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Certificati: l’opportunità della riforma fiscale per continuare a migliorare

I documenti della dichiarazione fiscale e una calcolatrice per effettuare i calcoli, poggiati sul tavolo

La riforma della tassazione delle rendite finanziarie contenuta nella Legge delega del governo Meloni porta una cattiva notizia per il mondo dei certificati. Ma potrebbe anche diventare una buona notizia se gli emittenti sapranno fare di necessità virtù.

La riforma prevede di riunire in un’unica categoria – redditi finanziari – tutti i proventi derivanti dalle attività di investimento, prima suddivisi in redditi da capitale (per esempio cedole e dividendi) e redditi diversi (plusvalenze/minusvalenze). Ciò significa che gli investitori potranno recuperare, a fini di compensazione fiscale, le eventuali minusvalenze passate utilizzando a tal fine i proventi derivanti da qualsiasi strumento di investimento. Fino a oggi solo i certificati, unico prodotto in cui sia i premi che le plus e minusvalenze sono considerate redditi diversi, permettono una compensazione completa. Per effetto della riforma i certificati perderanno un grande vantaggio, spesso utilizzato dagli emittenti e dai consulenti finanziari che utilizzano i certificati nei portafogli dei loro clienti per promuovere il prodotto.

Tale evoluzione del quadro normativo potrà tuttavia contribuire ad accrescere l’attenzione per le finalità finanziarie dello strumento, come sottolineato da Mauro Camelia, professore aggregato di Economia degli Intermediari finanziari e Organizzazione degli Intermediari finanziari all’Università di Siena, intervistato da Borsa&Finanza.

“Se entrerà in vigore la riforma fiscale, ma non sappiamo come e in che tempi, di fatto i certificati perderanno l’appetibilità della compensazione fiscale. Resteranno però le finalità tipicamente finanziarie. Troppo spesso, in passato, le finalità fiscali sono state enfatizzate fino ad arrivare alla costruzione di certificati che prevedono premi elevati (maxi-coupon) nei primi mesi di vita per enfatizzare la fiscalità di tali strumenti finanziari”.

Anche se la flessibilità dei certificati e la tempestività con cui possono essere lanciati sul mercato permetteranno agli emittenti di continuare a offrire questo genere di prodotti, secondo Camelia ci sarà un positivo riequilibrio delle due prospettive, fiscale e finanziaria.

 

L’importanza dei certificati nelle scelte degli investitori

Porre l’accento sulle finalità finanziarie di questi strumenti – riduzione del rischio di portafoglio, accesso ad asset class alternative/innovative, protezione e copertura del portafoglio, miglioramento dei rendimenti – permetterà di accelerare la diffusione di questi prodotti che ancora oggi vengono visti sotto una luce negativa per il loro essere derivati e strutturati. “Sono prodotti finanziari complessi – riprende Camelia – ma la complessità non è tanto diversa da quella di altri prodotti molto più diffusi. Quanti investitori conoscono, ad esempio, la struttura finanziaria di titoli indicizzati all’inflazione, come il Btp Italia, o di titoli inverse floater di recente riproposti nuovamente sul mercato obbligazionario domestico?”.

L’industria dei certificati sta già facendo un ottimo lavoro sia dal punto di vista dell’evoluzione di prodotto, con l’emissione di certificates dotati di barriere protettive fino al 30%-40% del valore iniziale del sottostante, sia dal punto di vista dell’educazione finanziaria con numerosi incontri e attività di comunicazione. Tuttavia l’audience rimane sempre piuttosto ristretta.

Secondo le rilevazioni di ACEPI, l’Associazione italiana certificati e prodotti di investimento, nel 2022 sono stati collocati sul mercato primario 16,235 miliardi di euro di certificati mentre sul secondario si è registrato un turnover di 16,300 miliardi di euro. Dati in crescita che riportano vicino al record del 2019 per quanto riguarda il collocato sul mercato primario, ma che mostrano come quello dei certificati sia ancora un mercato di nicchia. Il Btp Valore collocato a giugno dal MEF ha raccolto da solo oltre 18 miliardi di euro mentre il turnover di Eni, Enel e Ferrari lo scorso anno ha eguagliato quello dei certificati sul mercato secondario.

“Pur essendo cresciuto tanto è un mercato ancora piccolo e per gli emittenti si pone il tema dell’allargamento della platea potenziale degli investitori. Si tratta di individuare modalità di comunicazione che coinvolgano un maggior numero di risparmiatori e di consulenti finanziari” spiega Camelia. Concentrarsi sui potenziali benefici che l’utilizzo dei certificati nella gestione di portafoglio è la via maestra da seguire.

 

Il ruolo strategico della comunicazione e della formazione

L’attività di comunicazione e formazione degli emittenti sta crescendo in qualità e quantità e tuttavia ancora non riesce ad arrivare al grande pubblico. Se prendiamo i principali quotidiani finanziari, i certificati sono relegati in una o due pagine nella parte finale della pubblicazione. Perché? “Perché il prodotto è difficile da spiegare – risponde l’esperto – e chi ne tratta spesso non è preparato. Allora si preferisce parlare degli argomenti che si conoscono meglio, così da consumare meno fatica e tempo, o spingere prodotti su cui il rumore negativo di fondo non è così negativo, come potrebbero essere gli ETF o i prodotti assicurativi”.

Anche tra i consulenti finanziari, pur essendo in crescita coloro che inseriscono nei portafogli dei loro clienti i certificati di investimento, la conoscenza di questi prodotti deve essere migliorata, “evitando – sottolinea Camelia – fughe in avanti inopportune, ovvero eccessi commerciali che talora caratterizzano la comunicazione riguardante tali strumenti finanziari”.

In particolare, il professore dell’Università di Siena punta l’attenzione sui certificati worst of, il cui sottostante è composto da panieri da una pluralità di titoli/indici, e sull’utilizzo di azioni di società poco conosciute dalla gran parte degli investitori. “Quanti, anche tra i consulenti finanziari – è la domanda che pone l’esperto – conoscono in dettaglio i titoli sottostanti i certificati di investimento che propongono alla clientela? E quanti hanno davvero chiaro e sanno spiegare ai propri clienti il concetto di correlazione tra sottostanti e gli effetti che ha l’inserimento di un certificato avente queste caratteristiche finanziarie all’interno di un portafoglio? Si tratta di elementi che permettono di costruire prodotti con profili di rischio/rendimento molto interessanti ma che vanno spiegati bene.

In prospettiva sarà importante educare la clientela a quelle che sono le finalità tipicamente finanziarie dell’investimento in certificati, in modo da poter valorizzare ancora di più questo strumento, mettendo in secondo piano altri aspetti su cui talora si è focalizzata troppo l’attenzione, come la componente fiscale”.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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