Credito alle imprese: la stretta è finita ma la ripresa non è “inclusiva”

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Secondo i dati diffusi dalla Cgia Mestre, l’Associazione artigiani e piccole imprese, dopo quasi due anni e mezzo di calo continuo il credito bancario alle imprese italiane ha cambiato direzione. Nei primi nove mesi del 2025 i prestiti alle attività economiche sono aumentati di circa 5,5 miliardi di euro, portando lo stock complessivo a 647 miliardi.

L’Osservatorio Crif conferma il cambio di passo: nel primo semestre 2025 gli importi erogati alle imprese sono cresciuti del 13% rispetto allo stesso periodo del 2024, con un tasso medio di default stabile intorno al 3%, sotto i livelli pre Covid. La ripresa del credito non è quindi legata a un peggioramento improvviso della rischiosità, ma a un contesto finanziario tendenzialmente più favorevole.

Come oramai ben sappiamo, questo cambio di tendenza giunge dopo anni di forte contrazione. Secondo le stime della Fabi, nel periodo tra il 2021 e il 2024 lo stock complessivo di prestiti si è ridotto di oltre 60 miliardi, con un calo vicino al 10% dei crediti alle imprese, una lunga fase di deleveraging provocata sia dall’incremento dei tassi di interesse sia dalla necessità di proseguire nella pulizia di crediti deteriorati dai bilanci bancari il cui ammontare complicava le nuove erogazioni.

 

In questo articolo: 

 

  • Quadro a luci e ombre per il credito alle imprese
  • Perché le micro imprese sono state tagliate fuori dalla ripresa
  • La ricerca di un nuovo equilibrio nel credito alle imprese

 

Quadro a luci e ombre per il credito alle imprese

Oggi il quadro è diverso, ma non per tutti. Vediamo infatti che oltre il dato della “media complessiva” si celano forti differenze dimensionali. La Cgia segnala che le imprese con più di 20 addetti hanno visto crescere i prestiti di circa l’1,5% (8,2 miliardi in più), mentre quelle sotto i 20 addetti hanno registrato un calo del 2,8%, pari a 2,7 miliardi in meno. Eppure, queste micro imprese rappresentano il 98% delle aziende italiane e danno lavoro a oltre la metà degli occupati privati. Pertanto, se continuano a rimanere ai margini dell’accesso ai crediti, la ripresa delle erogazioni rischia di non tradursi in una crescita diffusa.

Le disuguaglianze emergono anche tra territori e settori. Alcune aree vedono crescere il credito, altre restano in calo. I dati Crif indicano la sofferenza di comparti come costruzioni e tessile-abbigliamento, con erogazioni in diminuzione e tassi di default sopra la media, mentre agricoltura e alimentare-bevande-tabacco beneficiano di finanza agevolata e domanda estera. Si traccia quindi una mappatura di un Paese a velocità differenti, in cui chi ha modelli di business più solidi e leggibili intercetta per primo la nuova disponibilità di credito.

 

Perché le micro imprese sono state tagliate fuori dalla ripresa

Uno dei razionali di questa ripresa selettiva è da ravvisare nel quadro regolatorio. Negli ultimi anni le banche hanno rafforzato il capitale, ridotto in modo significativo i crediti deteriorati e si sono adeguate a standard europei più severi su rischio e controlli. È stato un passaggio necessario per la stabilità del sistema, ma ha avuto effetti collaterali: il credito è diventato più costoso da istruire, soprattutto per i piccoli importi, e i modelli di rating sono pensati soprattutto per imprese medio-grandi, più leggibili attraverso i numeri di bilancio.

Se a ciò aggiungiamo una perimetrazione aggiornata del numero di banche (ridottosi per le fusioni) e del numero di sportelli (sempre meno presenti sul territorio) si può comprendere perché le micro imprese facciano più fatica ad accedere al credito. Nella maggior parte dei casi queste imprese hanno anche numeri e risultati interessanti ma sono spesso poco leggibili per l’istituto di credito che magari, dai micro bilanci, non ottiene quel set informativo sufficiente a concedere credito: mancano bilanci strutturati, business plan formali, storicità di dati, elementi che i sistemi tradizionali considerano ormai essenziali.

Le “verticalizzazioni” delle decisioni sulle delibere di affidamento hanno ridotto enormemente la precedente discrezionalità dei direttori di filiale che, radicati nel territorio, conoscevano il piccolo imprenditore e la piccola azienda, e anche sulla base di tale rapporto di conoscenza diretta avallavano la concessione di credito. Oggi questo sistema, più adatto per le micro imprese, non esiste più. La “verticalizzazione” decisionale impone a tutti i soggetti richiedenti di adeguarsi agli standard informativi previsti per le imprese, siano esse micro, piccole, medie o grandi imprese.

 

La ricerca di un nuovo equilibrio nel credito alle imprese

Bisogna quindi riuscire a conciliare le esigenze della compliance con il sostegno concreto all’economia reale. Non si tratta di allentare le regole, ma di calibrarle meglio. Occorre sviluppare modelli di valutazione più adatti alle micro imprese e alle Pmi, che affianchino ai dati contabili informazioni sulla filiera e sulla continuità dei rapporti bancari; digitalizzare i processi, per abbattere tempi e costi di istruttoria e rendere sostenibile un portafoglio di molti piccoli finanziamenti.

Se effettivamente la stretta del credito è finita e il credito sta tornando a crescere è doveroso che la ripresa sia a disposizione di tutti. Il sistema finanziario ha oggi capitale, tecnologia e strumenti per essere un motore di sviluppo. La differenza la farà la capacità di trovare un equilibrio doveroso tra rispetto delle regole e sostegno all’economia reale, a partire proprio da quelle imprese più piccole che faticano di più ad accedere al credito.

 

A cura di Giuseppe Carteni, partner dello studio legale LEAD. 

 

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Redazione

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