Il settore dei chip potrebbe dover affrontare un grande rischio nei prossimi dieci anni. Secondo un rapporto della società di auditing PricewaterhouseCoopers (PwC), circa il 32% della produzione globale dei semiconduttori andrebbe incontro a interruzioni di fornitura di rame a causa del cambiamento climatico. Il rame è un metallo utilizzato per realizzare i minuscoli fili all’interno del circuito di ogni chip. Al momento non ci sono alternative valide, quantomeno con riferimento a prezzo e prestazioni. Una carenza di rame potrebbe colpire tutta l’industria dei semiconduttori. In questo articolo:
- Chip: quali conseguenze dalla carenza di rame
- Cosa fare per evitare tutto questo?
Chip: quali conseguenze dalla carenza di rame
L’ultima volta che si è registrato un deficit globale di chip è stato durante la pandemia, quando un’impennata della domanda in regime di lockdown ha coinciso con la chiusura delle fabbriche, paralizzando particolarmente l’industria automobilistica e interrompendo le linee di produzione nei settori dipendenti dai semiconduttori. PwC ha affermato che l’economia americana ha dovuto subire un calo di “un intero punto percentuale di crescita del Pil”, mentre il blocco “alla Germania è costato il 2,4%”.
Adesso e fino al 2035 tale situazione potrebbe ripresentarsi e se ne vedono già alcuni segnali. Ad esempio il Cile – che è il più grande produttore mondiale di rame – è alle prese con una carenza d’acqua, a causa dei cambiamenti del clima, che ha rallentato la produzione. Secondo la società di analisi, a farne le spese saranno anche i minatori di rame di Cina, Australia, Perù, Brasile, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo, Messico, Zambia e Mongolia. Di conseguenza, “tutte le regioni produttrici di chip del mondo sono a rischio”, si legge nel rapporto.
Come fare per evitare una nuova carenza di chip?
Gli scenari futuri non sono rassicuranti, in particolare se “l’innovazione sui materiali non si adatterà ai cambiamenti climatici e non si svilupperà un approvvigionamento idrico più sicuro nei Paesi colpiti”, ha sottolineato PwC. Inoltre, “a prescindere alla velocità con cui il mondo ridurrà le emissioni di carbonio, circa la metà dell’approvvigionamento di rame di ogni Paese sarà a rischio entro il 2050“, continua il rapporto.
Quindi, cosa fare? Il Cile si è mosso nella direzione di garantire l’approvvigionamento idrico aumentando l’efficienza mineraria e costruendo gli impianti di desalinizzazione. Nello specifico, lo scorso anno il minatore cileno Antofagasta Minerals ha inaugurato un impianto di desalinizzazione da oltre 2 miliardi di dollari per la sua miniera di rame di punta in Cile, Los Pelambres. La miniera è stata la prima a funzionare con acqua desalinizzata in un’area del Paese tormentata dalla siccità per 15 anni. Tutto ciò “è esemplare, ma potrebbe non essere una soluzione per i Paesi che non hanno accesso a grandi specchi d’acqua marina”, ha osservato PwC. Per il Cile, la società con sede a Londra ha stimato che un quarto della produzione di rame sia a rischio di interruzioni oggi, ma la quota è destinata a salire al 75% entro il 2035 e tra il 90% e il 100% entro il 2050.









