L’Italia sta diventando un Paese sempre più vecchio. I dati sulla demografia riportati dall‘Istat sono preoccupanti e fotografano una situazione in cui si registra un crollo delle nascite e un aumento della speranza di vita della popolazione. Tutto ciò implica non solo una preponderanza di anziani nei prossimi decenni ma anche un calo nella popolazione, con riflessi deleteri sul lavoro e sul sistema pensionistico. In questo articolo:
- Demografia: in Italia le coppie non fanno più figli
- Italia: quando si andrà in pensione?
- Le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione
Demografia: in Italia le coppie non fanno più figli
Gli italiani hanno deciso di limitare il numero di figli, continuando una tendenza iniziata da decenni. L’Istat rileva che nel 2024 il numero di nuovi nati è sceso del 2,6% su base annua a 369.944 unità. Ciò significa che rispetto al 2023 ci sono stati quasi 10 mila nuovi nati in meno. Stando ai dati provvisori del 2025, inoltre, la situazione è destinata a peggiorare. Nel periodo gennaio-luglio si sono registrate 13 mila unità in meno in confronto allo stesso periodo di tempo del 2024. Il numero medio di figli per donna lo scorso anno ha raggiunto il minimo storico a 1,18 (la stima provvisoria relativa ai primi 7 mesi del 2025 evidenzia una fecondità pari a 1,13) e si è alzata anche l’età media del parto a 32,6 anni (nel 2023 era di 32,5 anni e nel 1995 di 29,6 anni). Quindi, non solo si fanno meno figli, ma si ritarda il tempo per metterli al mondo.
Ma cosa spiega questa tendenza allarmante? Gli esperti della materia attribuiscono le culle vuote a vari fattori. Innanzitutto l’incertezza economica e lavorativa, caratterizzata da un’occupazione precaria e stipendi bassi, soprattutto rispetto agli altri Paesi sviluppati. In secondo luogo, contribuiscono i costi elevati legati al mantenimento dei figli. Il governo ha fatto dei passi avanti attraverso misure, come il bonus bebè o l’assegno per l’asilo nido, con l’obiettivo di contrastare la denatalità. All’atto pratico, però, di miglioramenti effettivi non se ne vedono perché le preoccupazioni economiche delle famiglie prendono il sopravvento sul resto. Terzo, c’è una difficoltà oggettiva a conciliare la vita lavorativa con quella familiare. I bambini piccoli hanno bisogno di essere accuditi e i nonni assolvono spesso a questo compito se, come quasi sempre avviene, nella coppia lavorano entrambi. Se però, per diverse ragioni, viene a mancare la presenza dei nonni, occorre ricorrere a una babysitter e qui si ritorna alla questione economica. Non sempre è possibile sostenere questa spesa. Infine, negli anni c’è stata una modifica di natura culturale, con la genitorialità che viene vista meno come un progetto di vita necessario.
Italia: quando si andrà in pensione?
I dati dell’Istat sulla natalità fanno pendant con quelli sull’anzianità e sulla speranza di vita. I progressi fatti dalla medicina permettono di vivere più a lungo, ma paradossalmente questo è un problema se lo si rapporta alla sostenibilità del sistema pensionistico. Sulla base delle stime della Ragioneria generale dello Stato, l’Istat rileva che il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia salirà a 68 anni e 11 mesi nel 2050 per entrambi i sessi, rispetto ai 67 anni attuali. Ancora peggio sarà la situazione nel 2067, quando si arriverà fino a 70 anni. I governi dovranno quindi affrontare delle sfide molto impegnative, attuando riforme che probabilmente non sempre saranno tollerate dai lavoratori, soprattutto da quelli che svolgono mansioni particolarmente usuranti.
Le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione
L’Istat ha stimato che ci sarà un aumento della partecipazione al mercato del lavoro delle persone in età mature e anziane. Tra il 2024 e il 2050 il tasso di attività tra i 55 e i 64 anni salirà dal 61% al 70%, mentre quello nella fascia di età tra i 65 e i 74 anni crescerà dall’11% al 16%. Il problema è che saranno sempre meno le persone in attività a pagare i contributi per le pensioni di chi è in quiescenza, con la conseguenza che il sistema pensionistico rischia il collasso. Attualmente il gap contributi-pensioni viene coperto dalla fiscalità generale, ma la domanda è: fino a che punto ciò sarà possibile? In sostanza, con un monte pensioni sempre più elevato a causa dell’invecchiamento delle persone e i contributi sempre più esigui versati nelle casse dell’Inps per effetto della denatalità, le tasse richieste alla collettività saranno sempre maggiori. Visto che la pressione fiscale in Italia oggi è tra le più alte in Europa, anche questo modello non è sostenibile.









