Analisti e investitori ritengono che i dazi Usa sulla Cina resteranno al 30% fino alla fine del 2025. È quanto risulta da un sondaggio condotto da Bloomberg, che ha interpellato 22 tra gestori di fondi, banche e società di ricerca statunitensi, asiatiche ed europee. Si tratta di un livello da un lato confortante, perché molto più basso rispetto alle tariffe in vigore di prima dell’accordo raggiunto lo scorso fine settimana, ma allo stesso tempo preoccupanti perché comporterebbero un crollo del 70% delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, hanno sottolineato gli economisti di Bloomberg.
Washington e Pechino hanno concordato di congelare i dazi rispettivamente del 145% e del 125% per 90 giorni, in attesa di un accordo commerciale definitivo. Per tutto questo periodo sarà in essere una riduzione del 115% dei prelievi da ambo le parti, il che significa che le tariffe saranno rispettivamente del 30% e del 10%.
Da quanto emerge dal sondaggio, l’aspettativa che i negoziati annullino completamente le tariffe è bassa. Degli intervistati, solo sette prevedono un calo dei dazi sotto il 30% tra sei mesi, mentre sei ritengono che alla fine ci sarà un aumento sopra tale percentuale. “Ci aspettiamo che i negoziati commerciali finiscano in accordi superficiali poco profondi”, ha detto Kelly Chen, economista di Dnb Bank. “Non c’è abbastanza tempo perché le posizioni relative di Stati Uniti e Cina cambino sensibilmente prima delle elezioni di medio termine degli Stati Uniti nel 2026, che serviranno come potenziale scadenza per un accordo”.
Dazi Usa: cosa significano per la Cina
Gli osservatori di mercato sono convinti che Trump non potrà annullare i dazi alla Cina perché perderebbe credibilità e diminuirebbe il consenso tra i repubblicani. Ma quali potrebbero essere gli effetti per l’economia del Dragone e i suoi mercati?
Secondo Robert Gilhooly, economista senior dei mercati emergenti presso Aberdeen Investments, che prevede tariffe finali intorno al 50%, “è probabile che le buone notizie sui dazi attenuino l’allentamento della politica monetaria cinese”. A suo avviso, “man mano che i danni all’economia diventeranno più evidenti, le autorità permetteranno un deprezzamento dello yuan”. A quest’ultimo riguardo, secondo la media dei partecipanti del sondaggio, lo yuan si manterrà vicino a 7,2 per dollaro, limitando le oscillazioni in quanto le autorità monetarie cinesi impediranno forti afflussi e deflussi di capitali.
A giudizio di Chang Shu e David Qu, economisti di Bloomberg, “è probabile che l’impatto dei dazi statunitensi si manifesti nei dati cinesi di aprile. L’effetto iniziale sembra grave e sarà evidente in modo più chiaro nella produzione industriale visto che i produttori hanno reagito al crollo delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Anche le vendite di servizi legati al commercio hanno sofferto”.
Lancia l’allarme anche Sam Jochim, economista di Efg Asset Management, secondo cui “non siamo ancora fuori dai guai e che gli accordi non sono garantiti”. Quindi, “i rischi dovuti all’elevata incertezza sulla politica commerciale degli Stati Uniti rimangono elevati”.









