COP26: cos'è e perché è importante il vertice di Glasgow

COP26: cos’è e perché è importante il vertice di Glasgow

COP26: cos'è e perché è importante il vertice di Glasgow

Il vertice sul cambiamento climatico della durata di 2 settimane che si sta sostenendo in questi giorni a Glasgow sta andando avanti con colloqui fitti per trovare le soluzioni adeguate al fine di fermare gli effetti dannosi dell’inquinamento atmosferico generato dalle emissioni. Le negoziazioni procedono non senza polemiche, soprattutto in considerazione della resistenza da parte di alcuni Paesi asiatici che ancora sono legati alla produzione energetica a carbone. Al riguardo Greta Thunberg ha manifestato tutto il suo disappunto ritenendo che il summit in Scozia finora si è rivelato un vero fallimento. Ma vediamo da vicino in cosa realmente consiste il COP26 e qual è la sua importanza.

 

COP26: cos’è e qual è la sua origine

COP26 sta per 26esima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Tale conferenza è stata istituita nel 1995 e da allora si è svolta puntualmente ogni anno, eccezion fatta per l’anno scorso quando non ha potuto avere luogo a causa della pandemia. L’obiettivo è quello di concordare tra i vari Paesi che vi partecipano le misure necessarie per ridurre le emissioni di carbonio nell’emisfero terrestre, sostenendo finanziariamente gli Stati più esposti, nell’ambito dell’Accordo di Parigi del 2015. Quest’anno il meeting si svolge nelle 2 settimane tra il 29 ottobre e il 12 novembre.

 

COP26: chi sono i partecipanti

Quello di Glasgow è il primo incontro da quando gli Stati Uniti hanno aderito all’accordo. Questo ha un’importanza speciale, sia perché gli USA sono il secondo più grande emettitore di CO2 nel pianeta dopo la CIna, sia perché Donald Trump aveva ritirato la partecipazione degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi quando era Presidente alla Casa Bianca, prima della riabilitazione di Joe Biden. Al meeting fanno parte le delegazioni dei Governi e in alcuni casi i Capi di Stato. Ma non solo, presenziano alla discussione anche i dirigenti di molte grandi multinazionali, organizzazioni non governative e attivisti come Greta Thunberg. Vi è anche la partecipazione da parte di Mark Carney, ex Governatore delle Banche centrali britannica e canadese, ora inviato speciale delle Nazioni Uniti per l’azione combinata tra finanza e ambiente.

 

COP26: i legami con l’Accordo di Parigi 2015

 

Lo scopo fondamentale dell’incontro di Glasgow è quello di attuare le linee programmatiche dell’Accordo di Parigi del 2015. In quell’occasione si era concordato che i Paesi che vi partecipavano si sarebbero impegnati affinché il riscaldamento globale non superasse gli 1,5 gradi centigradi. A tal fine gli Stati dovevano presentare dei piani nazionali per limitare le emissioni di anidride carbonica e altri gas serra. 

 

Tale accordo ha conosciuto momenti di alta tensione quando nel 2017 gli Stati Uniti uscirono dal patto perché ritenevano che le misure da prendere sarebbero state molto svantaggiose per l’economia e l’occupazione americana. Con il cambio di Amministrazione alla Casa Bianca, è mutata anche la visione e anzi oggi Joe Biden reputa la lotta al cambiamento climatico come una grande opportunità economica per le imprese e i lavoratori.

 

Quali decisioni verranno prese

Per poter mettere in pratica l’Accordo di Parigi è necessario che tutti i Paesi effettuino una decarbonizzazione totale entro la metà del secolo. Stati Uniti ed Europa si sono impegnate a farlo, mentre la Cina ha fatto slittare al 2060 l’anno fatidico di emissioni zero. In termini concreti i metodi attraverso cui si può favorire il passaggio storico avviene tra l’altro attraverso la piantagione di alberi o la cattura e lo stoccaggio del carbone. Stati Uniti e Brasile si sono fatte promotrici di una campagna contro la deforestazione entro il 2030, mentre ben 105 Paesi si sono attivati per la riduzione delle emissioni di metano del 30% entro lo stesso anno.

 

Quali sono i principali ostacoli

Le Nazioni Unite hanno affermato che i piani mondiali di riduzione delle emissioni non sono ancora sufficienti. L’allarme è arrivato anche dall’AIE che in un rapporto recente ha sostenuto che, se non si interviene presto per ridurre il riscaldamento globale, la Terra potrà subire danni irreversibili sottoforma di tempeste, alluvioni, inondazioni, frane e siccità. Il principale ostacolo proviene da alcuni Paesi asiatici che hanno il vantaggio di sfruttare le miniere di carbone a basso costo.

La Cina è il più grande emittente di CO2 del pianeta, ma come accennato non intende raggiungere l’obiettivo carbon neutral prima del 2060. In realtà Pechino si è impegnata a non costruire più centrali di carbone all’estero, ma per mantenere la crescita economica continua a bruciare il combustibile in casa propria. L’India ritiene molto svantaggioso eliminare completamente il carbone se non dopo il 2070, così come l’Indonesia che il più grande esportatore della materia prima al mondo e utilizza il combustibile per il 65% dell’energia domestica.

 

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