Criptovalute: Coinbase frena il Clarity Act e il Senato rinvia la svolta degli Usa

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Il percorso della regolamentazione delle criptovalute negli Stati Uniti subisce una battuta d’arresto. La Commissione bancaria del Senato ha rinviato il dibattito sul Clarity Act, il disegno di legge destinato a definire per la prima volta un quadro normativo organico per il settore, poche ore dopo che Coinbase ha ritirato il proprio sostegno alla misura. Un passaggio che aumenta l’incertezza sul futuro del provvedimento e che arriva in una fase in cui Washington ha dichiarato più volte l’obiettivo di rendere gli Stati Uniti un punto di riferimento per l’industria crypto.

 

In questo articolo:

 

  • Il Clarity Act e l’obiettivo di una cornice federale per le criptovalute
  • Il rinvio in Senato dopo il passo indietro di Coinbase
  • Autorità di vigilanza e stablecoin al centro del confronto
  • Un inciampo nella strategia crypto-friendly degli Stati Uniti?

 

Il Clarity Act e l’obiettivo di una cornice federale per le criptovalute

Il Clarity Act nasce con l’ambizione di colmare uno dei principali vuoti normativi del mercato finanziario statunitense: la qualificazione giuridica degli asset digitali. Il disegno di legge, presentato dalla Commissione bancaria del Senato, stabilisce quando un token debba essere considerato un titolo finanziario, una commodity o rientrare in altre categorie, definendo di conseguenza le competenze delle autorità federali. Al centro del testo c’è il perimetro di intervento della Securities and exchange commission, tema cruciale in un settore che per anni ha operato in una zona grigia regolamentare. La proposta rappresenta il punto di arrivo di un lungo lavoro di pressione istituzionale da parte delle grandi piattaforme crypto, che hanno più volte sostenuto come l’assenza di regole chiare stia penalizzando l’innovazione negli Stati Uniti.

 

Il rinvio in Senato dopo il passo indietro di Coinbase

Post di Brian Armstrong su X

Il percorso del Clarity Act ha registrato un rallentamento improvviso quando la Commissione bancaria del Senato ha rinviato il dibattito sugli emendamenti al testo, poche ore dopo il ritiro del sostegno da parte di Coinbase. L’amministratore delegato Brian Armstrong, intervenendo su X, ha definito il disegno di legge “peggiore dello status quo”, segnalando una serie di criticità che, secondo fonti coinvolte nei negoziati, hanno contribuito a far emergere divisioni già presenti tra i senatori chiamati a esaminarlo.

 

Nel dettaglio, Coinbase contesta quattro elementi centrali del testo:

 

  • un divieto di fatto sulle azioni tokenizzate;
  • l’estensione delle norme antiriciclaggio ai protocolli DeFi con un conseguente ampliamento dell’accesso governativo ai dati finanziari;
  • il rafforzamento dei poteri della Securities and exchange commission sui mercati crypto;
  • alcune disposizioni sulle stablecoin ritenute favorevoli al sistema bancario tradizionale.

 

A rendere il confronto più complesso è anche la scelta del Senato di non lavorare sulla versione del Clarity Act già approvata dalla Camera, ma su una riscrittura integrale sotto forma di “emendamento sostitutivo”, che modifica in modo significativo l’assetto regolatorio originariamente previsto. Il rinvio del cosiddetto “markup” riflette così il timore che la misura, nella sua formulazione attuale, non disponga di un sostegno sufficiente per superare l’esame della Commissione, soprattutto sul piano del consenso bipartisan, elemento indispensabile per proseguire l’iter legislativo.

 

Autorità di vigilanza e stablecoin al centro del confronto

Tra i nodi più controversi del Clarity Act c’è l’equilibrio tra le autorità di vigilanza, in particolare il ruolo della Commodity Futures Trading Commission, considerata dal settore crypto l’interlocutore regolamentare più adatto per il mercato degli asset digitali. Coinbase ha espresso preoccupazione per un possibile ridimensionamento della Cftc a favore della Sec, in un contesto in cui la definizione delle competenze ha implicazioni dirette sull’operatività delle imprese.

Un secondo fronte di tensione riguarda le stablecoin e la possibilità per gli intermediari di offrire ricompense sui depositi dei clienti. Il linguaggio del disegno di legge è stato criticato perché potrebbe restringere queste pratiche, riaprendo un confronto con il sistema bancario, che ha espresso forti riserve sul rischio di spostamenti significativi di liquidità dai depositi tradizionali verso strumenti digitali. Secondo la lobby bancaria, l’approvazione del Genius Act, che ha introdotto un quadro normativo per le stablecoin, avrebbe creato una scappatoia regolatoria. Difatti, il divieto per gli emittenti di offrire rendimenti diretti agli utenti sarebbe stato aggirato dalla possibilità, da parte di partner e intermediari, di riconoscere ricompense economicamente assimilabili agli interessi. Questi meccanismi hanno assunto un peso rilevante nel modello di business di diverse aziende crypto. Coinbase, ad esempio, ha registrato 355 milioni di dollari di ricavi legati alle stablecoin nel terzo trimestre del 2025 e offre rendimenti ai detentori della stablecoin Usdc. I rappresentanti del settore bancario hanno avvertito che una diffusione su larga scala di tali pratiche potrebbe sottrarre risorse ai depositi bancari, con potenziali implicazioni per la stabilità del sistema finanziario statunitense.

 

Un inciampo nella strategia crypto-friendly degli Stati Uniti?

Il rallentamento del Clarity Act arriva in una fase in cui Washington ha più volte dichiarato l’intenzione di rendere gli Stati Uniti una giurisdizione di riferimento per l’industria crypto, anche in risposta alla concorrenza normativa di Europa e Asia. Il rinvio del dibattito mette in evidenza la complessità di un processo che coinvolge interessi divergenti, l’innovazione finanziaria da un lato e la stabilità del sistema bancario dall’altro.

La Camera dei Rappresentanti ha già approvato una propria versione della legge, ma il passaggio al Senato mostra come il consenso politico resti fragile. In un contesto che punta a essere sempre più “crypto-friendly”, il Clarity Act si conferma un banco di prova decisivo, ma anche un passaggio tutt’altro che lineare.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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