L’intricata vicenda ereditaria della famiglia Del Vecchio sembra avviata verso una soluzione, con il sereno tornato in Delfin dopo l‘accordo raggiunto tra Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico. I due fratellastri si erano scontrati nelle aule giudiziarie per il riassetto della holding che detiene la quota di controllo di EssilorLuxottica. Il quartogenito del fondatore dell’azienda, Leonardo Del Vecchio, e il figlio nato dalla relazione tra Nicoletta Zampillo e il banchiere Paolo Basilico, hanno concordato di rinunciare alle rispettive azioni legali. Al centro della disputa vi erano le quote di Rocco Basilico, finite in discussione dopo una lettera della madre con cui veniva messa in dubbio la rinuncia all’usufrutto formalizzata nel 2022. Una presa di posizione che aveva spinto il figlio a rivolgersi al tribunale del Lussemburgo, dove ha sede la cassaforte della famiglia Del Vecchio.
In questo articolo:
- Cosa è successo nei giorni scorsi
- Come sarà il riassetto di Delfin
Cosa è successo nei giorni scorsi
La querelle all’interno di Delfin è scoppiata alcune settimane fa, quando la vedova Del Vecchio ha inviato una lettera al consiglio di amministrazione della holding comunicando il proprio dietrofront rispetto alla rinuncia all’usufrutto sul 12,5% delle quote di Delfin, formalizzata con l’atto del 1° luglio 2022, tre giorni dopo la morte del patron Leonardo Del Vecchio. La rinuncia consentiva al figlio Rocco, titolare della nuda proprietà, di acquisire la piena disponibilità della quota e il relativo diritto di voto in assemblea.
Una decisione che ha provocato la reazione di Basilico, il quale ha inviato una comunicazione formale al board di Delfin dal titolo: “Nessuno tocchi le mie quote”. Il documento, predisposto dagli avvocati dello studio Bonn Steichen & Partners, intimava a Delfin di astenersi da qualsiasi iniziativa che potesse modificare la posizione del proprio assistito all’interno della società. I legali respingono la tesi, sostenuta nelle scorse settimane da parte della stampa, secondo cui Zampillo avrebbe firmato la rinuncia quattro anni fa in uno stato di fragilità emotiva dovuto al recente lutto, senza essere pienamente consapevole delle conseguenze giuridiche dell’atto.
Essendo stato redatto da un notaio, il documento assume infatti una rilevanza giuridica particolarmente significativa, poiché il pubblico ufficiale ha il dovere di accertare che chi sottoscrive un atto di questo tipo sia pienamente capace di intendere e di volere e che esprima il proprio consenso in modo libero, informato e privo di vizi. Di conseguenza, proprio la presenza del notaio costituirebbe una prova rilevante dell’effettiva volontà di rinunciare all’usufrutto, rendendo difficile sostenere il contrario.
Come sarà il riassetto di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio è in procinto di acquistare il 25% di Delfin, corrispondente alla somma delle quote detenute dai fratellastri Luca e Paola Del Vecchio, per circa 10 miliardi di dollari. Un’operazione che, sommata alla partecipazione già posseduta del 12,5%, lo porterebbe a controllare circa il 37,5% del capitale sociale. Alla fine di aprile l’assemblea aveva dato il via libera al trasferimento delle quote, ma Basilico aveva impugnato la delibera presentando ricorso presso la Corte del Granducato del Lussemburgo. Il contesto era stato ulteriormente complicato dal fatto che, parallelamente al ripensamento di Zampillo sulla rinuncia all’usufrutto, Leonardo Maria si era avvicinato a un accordo per ottenere la nuda proprietà della relativa quota.
Il ricorso di Basilico è stato definito infondato da Delfin, ma avrebbe potuto complicare i piani relativi al finanziamento da 10 miliardi di dollari necessario per l’acquisto del 25% detenuto dai due fratelli di Leonardo Maria. Questo perché le banche chiamate a concedere il finanziamento avrebbero ricevuto in pegno le azioni oggetto dell’operazione come garanzia del prestito. In presenza di una controversia legale sulla validità dell’operazione, sulla governance della holding o di un rischio di contestazione della proprietà delle azioni, gli istituti di credito avrebbero potuto considerare la garanzia meno solida e decidere di rivedere o rallentare l’operazione di finanziamento.









