A Cali ha preso il via la COP16, la sedicesima Conferenza delle Nazioni Unite sulla diversità biologica che si tiene dal 21 ottobre al 1° novembre. Le delegazioni di 196 Paesi di tutto il mondo sono arrivate in Colombia a due anni dalla firma dello storico Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (GBF), l’accordo che ha lanciato l’obiettivo di proteggere il 30% della biodiversità delle terre e il 30% dei mari entro il 2030 e sostenere con 30 miliardi di dollari in aiuti annuali la conservazione nei Paesi in via di sviluppo e la riduzione dei sussidi dannosi all’ambiente.
Cos’è la COP16 che discute di biodiversità a Cali
CBD è l’acronimo di Convention on Biological Diversity, ovvero la Convenzione sulla Diversità biologica: il trattato internazionale adottato nel 1992 durante il Summit della Terra a Rio de Janeiro che ha dato il via alle COP (Conference of Parties), l’organismo di governo della Convenzione. Ogni due anni l’evento sceglie una città nel mondo per radunare governi, aziende, istituzioni finanziarie, scienziati, ricercatori, organizzazioni non governative e tutti i soggetti interessati per discutere e definire le strategie per la protezione della biodiversità globale. Un aspetto cruciale per il futuro del pianeta.
“Gli esseri umani dipendono dalla biodiversità per il cibo, le medicine, l’energia, l’aria, l’acqua pulita, la sicurezza dai disastri naturali, le attività ricreative e l’ispirazione culturale”, si legge nell’incipit del Global Biodiversity Framework di Kunming-Montreal. L’accordo ha fissato 4 macro-obiettivi a lungo termine e 23 target specifici: quelli a lungo termine, i più importanti, sono garantire un uso sostenibile della biodiversità; proteggere e ripristinare l’integrità degli ecosistemi in ogni sua forma, inclusa quella genetica; condividere in modo equo i benefici monetari derivanti dalla diversità biologica; assicurare sostegno e risorse finanziarie adeguate a tutti i Paesi del mondo per raggiungere questi scopi e costruire una rete internazionale efficiente.
Soprattutto alla luce del GBF, la nuova edizione della Conferenza delle Nazioni Unite vuole valutare i progressi compiuti nell’attuazione del framework (l’obiettivo per la protezione di biodiversità è del 30% su scala globale) e adottare nuove decisioni per la tutela del nostro pianeta. Al centro dei lavoro ci sono i piani e le strategie per la conservazione della diversità biologica, l’utilizzo sostenibile delle componenti naturali e l’equa ripartizione dei benefici che derivano dall’uso delle risorse genetiche.
Qual è l’agenda 2024 della COP16 in Colombia
Ai negoziati di Cali ogni nazione presenta il proprio piano per contrastare la perdita di biodiversità e raggiungere gli obiettivi fissati dal GBF all’interno dei suoi confini. I piani nazionali si chiamano NBSAP (National Biodiversity Strategies and Action Plans, strategie e piani d’azione nazionali per la biodiversità) e devono essere assimilabili agli NDC (Nationally Determined Contributions), gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra stabiliti a livello nazionale dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Il piano dell’Italia è la Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030 (SNB). Redatta dal MASE e gestita con l’ISPRA, è articolata su tre tematiche cardine legate alla biodiversità: i servizi ecosistemici, i cambiamenti climatici e le politiche economiche.
Ma dalla COP16 ci si aspetta molto altro. In primis che tutti i partecipanti consolidino gli impegni assunti con il GBF, in particolare per arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2050. In secondo luogo, sarà attivato e discusso il monitoraggio dei progressi compiuti negli ultimi due anni dai piani nazionali. Un terzo obiettivo chiave è mobilitare le adeguate risorse finanziarie per implementare le azioni previste dal GBF. La dotazione complessiva richiesta per il ripristino degli ecosistemi è di 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030.
Naturalmente si prevede che i contributi non arriveranno soltanto dal settore pubblico, ma anche da quello privato. La COP16 è l’occasione per fare il punto della situazione su meccanismi come i green bond e le Banche Multilaterali di Sviluppo, istituzioni che hanno come mandato principale la riduzione della povertà e la promozione dello sviluppo economico. Sotto osservazione sono principalmente i Paesi in via di sviluppo, dove si concentra gran parte della biodiversità mondiale: queste economie sono chiamate al massimo sforzo per ripristinare e proteggere le aree naturali terrestri e marine, rafforzare la salvaguardia di foreste e oceani, promuovere pratiche agro-ecologiche per la creazione e gestione di sistemi sostenibili e migliorare gli spazi verdi e la pianificazione urbana.
Il ruolo delle aziende nella salvaguardia della natura
La questione dei finanziamenti è centrale: ad oggi gli importi erogati sono molto inferiori rispetto alle aspettative promosse. I governi si sono già accordati per l’istituzione del GBFF (Global Biodiversity Framework Fund), ma non tutti hanno versato nel fondo quanto stabilito. Alla COP16 si vuole promuovere e rafforzare la collaborazione tra governi, settore privato e società civile per arrivare insieme ad una quota equa per tutti. Alle imprese in particolar modo si richiede di valutare l’impatto delle proprie attività sugli ecosistemi, riconoscere i rischi legati alla perdita di biodiversità e collaborare con i governi per accelerare gli NBSAP.
I principali fattori della perdita di biodiversità sono considerati l’inquinamento, il cambiamento climatico, la perdita di aree naturali, le specie animali in via d’estinzione e le specie aliene invasive. La questione non è soltanto politica e ambientalista, ma anche economica: a sottolinearlo è il rapporto Economic and Financial Impacts of Nature Degradation and Biodiversity Loss della Banca centrale europea che affronta per la prima volta gli effetti che la perdita di biodiversità e il degrado delle aree naturali stanno avendo sui mercati finanziari. La BCE esorta i mercati a cambiare direzione, integrando i rischi legati alla biodiversità nelle loro decisioni.
La partecipazione dei popoli indigeni
“Non è possibile costruire la pace in un territorio senza includere le diversità, senza valorizzare i saperi specifici e, soprattutto, senza riconciliare la nostra relazione con la natura”, ha dichiarato María Susana Muhamad, presidente della COP16 e ministra dell’Ambiente della Colombia. La COP16 sarà proprio la prima “COP de la gente”: i negoziati vogliono coinvolgere le popolazioni native e le comunità locali che svolgono un ruolo fondamentale e decisivo nella conservazione della biodiversità.
“Vogliamo che i guardiani della natura, coloro che sono in prima linea, abbiano un posto nel processo decisionale così come nella gestione delle risorse, ovviamente mano nella mano con la scienza”, ha aggiunto Muhamad. Il governo colombiano ha infatti assegnato ruoli di autorità ambientali a 115 popolazioni native che vivono nel Paese. Uno dei temi cardine della COP16 è l’equa distribuzione dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche, uno dei 4 macro-obiettivi del GBF. La maggior parte appartengono ai Paesi in via di sviluppo e sono per l’appunto le popolazioni indigene a custodirne la sopravvivenza e la conservazione.









