I mercati finanziari si trovano in una fase di instabilità, dove l’elevata volatilità influenza costantemente l’andamento dei listini azionari, condizionati da dati macroeconomici, dinamiche politiche e tensioni geopolitiche. Le incertezze derivanti da politiche commerciali e dazi continuano a minare la fiducia nelle prospettive di crescita globale, rendendo difficile interpretare lo scenario economico complessivo. Gli investitori si trovano così in una situazione complessa: da un lato, il mercato azionario risulta vulnerabile a shock improvvisi; dall’altro, l’obbligazionario offre maggiore stabilità, ma rendimenti reali modesti, soprattutto nel medio periodo. In questo contesto di equilibrio precario, emergono soluzioni alternative che uniscono prudenza e ricerca di rendimento: strumenti legati al credito capaci di combinare il potenziale dei certificati di investimento con la solidità tipica dei bond. Tra questi spiccano i Credit Linked Certificate (CLC) e i Reverse Convertible su obbligazioni, due strutture pensate per chi mira a rendimenti superiori rispetto ai titoli obbligazionari tradizionali, evitando però l’esposizione alla volatilità dei mercati azionari. Sebbene facciano parte della stessa categoria di strumenti strutturati, differiscono in funzionamento, profilo di rischio e opportunità offerte, accomunati però dall’esposizione al mondo del credito.
Credit Linked Certificate: investire sul rischio di credito
I Credit Linked Certificate (CLC) sono certificati d’investimento legati al rischio di credito, anziché all’andamento di titoli azionari. Similmente alle obbligazioni, prevedono il pagamento di cedole periodiche fisse e il rimborso del capitale nominale alla scadenza, a patto che non si verifichino eventi di credito sulle entità di riferimento (reference entity), che possono essere singole o raggruppate in un paniere o basket. In cambio dell’assunzione del rischio di credito, i CLC offrono generalmente rendimenti più elevati rispetto alle obbligazioni corporate di pari livello.
Oltre a garantire un certo grado di stabilità e semplicità, questi strumenti presentano un vantaggio fiscale importante: le plusvalenze ottenute rientrano nella categoria dei “redditi diversi”, consentendo la compensazione con eventuali minusvalenze presenti nel cosiddetto “zainetto fiscale”.
Per queste ragioni, i CLC si prestano a diversificare un portafoglio anche per investitori con una tolleranza al rischio moderata. Il valore del certificato viene influenzato solo dal verificarsi di un evento di credito sulle entità di riferimento o da un fallimento dell’emittente. In assenza di tali eventi, il certificato continua a pagare le cedole e rimborsa integralmente il capitale investito, senza che le oscillazioni dei mercati azionari abbiano alcun impatto.
Esempio pratico:
Si consideri un CLC decennale con una sola reference entity (es. Unicredit), che paga una cedola annuale del 4,5%. Finché Unicredit non subisce eventi di credito e l’emittente del certificato resta solvibile, l’investitore riceverà la cedola annuale e, a scadenza, il rimborso del capitale nominale. Inoltre, i tagli minimi di investimento (es. 1.000 euro, 10.000 euro) sono molto più accessibili rispetto a quelli richiesti per bond corporate, spesso riservati a clienti istituzionali o di private banking.
Eventi di credito: il rischio chiave dei CLC
Il punto cruciale dei CLC è l’assenza di eventi di credito durante la vita del certificato. Tali eventi includono: insolvenza, mancato pagamento, ristrutturazione del debito, interventi governativi o moratorie. Se uno di questi eventi si verifica, il rimborso dipende dal tasso di recupero definito dall’Isda (l’ente internazionale per i derivati creditizi), che può portare anche alla perdita totale del capitale.
Reverse Convertible su bond: puntare sull’andamento dei prezzi obbligazionari
A differenza dei CLC, i Reverse Convertible su obbligazioni si basano sull’andamento del prezzo di un bond quotato. L’investitore riceve una cedola, ma si assume il rischio che il prezzo dell’obbligazione sottostante scenda sotto una soglia prestabilita (strike price). Se a scadenza il prezzo del bond è superiore a tale soglia, il certificato rimborsa il 100% del capitale e paga la cedola. In caso contrario, l’investitore riceverà fisicamente una quota del bond (valutata al prezzo di mercato) e un’eventuale parte residua in contanti, oltre alla cedola già maturata.

Esempio pratico:
Immaginiamo un Reverse Convertible su un Btp con scadenza 2050, strike price al 75% del valore iniziale (1.000 euro), durata un anno e cedola annua del 5,5%.
- Se a scadenza il Btp quota sopra il 75%, l’investitore riceve 1.000 euro + 5,5% di cedola.
- Se invece il bond quota al 70%, viene attivata la conversione: l’investitore riceve fisicamente il Btp (valutato 700 euro) e un’aggiunta in cash calcolata sulla parte restante tramite il Conversion Ratio (1/75% = 1,33). Il rimborso totale sarebbe quindi pari a 931 euro, con una perdita del 7% rispetto al nominale. Considerando la cedola incassata, la perdita effettiva scenderebbe all’1,5%.
A cura di Giulio Visigalli (Websim – Intermonte SIM) e Giovanna Zanotti (Direttore Scientifico ACEPI e Professore Ordinario Università di Bergamo).









