Il conflitto economico tra le nazioni è oggi la principale fonte di rischio globale. È quanto emerge dal global risks report 2026 del World Economic Forum, basato sulle risposte di oltre 1.300 esperti a livello mondiale, che per la prima volta colloca il confronto geoeconomico davanti ai conflitti armati tra Stati.
L’indagine ha inoltre evidenziato che la percezione del rischio ambientale è scesa in classifica, mentre sono emerse altre preoccupazioni, in particolare i timori sulle conseguenze a lungo termine di una debole governance dell’intelligenza artificiale.
In questo articolo:
- Conflitto geoeconomico: quando l’economia diventa un’arma
- Il fattore Stati Uniti e l’effetto Trump
- Breve termine e lungo periodo: cambiano le priorità del rischio
- Intelligenza artificiale e fragilità economiche: il rischio sistemico
Conflitto geoconomico: quando l’economia diventa un’arma
A definire i contorni di questo rischio è l’aumento delle tariffe, i controlli sugli investimenti esteri e le limitazioni sull’approvvigionamento di risorse strategiche, come i minerali essenziali, indicati come esempi concreti di confronto geoeconomico. “È il momento in cui gli strumenti di politica economica diventano essenzialmente armi, anziché una base di cooperazione”, ha spiegato Saadia Zahidi, managing director del World Economic Forum e direttore generale dell’incontro annuale di Davos. Una dinamica che riflette il progressivo indebolimento delle regole multilaterali e il ritorno a logiche di potenza fondate sul controllo delle catene di valore, tanto da spingere i conflitti armati tra Stati (il rischio più elevato dello scorso anno) al secondo posto della classifica.

Il fattore Stati Uniti e l’effetto Trump
In questo quadro si inseriscono le politiche “America First” dell’amministrazione Trump, che hanno contribuito a un forte aumento delle tariffe commerciali statunitensi e a un inasprimento delle tensioni con la Cina. Pechino, seconda economia mondiale, detiene una posizione dominante nelle filiere dei minerali essenziali, diventando così un attore chiave nel nuovo equilibrio geoeconomico. Il rischio, sottolinea il rapporto, è che l’attuale confronto si trasformi in una vera e propria guerra economica, fatta di blocchi portuali, restrizioni all’export di beni critici, annullamento di contratti e controlli sui capitali, con effetti destabilizzanti su commercio, investimenti e crescita globale.
Breve termine e lungo periodo: cambiano le priorità del rischio
Nel breve periodo, la percezione dei rischi ambientali arretra. I fenomeni meteorologici estremi scendono dal secondo al quarto posto nell’orizzonte dei prossimi due anni, mentre l’inquinamento e la perdita di biodiversità perdono diverse posizioni. Al loro posto emergono rischi legati alla polarizzazione sociale, alla disinformazione e alla competizione economica tra Stati. La prospettiva cambia radicalmente se si guarda all’orizzonte decennale. In questo caso, gli stessi intervistati collocano i rischi ambientali ai primi posti: eventi climatici estremi, perdita di biodiversità e cambiamenti critici dei sistemi terrestri dominano la classifica, segnalando una consapevolezza diffusa degli impatti strutturali del cambiamento climatico nel lungo periodo.
Intelligenza artificiale e fragilità economiche: il rischio sistemico
Nel quadro delineato dal report, l’accelerazione tecnologica e l’instabilità economica si intrecciano in modo sempre più stretto. I rischi legati agli effetti negativi dell’intelligenza artificiale restano marginali nel brevissimo termine, ma guadagnano rapidamente peso nel medio-lungo periodo, passando dalle ultime posizioni della classifica a entrare nella top five a dieci anni. Le preoccupazioni riguardano soprattutto una governance insufficiente dell’IA, con possibili ricadute su occupazione, coesione sociale e salute mentale, oltre all’uso crescente di sistemi automatizzati in ambito militare. A questo si aggiunge la risalita dei rischi economici: il timore di recessione, inflazione e scoppio di bolle speculative ha registrato i maggiori balzi nella classifica dei prossimi due anni. Il Forum mette in guardia da una combinazione potenzialmente instabile tra debiti in aumento, rallentamento dell’economia globale e rendimenti incerti degli investimenti nelle tecnologie di frontiera, dall’intelligenza artificiale al calcolo quantistico. In un contesto segnato dal confronto geoeconomico, l’interazione tra innovazione rapida e fragilità finanziarie potrebbe amplificare gli shock, con effetti che rischiano di estendersi ben oltre i mercati.
Per quanto riguarda il contresto politico globale, il 68% degli intervistati ritiene che nei prossimi dieci anni diventerà più divisivo, mentre solo il 6% si aspetta un ritorno all’ordine multilaterale del dopoguerra. Con il protezionismo e la politica industriale strategica in aumento, il mondo entra in una fase di competizione intensa, in cui l’incertezza diventa l’unica costante. In questo scenario, sottolinea il Forum, il dialogo resta uno degli strumenti chiave per evitare che il confronto economico degeneri in una crisi sistemica globale.









