Criptovalute: alcune cose da sapere sulla tassazione in USA

Criptovalute: alcune cose da sapere sulla tassazione in USA

Criptovalute: alcune cose da sapere sulla tassazione in USA

Uno dei problemi che gli investitori americani di criptovalute si pongono in questo momento riguarda la tassazione. Il quadro normativo non è chiarissimo, quantomeno vi sono dei punti oscuri che il legislatore ancora non ha risolto. Quindi bisogna prima di tutto partire da basi certe. La prima è che i broker non forniscono un modulo che consente ai trader di avere una panoramica dei propri guadagni. Esiste il modulo 1099-B che viene messo a disposizione e che riassume perfettamente profitti e perdite annuali, ma vale per le altre forme di investimento tradizionali.

Per le valute digitali non è valido, perché gli scambi ancora non hanno sistemi in grado di tracciare le transazioni. Di conseguenza sono gli stessi investitori che devono calcolare da soli i risultati del trading e presentare la dichiarazione delle tasse. Vi è nel piano governativo da 1.000 miliardi di dollari approvato a novembre dello scorso anno anche la richiesta dal prossimo anno degli scambi che consentano di avere la contabilità e di determinare immediatamente l’imposta da pagare. 

Quanto a questa, l’Internal Revenue Service stabilisce che le risorse digitali devano essere considerate come proprietà, esattamente come avviene per le azioni e gli immobili. Di conseguenza, i guadagni realizzati sono sottoposti alla tassazione del 37% sulle plusvalenze se l’attività è detenuta per meno di un anno; fino al 20% qualora l’orizzonte temporale diviene oltre i 12 mesi. Le perdite possono essere sfruttare per compensare i guadagni e, se superiori a 3.000 dollari annui, possono essere riportate negli esercizi futuri.

 

Criptovalute: le transazioni tassabili e non

Alcune situazioni potrebbero essere valute al limite e si è discusso sul fatto di doverle tassare o meno. Ad esempio i regali in criptovaluta e i trasferimenti da un wallet all’altro. In queste circostanze non occorre segnalare le attività in dichiarazione dei redditi perché non vi è alcuna tassazione. 

Se però gli asset crittografici sono stati venduti, scambiati con altre cripto o utilizzati per un acquisto reale o virtuale, è necessario comunicare eventuali guadagni o perdite. Allo stesso modo, le valute digitali ottenute tramite il mining o la compensazione vengono considerate reddito e quindi passibili di tassazione.

 

Criptovalute: i punti oscuri nella tassazione

Se le situazioni di cui sopra sembrano ben definite sotto il profilo della comunicazione e della tassazione, altre sono molto più oscure ed è incerto come devano essere trattate. Una riguarda gli NFT. Alcuni li considerano alla stregua delle opere d’arte e degli oggetti da collezione, su cui grava un’aliquota del 28%; altri come criptovalute, da tassare al 20%. 

Molto dibattuta è la questione degli interessi guadagnati attraverso lo staking, ossia il congelamento dei fondi utilizzando il modello proof of stake. In USA la questione è stata sottoposta al Tribunale tributario distrettuale del Tennesse, dove un contribuente sostiene che tali interessi non dovrebbero essere tassabili in quanto non venduti o scambiati. 

Controverso è anche il discorso relativo al washing sale, ovvero se deva essere applicato anche alle criptovalute. Il washing sale è una misura che non permette agli investitori che hanno venduto un titolo in perdita di riacquistarlo entro 30 giorni. L’IRS potrebbe essere inflessibile in questo caso se le operazioni vengono effettuate con la precisa finalità di ottenere un vantaggio fiscale.

 

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