivo delle 41 milioni di unità censite ammonta a 14.400 miliardi di euro, circa sette volte il Pil nazionale. La stima non si limita al valore strutturale degli edifici: include il contenuto (macchinari, merci, arredi) e le perdite economiche derivanti dall’interruzione delle attività produttive successive all’evento. Si tratta quindi di una misura integrata dell’impatto totale, che considera sia i danni materiali diretti sia le ricadute economiche indirette. Nel quadro storico, solo negli ultimi dodici anni terremoti, alluvioni e tempeste convettive hanno generato costi complessivi superiori a 100 miliardi di euro. La quota maggiore è riconducibile alle alluvioni, con 44,8 miliardi, seguite dalle tempeste convettive a 36,4 miliardi.
Catastrofi naturali, le regioni più esposte
Il NRI costituisce un’evoluzione metodologica rispetto agli indicatori tradizionali perché integra in un unico valore le tre dimensioni del rischio: la pericolosità (la probabilità che un evento dannoso si verifichi in un’area determinata), l’esposizione (il valore economico dei beni presenti) e la vulnerabilità (la predisposizione di quei beni a subire danni). L’indicatore non fornisce una stima assoluta del costo medio annuo regionale, bensì consente di confrontare il peso relativo del rischio tra le diverse regioni italiane. In cima alla classifica complessiva si posizionano Lombardia (14,8%), Emilia-Romagna (14,0%) e Veneto (12,1%). Il risultato riflette l’interazione tra pericolosità naturale e concentrazione del valore economico: le aree con la maggiore densità di abitazioni, imprese ed edifici pubblici risultano le più esposte in termini assoluti.
La scomposizione per singolo rischio restituisce graduatorie differenti: per il rischio sismico guida l’Emilia-Romagna con un NRI del 18,5%, seguita da Veneto (10,9%) e Sicilia (10,4%); per il rischio alluvionale è la Toscana a occupare il primo posto (21,6%), davanti a Lombardia (13,8%) e Veneto (11,0%); per le tempeste convettive il primato spetta alla Lombardia (26,6%), seguita da Veneto (15,8%) e Piemonte (9,7%). Il costo medio atteso per abitante si colloca nella fascia tra 100 e 200 euro annui. La distribuzione regionale non rispecchia necessariamente quella dell’NRI complessivo: Calabria, Emilia-Romagna e Umbria occupano le prime posizioni per danno pro capite atteso, con la Calabria che supera i 200 euro per effetto combinato di alta pericolosità sismica e vulnerabilità strutturale elevata del patrimonio edilizio. Valle d’Aosta, Puglia e Sardegna si collocano invece all’ultimo posto della graduatoria.
Il protection gap: il 79% dei danni resta scoperto

A fronte di questa esposizione, la copertura assicurativa rimane strutturalmente insufficiente. Il protection gap nazionale — la quota di danni potenziali non coperta da polizze — si attesta al 79%: su 100 euro di danno atteso, solo 21 risultano assicurati. Il restante 79% ricade a carico di singoli cittadini, imprenditori e Stato. Il divario varia in modo significativo a livello regionale e tende a essere inversamente correlato al livello di sviluppo economico del territorio: il Trentino-Alto Adige registra il valore più contenuto, al 72%, collocandosi come la regione con la maggiore copertura relativa; all’estremo opposto, la Calabria tocca il 93%, in una regione che al tempo stesso figura tra le più esposte per costo pro capite atteso.
“Il Natural Risk Index vuole essere un contributo importante per migliorare il modo in cui leggiamo e affrontiamo il rischio catastrofale nel nostro Paese”, ha commentato Enrico San Pietro, Group Insurance General Manager di Unipol, che aggiunge “È evidente l’urgenza di adottare un approccio sistemico e integrato, fondato su una riduzione strutturale del rischio nelle aree più vulnerabili attraverso una maggiore diffusione delle coperture assicurative, lo sviluppo di politiche di prevenzione e adattamento basate su dati e analisi avanzate e il potenziamento della resilienza finanziaria e operativa del sistema economico”.









